Ian McEwan – Lo scarafaggio

Un primo ministro kafkiano

di Paolo Bertinetti

Ian McEwan
LO SCARAFAGGIO
ed. orig. 2109, trad. dall’inglese di Susanna Basso,
pp. 120, € 16,
Einaudi, Torino 2020

Per parlare della novella di Ian McEwan Lo scarafaggio bisogna partire dal fondo, dalla Postfazione in cui McEwan manifesta sia la sua indignazione per come l’elettorato britannico è stato ingannato in occasione del referendum, sia il suo sconforto per come la politica si sia adagiata su un risultato elettorale che, con espressione cara ai regimi dittatoriali, veniva presentato come “volontà del popolo”. Per l’uscita dall’Unione Europea, ci ricorda McEwan, ha votato il 37 per cento dell’elettorato. Il restante 63 per cento invece no: ha votato per rimanere, oppure non ha votato. Tuttavia la scelta dei due primi ministri succeduti a Cameron, al di là delle profonde differenze strategiche e tattiche tra loro, è stata quella di “rispettare la volontà del popolo”. Nessuna considerazione di carattere economico, nessun dato oggettivo (neanche adesso, quando non pochi degli anziani che hanno votato prima Brexit e poi Johnson, proprio anche grazie a Johnson finiranno nella tomba per coronavirus) potrà far cambiare idea a quei patetici sostenitori della grandezza britannica convinti che l’uscita dalla Unione fosse il modo migliore per ribadirla e sbandierarla in faccia agli europei. McEwan con il suo libro può parlare soltanto agli altri, ai moltissimi che votarono Remain, senza poter però modificare lo stato di cose. Potrà soltanto rafforzarne l’indignazione; e confortarli con una risata.

La novella di McEwan, nonostante il taglio beffardo e leggero, è frutto di un gioco letterario decisamente ambizioso. La prima riga di Lo scarafaggio è quasi uguale alla prima riga delle Metamorfosi di Kafka. Però qui è uno scarafaggio che è diventato un uomo; o meglio, che è entrato nel corpo di un uomo dopo un pericoloso viaggio tra auto e scarpe di passanti fino al numero 10 di Downing Street. Lì giunto, nella notte, è poi entrato nel corpo del primo ministro. Per la verità qualcosa nel racconto non torna, perché da un lato lo scarafaggio si è messo in azione per realizzare un piano preciso (e altri scarafaggi hanno fatto come lui, entrando nel corpo di tutti i ministri, tutti tranne uno). Dall’altro, la mattina del risveglio, lo scarafaggio è sorpreso di trovarsi lì, con una lingua nella bocca e con due gambe soltanto, che però lo tengono lontano dal suolo; e soprattutto non sembra consapevole dell’esistenza di un piano. Tuttavia possiamo tranquillamente passar sopra a questa incongruenza, dato che siamo sul terreno del fantastico.

Il terreno è però decisamente quello del realismo quando vengono descritte le manovre  del primo ministro per ingannare l’elettorato e realizzare il suo piano. Esemplare (alla maniera di Mrs Thatcher con la guerra delle Malvinas) è il modo in cui l’accidentale affondamento di un peschereccio inglese da parte di una fregata francese viene sfruttato in chiave sciovinistica. E altrettanto lo è il modo in cui, con il pretesto del Me Too, viene eliminato l’unico ministro che non era stato “invaso” da uno scarafaggio e che quindi si opponeva al piano del primo ministro.

Il punto di riferimento di McEwan (ambiziosamente) è la Modesta proposta di Jonathan Swift, il pamphlet in cui lo scrittore suggeriva agli irlandesi di cuocere i loro bambini per poi venderli come cibo ai ricchi: così guadagnavano qualche soldo e avevano meno bocche da sfamare. Il piano degli scarafaggi è quello di fare approvare dal Parlamento una proposta economica quasi altrettanto osé di quella di Swift. Il loro grande piano risponde al concetto di “inversionismo”: i lavoratori devono pagare i padroni per lavorare, ma, all’inverso, ricevono i soldi necessari per farlo facendo acquisti, perché i negozianti li pagano affinché si portino via la merce. Il primo ministro e i suoi ministri fanno credere che lo stesso sistema varrà anche nel rapporto tra stati; ma ovviamente nessuno stato lo accetta, con il risultato che la Gran Bretagna andrà in rovina. Anche perché l’appoggio del presidente americano, che era stato convinto a parlare a favore dell’inversionismo grazie a una mastodontica mazzetta, è stato soltanto verbale. In un paese disastrato a causa di una scelta economica autolesionistica quanto la Brexit, per gli scarafaggi si aprirà un’era di abbondanza: in un contesto di povertà diffusa, ci sarà molta più immondizia con cui banchettare.

Nella satira di McEwan non c’è la ferocia di Swift. Né c’è quella sfiducia nel genere umano che nel pamphlet, come nella quarta parte dei Viaggi di Gulliver, Swift manifesta senza riserve. Così come non c’è l’agghiacciante soavità con cui la “modesta proposta” viene illustrata al lettore. Ma questo non va detto a detrimento della novella di McEwan. Diversissimi sono infatti l’oggetto e le ragioni della loro satira. Quella di Swift muoveva dalla constatazione che un intero popolo era stato ridotto alla fame dalla prepotenza “coloniale” inglese. Quella di McEwan dalla scorata presa d’atto che gli inglesi sono stati vittima della supponenza e dalla dabbenaggine del 37 per cento dei loro connazionali.

paolo.bertinetti@unito.it

P. Bertinetti insegna letteratura inglese all’Università di Torino