Houellebecq e Carrère: giudizi incrociati

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Il fioretto o la clava?

di Luca Bevilacqua

Sulla scena letteraria internazionale due importanti scrittori francesi sembrano sfidarsi a duello. Si comportano da amici: si scrivono lettere, ostentano reciproca stima. In realtà quei due non possono che affrontarsi. E se non lo fanno realmente, quantomeno incrociano le armi nella nostra fantasia di lettori. L’uno gioca di fioretto, si muove con mirabile tecnica e scaltrezza. L’altro brandisce la clava, pronto a infrangere con lucida furia e impunemente ogni regola. Emmanuel Carrère e Michel Houellebecq, scrittori adorati (dal pubblico) e spesso adulati (dai media). Ma qual è il vero rapporto tra questi due campioni del mainstream letterario? Cosa scrivono l’uno dell’altro? La questione ci permette di tornare brevemente sulle loro opere. Anche perché è uscita da poco per Adelphi una nuova, elegante traduzione del libro ritenuto da molti il migliore di Carrère, I baffi, apparso in Francia nel lontano 1986.

Partiamo da Carrère su Houellebecq. Un ampio intervento si trova nel volume collettivo a cura di Agathe Novak-Lechevalier, di recente pubblicato da La nave di Teseo: Michel Houellebecq. Cahier. Carrère, mescolando come di consueto la riflessione alla narrazione di un aneddoto – una vacanza trascorsa con la famiglia in Tahilandia: uno scenario tipicamente houellebecquiano – manifesta un sentimento duplice. Da un lato l’ammirazione che sconfina nell’invidia. Dall’altro il senso di una mancanza d’aria. Il clima disperato che emana dai romanzi del collega, ovvero l’assenza di qualsiasi apertura sulle sorti dell’umanità, gli risulta alla lunga insostenibile: “Il pessimismo assoluto di Houellebecq mi sembra in fin dei conti una credenza, ed è venuto il momento di dire che questa credenza non mi si addice. Non parlo qui del mio amor proprio di autore, ma di posizione esistenziale e di strategia di vita. Poiché cerco di costruire la mia sull’intuizione che essa non vada necessariamente verso il peggio”.

Si potrebbe obiettare che è proprio d’ogni visione tragica il non poter scendere a compromessi, e che sul piano estetico quella “credenza” pessimista – dolorosa e reiterata ai limiti della monotonia – ha pure prodotto risultati notevoli. Carrère è il primo a riconoscerlo, e infatti subito aggiunge che continuerà (pur contestandolo interiormente) a leggere e rileggere Houellebecq. Ma al punto cruciale arriviamo proprio passando per l’invidia, cattivo sentimento che pochi osano confessare. Le particelle elementari (1998: Bompiani, 2015) e La possibilità di un’isola (2005: Bompiani, 2007) sono i romanzi che per Carrère hanno qualcosa in più: “Mi rendono invidioso. E so esattamente di che cosa sono invidioso: (…) la condizione in cui probabilmente ha vissuto nelle settimane in cui ha terminato questi due libri. (…) Solitudine, surriscaldamento mentale, vicinanza alla follia e nello stesso tempo calma assoluta, certezza di aver compiuto qualcosa di immenso e di straziante, di aver detto sull’uomo qualcosa che non è mai stato detto, a ogni modo non così, e che non è soltanto nuovo ma vero”.

La questione del “vero” – o meglio: di cosa sia vero e cosa no, e della pazzia o abiezione morale che quella alternativa può improvvisamente innescare – rappresenta il vero tarlo di Carrère. Lo sappiamo proprio dai tempi di I baffi, breve storia di nessun conto (un uomo decide di radersi completamente per sorprendere la moglie) ma che nel giro di poche pagine si trasforma in uno spaventoso enigma, riguardo al quale protagonista e lettore non sapranno mai la verità. Come un trauma che affiora in ogni libro e culmina in quell’altro capolavoro che è L’avversario (2000: Adelphi, 2013), il dilemma vero/falso ha sospinto Carrère lungo il cammino, per certi versi socratico, del puro sapere disinteressato. Non c’è infatti altra definizione per quell’incedere paziente e meticoloso della scrittura che ha avuto in Francia modelli insuperati (Montaigne e Proust su tutti), e fa sì che con lui, differentemente da Houellebecq, anche nei contesti più spaesanti – il mostruoso, l’assurdo, la follia – si abbia sempre l’impressione di trovarci nella comfort zone. Il soggetto (l’autore) tanto più si afferma quanto più dubita, ragiona sulle sue stesse ragioni, si scruta in profondità mentre narra una o più storie, le quali, peraltro, non paiono mai pretestuose. La verità si cela infatti proprio in quelle storie: per questo lo scrittore le ha scelte. Tuttavia non potremo mai coglierla fintantoché riteniamo che essa ci riguardi solo marginalmente, giacché, al contrario, ci investe nel modo più radicale. Il primo a esserne toccato, il primo che rischia di inquinare il vero con il falso, a causa delle sue emozioni e proiezioni, delle sue nevrosi o censure, è proprio colui che scrive. Houellebecq, al contrario, non dubita mai. Procede esponendo le proprie tesi (quelle dei personaggi, o quelle racchiuse nelle teorie scientifiche e nelle ipotesi distopiche di cui i suoi racconti si nutrono), senza esitazioni. E soprattutto, senza doversi giustificare – come fa invece Carrère da vent’anni a questa parte – riguardo al perché s’è avventurato in una certa direzione.

Cosa pensa Houellebecq di Carrère? La risposta si trova in un volume non ancora tradotto in Italia, che è un po’ il corrispettivo del Cahier celebrativo di cui sopra: Emmanuel Carrère: faire effraction dans le réel, a cura di Laurent Demanze e Dominique Rabaté. Qui Houellebecq mette a fuoco un elemento strettamente connesso alla ricerca della verità e, ancor più, alla tensione morale che inevitabilmente la caratterizza. Lo scritto s’intitola significativamente: Emmanuel Carrère e il problema del bene, e prende le mosse da un sentimento di commozione suscitato da alcune pagine di Vite che non sono la mia (Adelphi, 2019): “Uno dei passaggi più strazianti, per me, è quello della vecchia lesbica inglese che ha appena perso la compagna nella catastrofe” (lo tsunami del 2004). Segue una citazione dove l’accento cade sul triste futuro di solitudine che incombe sulla donna: un passaggio che evidentemente tocca corde molto intime di Houellebecq, inducendo in lui un atteggiamento per il quale, a prima vista, non sembra molto portato: l’empatia. Ed è proprio questo, probabilmente, il tratto di Carrère che più lo impressiona: la capacità di avvicinare l’essere umano nel momento della massima afflizione, quando ogni certezza viene meno e le atrocità – pubbliche o private – dominano la scena. Molti autori hanno indagato, nota Houellebecq, il problema del male. Ma Carrère sembra lontano, in questo, sia dalla tradizione del romanzo ottocentesco, nel quale l’opposizione tra male e bene poggia su basi assai solide, sia dagli sviluppi novecenteschi, quando – seppur entro un generale relativismo – si sono spesso combattuti “conservatori” e “progressisti” (pensiamo all’apparizione dei primi romanzi di Houellebecq, che demolivano la cultura “progressista” anni sessanta e settanta e hanno spinto l’élite culturale a bollare il nostro come un erotomane reazionario: oggi la prospettiva è molto cambiata). Ad ogni modo, agli occhi di Houellebecq Carrère è colui che ha superato le vecchie opposizioni: il suo modo di intendere e di incarnare il bene consiste precisamente nella capacità di accostarsi alle vicende senza giudicare moralmente i protagonisti. Un libro come Il Regno (2014: Adelphi, 2015) si rivela evangelico non solo per il tema, ma per il sentimento di fede di Carrère in quella comunità umana verso la quale lui, Houellebecq, è invece sommamente scettico.

Al di là dei giudizi incrociati resta il fatto che, seppure in modi assai differenti, Carrère e Houellebecq hanno il merito di averci fatto dimenticare coi loro romanzi certi esangui barocchismi del postmoderno letterario. Già nella prima parte della sua produzione, quella all’insegna della fiction, che arriva fino a La settimana bianca (1995: Adelphi, 2014), Carrère imbastisce storie nelle quali la scrittura non è più luogo di esperimenti formali, ma strumento che indaga la realtà. E realtà sono, ad esempio, i disperati tentativi mentali per sopravvivere e tranquillizzarsi che compie il protagonista di I baffi. Carrère, bisogna dirlo, eccelle in queste cose. Un uomo cerca disperatamente di salvarsi (da se stesso? dagli altri?) con l’unico strumento di cui dispone: il suo ragionare su quanto gli sta accadendo. Una storia inventata dove tutto suona incredibilmente vero: come ci si salva, infatti, dalle proprie ossessioni? Come possono quegli stessi pensieri che un momento prima ci minacciavano, simili a fantasmi spietati, diventare poco dopo i nostri ultimi baluardi, i nostri soli angeli custodi?

I personaggi di Houellebecq sono molto diversi. Non arretrano né tentano la fuga dinnanzi all’angoscia, ma la divorano, ne fanno il loro pane quotidiano. Fino al prezzo – in molti casi – della morte. Non che un tale destino sfugga ai personaggi di Carrère. Ma in essi la razionalità opera disperatamente fino all’ultimo come un reparto speciale tra i meglio addestrati. Gli esseri di Houellebecq si gettano invece nel buio e nell’azione, sordi alle lusinghe dell’assennatezza: la prudenza, il calcolo, per Houellebecq, sono vie impercorribili. L’indugio e il senso della misura rischiano infatti di occultare la realtà con una rappresentazione ridicolmente fasulla. I fatti sono lì, meglio allora lo scontro frontale, il trauma, il grido, rispetto alle retrovie paludose della coscienza.

Il gioco delle differenze potrebbe andare avanti a lungo. Un’ultima, decisiva, riguarda l’umorismo. Carrère lo rifiuta categoricamente: in Propizio è avere ove recarsi (2016: Adelphi, 2017) denuncia come in Francia humour e second degré siano quasi obbligatori. E rimprovera a Houellebecq di farne un uso eccessivo, nonostante lo abbia condannato lui stesso in una celebre pagina delle Particelle elementari. Immaginiamo allora l’espressione beffarda di Houellebecq, colto in palese contraddizione. Con la clava in mano scruta l’abile spadaccino. E intanto entrambi pensano al prossimo libro.

lucabevi@yahoo.it

L. Bevilacqua insegna letteratura francese all’Università Tor Vergata di Roma

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