La guerra, la psichiatria, la letteratura. Un profilo di Mario Tobino

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articolo a cura di Dario Gattiglia e Renato Leoni

Mario Tobino
Il figlio del farmacista
pp. 94, € 14
Vallecchi, Firenze 2020 (prima ed. 1938)

Mario Tobino
Il clandestino
pp. 464, € 16,50

Mondadori, Milano 2018 (prima ed. 1962)

Mario Tobino
Biondo era e bello
pp. 240, € 13,50
Mondadori, Milano 2021 (prima ed. 1974)

Autore e capolavoro

I lettori più anziani ricorderanno la figura di Mario Tobino difendere i manicomi ai tempi della legge Basaglia, e il suo vivace scambio di idee con il collega veneziano. Dissenso dettato dall’amore per i pazienti esposti, una volta chiuse le strutture, al rischio di essere abbandonati dalle istituzioni: amore che, per quasi mezzo secolo, conosce molti ritorni di fiamma, da Le libere donne di Magliano (1953) fino a Il manicomio di Pechino (1990), l’ultimo volume pubblicato in vita. Basta scorrere le quarte di copertina, ed ecco il rapporto con i malati ritornare, ma anche intrecciarsi: con l’antifascismo, la guerra, il legame con Viareggio e i suoi abitanti, e, non da ultimo, un infinito, curatissimo amore per la poesia e la lingua italiana. Tuttavia, se è vero che Tobino non perde lo sguardo di letterato quando indossa il camice, ugualmente l’anima di dottore non è mai dismessa, nemmeno di fronte alla Storia maiuscola: l’autore, infatti, osserva e sembra restituirci ambienti e personaggi con precisione ponderata, per la quale diventa inevitabile spendere la metafora del bisturi, dello studio clinico, del referto. La sua è una lingua alta, con un grande passato alle spalle, ma può benissimo scivolare verso il basso quando è necessario; è una cura per la forma in larga parte dovuta alla scoperta ginnasiale di Machiavelli, sfogliato per caso: “Avevo scoperto lo stile e rimasi di stucco”. La perenne ricerca di questo stile e i temi spesso atrocemente forti gli non impedirono di coniugare più di una volta successo critico e favore del largo pubblico: per Cesare Garboli, Tobino fu infatti “l’unico che ha messo al centro della sua prosa storie di comunità. Mentre la nostra letteratura è soprattutto storia di società, che è altra cosa. Ecco dunque i marinai, i soldati, la guerra, la Resistenza, la famiglia, la scuola, la pazzia”. Comunità, le sue, vissute e profondamente sofferte.

Il deserto della Libia eBook: Tobino, Mario: Amazon.it: Kindle StoreIl titolo che rimane legato al nome di Tobino – dopo le prime prove liriche – è quello di un’opera altrettante vissuta e sofferta, riflettuta, riscritta e figlia di un lunghissimo lavorio compiuto nei momenti di libertà dal dovere medico; l’originale Libro della Libia – estratto dai quaderni personali nel 1945 e rimasto inedito fino al Meridiano del 2007 – chiese infatti un decennio di correzioni, cambiamenti e travasi per prendere la sua forma definitiva. Il risultato fu quel Deserto della Libia (1951) uscito inizialmente sulle pagine del «Caffè» e scelto poi da Calvino e Vittorini per i loro «Gettoni» Einaudi. Erano gli anni in cui Natalia Ginzburg individuò due modi di scrivere: la “semplice enumerazione dei fatti”, che vuol riferirsi a “una realtà grigia, piovosa, avara”, oppure “un mescolarsi ai fatti con violenza e con delirio di lagrime, di sospiri convulsi, di singhiozzi”. In un contesto di memorialistica più o meno romanzata sul ventennio appena trascorso, Tobino opta invece per una forma ancora oggi difficile da definire, tra slancio poetico e digressione bozzettistica, mescolando, nei vari capitoli, narrazioni lineari, pagine di diario, intrecci corali. Da questo magma di anonimi soldatini mandati alla morte, ufficiali di carriera e burocrati in divisa, emerge la figura del capitano medico Oscar Pilli, esemplare personaggio del ventennio: “Era sadico, maniaco, era frenastenico, aveva la fuga delle idee, la smania dell’inconsulto”. Trovatosi di colpo comandante della divisione, Pilli instaura una tirannia tra il burlesco e il minaccioso; gli ex-colleghi decidono di sbarazzarsene, ricorrendo all’unica strategia possibile per affrontare la burocrazia italiana: rifarsi alla burocrazia stessa, via delazione anonima. Fu un regolamento di conti del Tobino uomo, antifascista viscerale che dovette crescere e formarsi sotto il ventennio (già colpito l’anno precedente con la cronaca millimetrica di Bandiera nera).

E quell’esercito abnorme, sperso nel deserto, fu veramente condotto da dei Pilli o ancora peggio: “E come si può fare una guerra? Se le guerre sono tutte ingiuste per noi, quella è ingiustissima. Soldati non preparati, come fanciulli mandati là, non per dire allo sbaraglio ma debbo dire al massacro”. Sotto il sole libico serpeggia la follia: quella istituzionale degli alti comandi di Graziani (questo generale che “non amava la guerra, ma il carnevale della guerra”), buoni solo a compilare bollettini, e la follia vera e propria, di chi è stremato dalla lotta impari, trascinata in un paesaggio che pare dell’altro mondo. Se la Seconda guerra mondiale fu un disastro per l’Italia, la guerra della cosiddetta Terza Sponda fu ancor più una farsa micidiale, con le sue “ritirate strategiche” e le truppe appiedate nel deserto, con il ridicolo valzer dei comandanti, aperto dal primo e unico notevole risultato delle forze armate italiane: l’abbattimento in volo del governatore Italo Balbo.
Stemperati gli attacchi del Libro contro il Maresciallo d’Italia e gli alti comandi del Regio Esercito, Tobino non evitò comunque critiche e dibattiti negli anni seguenti per il più “moderato” Deserto; beffarde e assurde le accuse di vilipendio delle forze armate: erano o non erano vere le chilometriche fughe di generali, ufficiali, sottufficiali, camicie nere e soldati semplici? Non era un criminale Graziani, il macellaio d’Etiopia? Non di meno può stupire la stroncatura sulle pagine di «Rinascita» di un certo Roderigo, alias Palmiro Togliatti, che accostò l’autore a Pinocchio. All’epoca, Tobino era in collisione con il Pci per le solite questioni legate alle espulsioni e alle critiche dello stalinismo. E, sì, c’è qualcosa di Collodi, ma in senso buono: l’irrisione dell’imbecillità altrui. Iniziò e finì male, quella guerra: Tobino osò ricordarlo, e non va dimenticato che in quella guerra ci fu dentro fino al collo, accanto ai suoi condannati a morte. Tuttavia, “ci furono anche in Libia degli eroi”, ovvero “chi non abbandonò l’amico, chi morì per nulla, sapendolo”.

Le ristampe

Libro italianissimo, scrittissimo, Il figlio del farmacista, di un datato che può tornare a piacere, nel suo centellinarsi in capitoletti-centurie dai titoli sorprendenti, che forse si scambieranno per già pop o post-moderni; come forse piacerà una prosa «cantante», mantenuta a velocità esemplare, pur faticando ad andare a capo. La contemporanea pubblicazione della raccolta Veleno e amore fuga però ogni dubbio: qui si è nel regno della poesia schietta. Bisogna infatti amare la velocità per godere di questo “romanzo” senza trama, intento solo – ma con quanta foga! – a pedinare il sosia di Tobino per amori e viaggi piccoli e grandi, fino al mondo segreto del manicomio, registrandone gli astrattissimi furori. Si giunge così alla costruzione, nelle zone più eccitate, di un panopticon su carta davvero degno dei momenti più freschi del Futurismo: leggerlo potrebbe far sentire quanto poco classica e romanzesca fosse l’Italia. Datata com’è, la gioventù lettrice ritratta – “domesticamente dionisiaca”, come Bassani ebbe a dire della scrittura tobiniana – sogna comunque un sogno eterno: vivere “liberi da ogni legge, felici dentro la legge”. Il giovane lettore di oggi, abituato a un cosmo veloce, saprà ancora di cosa stiamo parlando. Si dovrà poi fare la tara a elementi oggettivamente peggio invecchiati: soprattutto l’abbraccio idealizzante che sfiora le donne, in Tobino sempre “prossime a diventare madonne”, maglianesi e non; in quest’ottica, l’inno tobiniano all’Italia si conclude naturalmente, liricamente, su Recanati.

Storia dell’attesa che prepara l’evento, Il clandestino è un libro abitato da vecchi-giovani e “cari ragazzi”, tutti in attesa di crescere o ringiovanire, spesso riuniti in una “camera da letto tempestata di fiorellini celesti”. L’alta incidenza di figure vegetali e infantili, unita alla lieve patina toscana, suggerisce una vena stilnovistica, e la triste poesia iniziale fa, tecnicamente, del romanzo un prosimetro. D’altronde, a presentare il volume in libreria si prestò non altri che Ungaretti, fra i recensori figurò Caproni e a Sereni andò il compito di stendere un’introduzione. Nel bene e nel male, il marchio principale del Clandestino è la delicatezza: per questa Resistenza in bicicletta, un attentato o un omicidio non sono più avventurosi della composizione umana del CNL. “Si perdono i contorni delle figure e delle fisionomie”, lamentò Cecchi, forse scambiando per difetto di mestiere un’aderenza – a suo modo davvero realistica – alla vaghezza della memoria. Anche la coralità stessa dell’impianto sembra comprensiva, più che polifonica: la narrazione si allarga infatti dal vecchio monarchico fino al fascista sull’onda, non programmatica, del ricordo. In questo senso, la distanza cronologica dagli eventi e la lunga gestazione spiegano molto: è il raro caso in cui il ritorno all’ordine formale è anche novità stilistica per l’autore stesso; forse era la “legge” cercata da Tobino fin dagli esordi. Come si spiega la vittoria allo Strega, entusiasta almeno quanto nostalgica, nell’anno di Volponi e Mastronardi: romanzo di formazione in età adulta, Il clandestino – storia del “periodo più bello della mia vita” – è un libro per vecchi.

Altri dieci anni servirono a Tobino per farsi, da stilnovista, cronista: in Biondo era e bello appaiono le parafrasi, ma non le poesie, di un Dante prima di tutto volgare, che poco sembra aver scritto in latino e agisce almeno quanto scrive. Sintetico, più che dialettico, il libro è infatti il “leggero scheletro” di un gran sogno civile, precipitato con triste rapidità. La scelta della Cronica di Dino Compagni come opera guida – anche più della stessa Commedia – e il parallelo occultamento di Beatrice sono soluzioni depressive ben più politiche di un Corso Donati “squadrista” o di un Bonifacio “papa-Duce”. Altrettanto deprezzata è “quell’arietta melliflua della fratellanza universale” che ci restituisce l’altro lato, l’anziano e notturno, della scrittura tobiniana: frase nominale, caduta dell’articolo ed estrema mobilità del verbo non sono più spie di energia individuale, ma dichiarazioni formali di serietà, forse necessarie a farsi forza e andare avanti. Anche la bellezza fisica di tutti i personaggi che meritano una descrizione – Dante quanto Corso – e il prevedibile appello alla “città più bella del mondo” suonano, più che austeri od orgogliosi, quasi timorati. Pochi libri, in effetti, danno un senso così forte di quanto sia stato importante scriverli, per chi li ha scritti: pure, con adeguato contrappasso, Biondo era e bello sembra proprio per questo essersi mutato in libro da studiare più che da leggere. Così gli apparati, testimoniando le preferenze tobiniane nella dantistica stessa – l’amore per il Barbi, o la naturale lontananza da Contini – dimostrano come ogni posizione antiprofessorale possa nutrirsi solo di altri testi sacri, altre scelte.

Scomparso nel ’91, ancora in piena attività, Tobino ha lasciato il suo nome tra quelli di molti autori italiani dall’incerta canonizzazione, difficili da incontrare negli studi. Per quanto lodato a suo tempo, l’accoglienza nei Meridiani e le molte ripubblicazioni degli ultimi anni e le tante iniziative sembrano, in fondo, un tentativo di risarcire un grande sottovalutato. E se anche il cinema ha tentato di sfruttarne le migliori possibilità  (due maestri della commedia come Risi e Monicelli hanno attinto, in tempi diversi, dal successo del Deserto, mentre un volto come quello di Mastroianni ha incarnato il dottore di Per le antiche scale), lo ha fatto senza riuscire a imprimerne per bene il nome nella memoria del grande pubblico. Ma il suo è un nome che, come la verità, continua imperterrito a tornare a galla.

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