I libri, l’editoria, la Resistenza. Un profilo di Beppe Fenoglio

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di Riccardo Gasperina Geroni

In uno dei passi più noti del Partigiano Johnny (1968), il suo capolavoro mai licenziato in vita e di cui disponiamo quattro diverse edizioni, Beppe Fenoglio scrive che «partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità». D’altronde, sulla sua tomba scolpite in nero ferro battuto campeggiano le parole: «partigiano e scrittore». Eh sì, Fenoglio è stato scrittore e partigiano, con la stessa intensità con cui è stato partigiano e scrittore. Amava scrivere e fumare insieme, leggere e studiare la letteratura angloamericana. Apprezzava, su tutte, la storia esemplare di Moby Dick di Melville, tradotta qualche anno prima in Italia, per l’editore Frassinelli, da un altro scrittore appassionato di quel mondo, Cesare Pavese, il quale con Fernanda Pivano avrebbe poi portato all’attenzione del pubblico nostrano molti testi provenienti da oltreoceano (basterà qui ricordare la nota traduzione dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, presto fermata dalla censura fascista). Ma proprio nella monomaniacale ossessione del capitano Achab per la balena bianca, Fenoglio riscopriva una personale affinità. Anche lui, del resto, era chiamato a raccontare, seppur tardivamente, quando oramai nessuno se lo sarebbe più aspettato, una sola storia, quella della Resistenza, da cui aveva provato ad allontanarsi e di cui invece era divenuto, con il breve ma intenso romanzo Una questione privata (1963), il cantore più alto, come lo stesso Italo Calvino gli avrebbe riconosciuto un anno dopo la sua morte, nel 1964. 

Dopo aver sospeso gli studi di letteratura presso la facoltà di Lettere di Torino, Fenoglio è chiamato alle armi nell’esercito regio, e in seguito allo sbandamento dell’8 settembre passa prima alle brigate Garibaldi e infine milita tra le fila dei partigiani badogliani. Così Fenoglio consuma sulle Langhe, tra il 1943 e il 1945, nel volgere di pochi anni, la propria esperienza umana: su quelle colline e in quell’universo era racchiusa la sua dimensione più vera che nei quasi vent’anni successivi, prima che un tumore lo stroncasse prematuramente, avrebbe continuato indefesso a travasare nelle pagine memorabili delle sue opere, ancora oggi così fresche e intense. In occasione del centenario della nascita, avvenuta il primo marzo 1922, Einaudi ha ripubblicato con una nuova veste grafica e introduzioni le principali opere di Fenoglio: Il partigiano Johnny, Una questione privata (introdotto da Nicola Lagioia) e I ventitre giorni della città di Alba (da Davide Longo). Al Partigiano è anteposta una lunga introduzione firmata da Gabriele Pedullà, il noto critico romano che ampi sforzi interpretativi ha dedicato all’opera dello scrittore albese e che qui ripercorre le fasi della genesi tormentata dell’opera. Chiudono il “ciclo fenogliano” due opere da tempo introvabili sul mercato. La prima è la biografia di Fenoglio, scritta nel 2006 da Piero Negri Scaglione, giornalista e studioso di letteratura anglo-americana, nato a pochi metri dalla casa dello scrittore, ad Alba, negli stessi anni Sessanta. L’opera, intitolata Questioni private: Vita incompiuta di Beppe Fenoglio, ricostruisce con documenti alla mano la vita dell’autore, e insieme restituisce un vivido ritratto delle Langhe e di quell’Italia remota oramai scomparsa, nella quale si era ritrovato a vivere e combattere il partigiano Milton. La seconda, invece, è curata da Luca Bufano e contiene l’epistolario di Fenoglio scritto tra il 1940 e il 1962, e edito nel 2002. Si tratta di centouno lettere, un numero davvero esiguo di carte sopravvissute all’incuria di chi avrebbe dovuto proteggerle gelosamente. Le epistole che si sono salvate si dividono principalmente in due gruppi: quelle inviate agli amici di sempre, Giovanni Drago e Piercesare Bertolino, ai quali l’autore confessa, ad esempio, in una lingua libresca ma riscattata dalla leggerezza dell’ironia alcuni aneddoti di vita privata o i timori legati alla guerra; e le lettere lavorative, per lo più indirizzate a noti editori quali Franco Antonicelli, Giulio Einaudi e Livio Garzanti. In questo secondo gruppo, un particolare rilievo assume la posizione di Italo Calvino che dal ruolo di corrispondente per l’editore Einaudi è presto promosso a amico e interlocutore ideale per disinnescare l’isolamento culturale nel quale lo stesso Fenoglio si era trincerato, un po’ per la sua posizione apertamente anticomunista (che gli era costata i favori di un’ampia parte dell’intellighenzia dell’epoca), un po’ per quella naturale ritrosia e timidezza che si può evincere dalle stesse lettere pubblicate, ma che i contemporanei non hanno mai tardato a riconoscergli. Una ritrosia che, come ricorda il curatore Bufano, anche Garzanti gli avrebbe rimproverato: «Caro Fenoglio, lei è l’autore più silenzioso e più discreto ch’io conosca. Forse troppo».

Dopo la pubblicazione nel 1952 del suo primo libro di racconti, I ventitre giorni della città di Alba, per i «Gettoni», l’epistolario testimonia la tensione e le difficoltà che Fenoglio ha avuto nel destreggiarsi tra i diversi editori. A causa di un giudizio poco lusinghiero da parte proprio di Elio Vittorini, riportato sulla quarta di copertina della sua seconda opera einaudiana, La malora (1954), nella quale lo aveva criticato per «il pericolo di rinculare, a forza di dialetto, fin giù ai naturalisti piemontesi», Fenoglio chiude almeno sul piano formale i rapporti con la casa editrice. Da una parte dunque si schierano Calvino, che per conto di Einaudi, desiderava richiamarlo a sé, in seguito al successo di vendite di Primavera di bellezza, edito nel 1959 per Garzanti, e dall’altra lo stesso Livio Garzanti che ne aveva valorizzato l’opera e che ora sperava di ottenere nuovo materiale da pubblicare. Ma come i lettori appassionati della vicenda editoriale di Fenoglio sanno, Primavera di bellezza è la sua ultima pubblicazione. Nelle lettere di quegli anni, egli appare talvolta impacciato, desideroso di accontentare gli editori, favorendone un accordo, ma scontentandoli di fatto entrambi. In una delle ultime lettere, risalente al novembre del 1960, quando la sua situazione di salute si stava via via aggravando, Fenoglio torna a ricordare sempre all’amico Calvino l’incidente con Vittorini, dimostrandosi dispiaciuto e oramai legato a Garzanti per la pubblicazione di Una questione privata (1963): «Caro Calvino, […] Come oggi stanno le cose, dovrò consegnarlo a Garzanti, e proprio non riesco a vedere una diversa soluzione. Dopodiché tornerò all’Einaudi, e definitivamente. Non ho mai dimenticato che essa è “la mia casa editrice natale” e per un dilettante come me il sentimento ha un valore assolutamente preponderante. Forse non ci crederai, ma il mio abbandono dell’Einaudi ha turbato me più d’ogni altro. E ancora mi turba, e vorrei non aver provato quello stupido risentimento per il risvolto di Vittorini. Il risentimento fu, debbo ammetterlo, infinitamente più sciocco del risvolto che lo provocò. Vidi, ecco l’errore, il risvolto unicamente con l’occhio del dirigente industriale che non si capacita che un altro industriale, l’Einaudi, svaluti il suo prodotto nella stessa presentazione. Basta, cose passate». 

In seguito alla morte, avvenuta nella notte tra il 17 e il 18 febbraio del 1963, di Fenoglio vengono pubblicate le sue opere maggiori. Mai arriso dal successo in vita, egli assurge agli onori della critica e del pubblico solo dopo che un paziente lavoro filologico ha permesso, negli anni, di riportare alla luce la parte sommersa della sua produzione artistica, la sua vena migliore, piena di valori morali e di una passione per la vita che il nemico nazista aveva così duramente tentato di annientare e che lui aveva così strenuamente difeso. 

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