L’allegoria di un impero che precipita nel vuoto. Intervista a Orhan Pamuk

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Il grande affresco allegorico di un impero che precipita nel vuoto

Intervista a Orhan Pamuk di Santina Mobiglia

Inevitabile per il lettore associare Le notti della peste all’esperienza della recente pandemia da covid-19. Ma sappiamo che lei ha cominciato a scrivere il romanzo prima della sua comparsa. Cosa l’aveva spinta alla scelta di questo tema?

Ho pensato di scrivere un libro sulla peste per molto tempo, da quasi quarant’anni, e ce ne sono tracce nella mia produzione letteraria. Per esempio nel mio secondo romanzo, La casa del silenzio, il protagonista è uno storico che fa ricerche su una pestilenza in epoca ottomana e cerca documenti al riguardo, e anche nel Castello bianco, ambientato nel XVII secolo, ci sono pagine dedicate alla peste a Istanbul. Il tema della peste mi ha affascinato per molti anni e rimandavo la scrittura un po’ perché avevo altri argomenti in mente e in parte perché pensavo di dover fare molte ricerche. Come sempre quando ho intenzione di scrivere un libro, compravo e riempivo interi scaffali di volumi sull’argomento, alcuni li leggevo, altri non riuscivo a finirli o li abbandonavo, e così continuavo a documentarmi: dagli studi che parlano della peste nell’antica cultura islamica, comprese le sue suggestioni magiche, alla vasta produzione storiografica sulle epidemie nell’impero ottomano come in tante altre aree del mondo. Mi colpivano le rivolte in occasione della peste bubbonica, che ci furono ad esempio in Russia e in Polonia nel Sei-Settecento, come il caos e i conflitti sulle misure per contrastarla nella Firenze del Rinascimento. Riscontravo le stesse reazioni ricorrenti di fronte al pericolo: negazione, complottismi, tensioni ingovernabili o foriere di soluzioni autoritarie. Alla fine decisi di scrivere il mio romanzo cinque anni fa, ambientandolo non in epoca medievale ottomana ma agli inizi del XX secolo, dopo aver scoperto che ancora alla fine del XIX c’erano state delle epidemie, in realtà di colera, e proprio mentre assistevo alle crescenti tendenze autoritarie del governo Erdoğan, con tanti intellettuali in galera. Volevo scrivere un grande affresco panoramico sul declino dell’impero ottomano che fosse al tempo stesso allegoria di un sistema di governo che diventa autoritario. Questo non per puntare il dito su chi è il buono o il cattivo, ma per capire le dinamiche di un processo che descrivo nel contesto simbolico di una peste del passato.

L’irrompere della pandemia le ha in qualche modo aperto nuove prospettive? Ha modificato il suo punto di vista?

Ciò che la pandemia ha aggiunto alla mia scrittura è l’esperienza della paura, molto umana, che abbiamo avuto tutti. Nel 2020 era una malattia misteriosa, con tanti morti, senza rimedi, non ne sapevamo nulla. Avevo paura anch’io, con i miei più di 65 anni mi sono subito vaccinato, ma mi sono anche reso conto che stavo scrivendo questo romanzo da tre anni e mezzo e i miei personaggi non la provavano, non avevo tenuto conto di questo sentimento: così ho iniettato la mia paura nei personaggi. Penso sia una dimensione importante nei comportamenti individuali e collettivi, per chi ha paura e chi no, tra chi segue tra le regole della quarantena e chi dice lasciatemi stare, non chiudete il mio negozio, non toccate la mia libertà…

La peste è un grande tema letterario, da Defoe a Camus, tra gli altri, con approcci molto diversi tra loro. Quello a lei più vicino sembra essere Manzoni, citato in epigrafe insieme a una suggestione tolstojana sulla fragile ragionevolezza umana in situazioni di rischio. Come si è confrontato con questi modelli?

Riconosco un’influenza del grande scrittore russo di Guerra e pace anche nel mio sforzo di far scorrere la narrazione, in un certo senso tolstojana, attraverso un oceano di dettagli, oltre che di simboli, che evocano il quadro di un’intera epoca. Certamente il modello più vicino è Manzoni, per la scelta del romanzo storico e la sua attenzione alle dinamiche sociali e politiche nell’affrontare la peste del Seicento, due secoli prima di lui, che l’aveva studiata attraverso i documenti. Manzoni era molto orgoglioso delle sue ricerche, come lo sono anch’io, per la verosimiglianza del racconto. Nel suo caso alla peste sono dedicati solo alcuni capitoli, posti però proprio al centro del romanzo, mentre nel mio è il tema di fondo. Ben diversa La pestedi Camus, essenzialmente un’allegoria dell’invasione nazista. Camus è un grande scrittore moralista francese, ci sono scene molto belle nel suo racconto dell’epidemia, ma è del tutto disinteressato ai dettagli realistici. Ad esempio, si legge che la città algerina di Orano, dove è ambientata la storia, veniva isolata chiudendone le due porte a mezzanotte, ma siamo negli anni quaranta del secolo scorso, ed è una cosa impossibile anche se fossimo nel medioevo. Non si cura della verosimiglianza del coprifuoco o delle misure di quarantena, è interessato al male che prorompe nel dilagare della peste e del nazismo per una riflessione in chiave etico-simbolica sui suoi effetti nei comportamenti individuali: di fronte alla paura c’è chi scappa e chi aiuta, l’egoismo o la generosità, incarnati dai diversi personaggi. Sui comportamenti umani nelle epidemie ho imparato moltissimo da Daniel Defoe, per il quale ho una immensa ammirazione. Ha l’immenso talento che dovrebbe avere ogni scrittore nel rendere in modo convincente le reazioni umane in una situazione di pericolo, come dire, ad esempio, se dovesse immaginare oggi la folla di un cinema che sente improvvisamente gridare “Al fuoco!”, per farci identificare con qualcosa che probabilmente non abbiamo mai sperimentato. Defoe scrisse La peste di Londra come uno sviluppo dagli appunti presi circa sessant’anni prima da suo zio durante la peste del 1665, e seppe raccontare il diffondersi del contagio, con i suoi morti e gli obblighi imposti, in modi talmente realistici che leggendo il suo libro ritroviamo larga parte di ciò che ci è successo e abbiamo concretamente vissuto giorno per giorno nell’attuale pandemia, pur con tutte le differenze di oggi sul piano della comunicazione (basti pensare al ruolo dei media, carta stampata, internet, tv). Sarà infine una coincidenza, ma mi sento legato a Defoe anche per aver sentito il bisogno di ambientare la mia storia su un’isola tagliata fuori dal resto del mondo, come nel suo capolavoro, Robinson Crusoe.

Per quali vie ha cercato anche lei di dare un’impronta realistica alla fiction del suo romanzo? Quali le sue principali fonti nel perseguire questo obiettivo?

I dettagli innanzitutto: insisto sull’importanza dei dettagli per dare credibilità alla storia. Anche l’isola immaginaria in cui si svolge è basata sul paesaggio e le architetture di tante isole reali che ho potuto osservare. La ringrazio della domanda che mi permette di ricordare i medici di allora: il sultano Abdul Hamid aveva promosso la medicina moderna, in rapporto anche con l’Istituto Pasteur di Parigi per le scoperte sul colera, ma la maggior parte dei medici più istruiti, legati alle università, erano allora greco-ortodossi, come lo sono quasi tutti i medici nel romanzo. C’erano però anche medici turchi musulmani, soprattutto addetti alle quarantene nelle epidemie, che hanno scritto molti memoir che ho letto con grande interesse e sono alla base del mio libro. Ho trovato altre fonti nei resoconti inviati a Londra dai medici coloniali britannici sulle epidemie di peste di quegli stessi anni a Hong Kong e in India, a Bombay. Poi mi sono documentato sul funzionamento amministrativo degli apparati pubblici di allora, forze armate, marina, sistema postale, che incorniciano il corso degli eventi, oltra a tutte le altre letture da cui ero partito per situare infine il tema nel contesto della crisi che travolge l’impero ottomano.

Una microstoria che illumina la macrostoria, dunque, il suo romanzo?

Quel che ho imparato dalla storia è che quando intervengono situazioni drammatiche, come nel caso della peste, si scatena l’ostilità, l’odio fra le classi sociali e i diversi gruppi religiosi o linguistici: una frattura nella vita sociale che ho potuto constatare nell’impero ottomano come in tante altre realtà. È un dato veramente costante, quasi eterno. Nel corso delle pandemie vediamo emergere dicerie, teorie cospirative e gruppi in lotta l’uno contro l’altro, non necessariamente con esiti catastrofici. Per esempio, posso testimoniare come, anni fa, nel devastante terremoto a Istanbul ci sia stata una immensa solidarietà fra la gente. Nessuno dava colpe eccessive al governo, semmai agli impresari, a quelli che avevano costruito male gli edifici, ma a prevalere dopo il terremoto non fu un atteggiamento accusatorio, la solidarietà era molto più forte. Tuttavia in situazioni terribili, come nel caso della peste che uccide una persona su tre, e sai che se la prendi morirai, l’egoismo prende forza e si traduce in qualcos’altro che nelle differenze sociali scatena conflitti esasperati, accuse, rabbia e collera. I governi tracollano, la gente chiede sicurezza, ma loro non sono in grado di darla e si va avanti così, tra governanti in fuga o funzionari civili che non arrivano. È ciò che ho riportato nel mio libro, fino al regnare dell’anarchia nell’isola, che non mancava di suscitare timori e sospetti di possibili azioni del movimento anarchico nato proprio in quegli anni in Turchia e di cui parlo anche nel libro.

Protagonista del romanzo è la principessa Pakize, figlia di un sultano deposto e vissuta in reclusione fino al viaggio nell’isola di cui diventerà per breve tempo regina. Possiamo approfondire la scelta di questo personaggio femminile come filo conduttore della storia?

Avevo bisogno di questo personaggio per molte ragioni, ma volevo al tempo stesso raccontare la storia da un punto di vista femminile, farmi coinvolgere dal vedere il mondo attraverso gli occhi di una donna. Un motivo, invecchiando, è anche semplicemente che quando ero più giovane le mie lettrici turche mi criticavano perché non parlavo abbastanza delle donne, non mettevo in rilievo la loro soggettività. Credo avessero ragione e mi sono proposto di farlo. Ma c’è un altro problema: come scriverne? perché specialmente nei paesi musulmani, dal medioevo fino ai giorni nostri, non c’è una tradizione narrativa in questo senso. Le donne non partecipavano alla vita sociale e politica, neanche nell’Europa medievale. Nei paesi islamici vivevano isolate, nell’harem o pur sempre come mogli di qualcuno, non potevano neppure lavorare in un negozio o, nelle classi alte, andare a comprare al mercato… e dunque gli scrittori di allora prendevano soprattutto dal passato le loro figure femminili, di un’epoca però che loro non avevano vissuto, dovevano inventare. Vedere le cose attraverso gli occhi di una donna in un romanzo storico è stato difficile anche per me, ma non è una buona ragione per non farlo. Nel mio caso si tratta di una regina, o quasi, e il problema era ancor più di vedere una vicenda politica attraverso i suoi occhi. Dovevo inventare anch’io. E così ho voluto raccontare la storia attraverso due narratrici: una è la principessa Pakize, che nelle sue lettere ne fornisce lo spunto e la base documentaria, l’altra la sua bisnipote, Mina, che la ricostruisce cent’anni dopo. Una donna anche lei, e storica di mestiere, di cui avevo bisogno perché fosse il suo racconto a dare il senso di una narrazione generale veritiera. Se avessi scritto il romanzo alla maniera di Tolstoj, avrei dovuto attribuire ogni singola frase a un personaggio specifico. Invece non sono io a parlare come se fossi Mina, o se lei stesse citando le lettere della bisnonna. Lascio fare a lei.

La principessa Pakize sembra sospesa fra due mondi a nessuno dei quali sente di appartenere pienamente: emarginata alla corte del sultano e poi regina nell’isola di cui non conosce la lingua. Come interpretare questa impossibile appartenenza?

Pakize è un’aristocratica, e le aristocrazie non appartengono a nessun luogo, sono un mondo a parte. Nel disfacimento dell’impero ottomano, per la Grecia fu trovato un re che non parlava greco. La stessa cosa successe in Albania, dove anche gli italiani cercavano di arraffare qualcosa qua e là, e l’impero ottomano come le altre potenze volevano subentrasse un re possibilmente al loro servizio, non già una repubblica, e tutti quanti cercarono dei candidati nelle grandi famiglie dell’aristocrazia. Gli ottomani interpellarono i loro principi della corona, dal primo fino al venticinquesimo nella linea ereditaria, nessuno dei quali conosceva l’albanese, comunque tutti rifiutarono e alla fine arriverà anche lì un sovrano da fuori. È quello che descrivo nella mia piccola isola dove, nel disordine ingovernabile, si impone la scelta di affidarsi a una regina, più rassicurante a livello internazionale e a cui si presupponeva la gente fosse comunque più disposta a obbedire. Nulla di fiabesco sotto questo aspetto.

La melanconia, quello stato d’animo sfuggente di hüzün nel suo Istambul, è ancora una volta l’atmosfera dominante nel romanzo, anche nelle riflessioni sul nazionalismo che è l’esito della vicenda. La voce narrante dice che vedere il presente nel passato vuol dire immaginare il futuro. Di qui il sentimento malinconico dello scrittore, al di là dello sguardo dello storico?

Nel nazionalismo vedo due aspetti, c’è la spinta di una giusta lotta di liberazione dagli imperialismi e il rischio che porti a uno stato indipendente autoritario e intollerante. Non tutti i nation building postcolonialihanno necessariamente questo esito, ma nel caso che racconto è così. Se c’è malinconia nel mio libro penso sia riguardo al declino e alla disintegrazione dell’impero ottomano, ma non la vivo come nostalgia. Il mio non è un atteggiamento postideologico: mi piace semplicemente descrivere la triste incapacità di reagire a quella situazione in una sorta di avvitamento, di consapevolezza della sconfitta che, potremmo dire, arriva come uno tsunami e colora di melanconia la scrittura. Parlo di quel sentimento di inadeguatezza o impotenza della burocrazia ottomana che si confronta con la brutalità di Sami Pascià, il governatore dell’isola, e sono contento di averlo raccontato in toni poetici che possiamo definire di melanconia o di tristezza. Da parte mia questo sentimento è anche una sorta di reazione alla continua glorificazione dell’impero ottomano propagandata oggi dall’attuale governo, e non perché non ne condivido la politica, ma per l’enfasi con cui esaltano le vittorie militari ottomane contro i cristiani, le aggressive conquiste di terre in Europa. Io amo il mondo ottomano, ma non per questo. Mi piace la melanconia del suo declino, che mi permette forse di descrivere i sentimenti, la poesia, i personaggi che l’hanno vissuto. Ho dipinto un grande affresco allegorico dell’impero che precipita nel vuoto, nel caos, sulla nave che verso la fine del libro raccoglie tutti i funzionari ottomani che si ritirano dall’isola. Un’immagine che mi piace molto.

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santina.mobiglia@gmail.com

S. Mobiglia è traduttrice e saggista

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