Intervista semiseria a Leonard Pfeijffer

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Vuol vedere La Superba?

intervista di Renato Leoni a Ilja Leonard Pfeijffer

2016: nel cielo tra Amsterdam e Malpensa
Stavo tornando a casa da un viaggio nei Paesi Bassi. Il mio posto sull’aereo era uno scomodo B seat, e quella volta ero l’impiccio di una coppia di maturi sposini che andava in Italia per i classici mesi di riposo nel proprio buen retiro mediterraneo, dalle parti di Ceva (concetto discutibile di Europa del Sud, se vogliamo). Un complimento tira l’altro, e si è finiti a parlare del più e del meno: paesi, vini, cibo e libri. “Ho visto la casa di Multatuli, l’autore del vostro classico Max Havelaar: nella biblioteca c’è una sua copia annotata de I promessi sposi di Manzoni. Mi hanno detto che detestava l’Italia perché la prima moglie se ne andò con un italiano”.
“Ma non tutti i nostri scrittori detestano l’Italia. Ce n’è uno che da anni vive da voi e ha scritto un libro che stanno leggendo tutti, si chiama La Superba: racconta della poesia di questa vecchia città di mare, piena di strade misteriose e palazzi aristocratici, abitata da gente di ogni tipo. È molto divertente, a tratti drammatico, e anche un po’ erotico”.

Strano. Di solito gli stranieri, soprattutto se hanno un po’ di cultura, quando vengono in Italia scelgono le grandi città d’arte: Roma, in cerca di una dolce vita fuori tempo massimo; Venezia, perché sarà vero che vedi Napoli e poi muori, ma è indubitabile che Thomas Mann di morte se ne intendeva; Napoli, perché alla fine è la quinta essenza dell’italianità; Palermo, perché se proprio si deve andare a Sud, che si vada il più possibile a Sud; perfino Milano, che è moderna, anche troppo, non sta mai ferma, ma accoglie tutti; Torino è stata capace di far uscire di senno Nietzsche (per un nordico meglio non osare troppo); Firenze non va neanche presentata, è il Rinascimento.
Ma Genova? Fioca presenza nelle memorie di un poeta laureato col Nobel che ormai l’aveva lasciata per altre strade, luogo di partenza per cantanti e comici che l’hanno celebrata con un misto di rispetto e rancore per l’atteggiamento mai facile, cassaforte di un Impero barocco ormai morto e sepolto. E metropoli spopolata e deindustrializzata, prima di tutte le altre e più di tutte le altre. Cosa può aver spinto mai uno straniero ad appendere il cappello a Genova negli anni 2000?

2017: dalle parti della Città vecchia
Ormai il mio trasferimento tra i caruggi era cosa fatta. Iniziavo a seguire i corsi presso via Balbi e a volte mi chiedevo se quello scrittore fosse ancora per queste vie che salgono e che scendono, difficili da percorrere per uno che viene dalla pianura e per chi va in bici, figuriamoci per un olandese. Un giorno lo vidi, seduto composto al tavolino di un bar.
“È lei Leonard Pfeijffer?”
Annuì. Era arrivato a Genova dieci anni prima pedalando in bicicletta verso Roma (sono pazzi questi olandesi): fu una folgorazione. Prima volle restare qualche mese, poi ancora un po’, alla fine imparò l’italiano e iniziò a scrivere di questa vecchia maliarda dove il mare incontra le Alpi. La Superba uscì nei Paesi Bassi e fu un successo. Venne tradotto in inglese e infine arriva sui nostri scaffali grazie al lavoro della casa editrice Nutrimenti con la traduzione di Claudia Cozzi. La scelta è stata azzeccata: dopo una affollatissima presentazione a Palazzo Ducale per il Genova Book Pride, il libro è arrivato tra i finalisti del Premio Strega Europeo 2019 (il vincitore, alla fine, è stato David Diop).

2019, Salone del Libro di Torino

Si può dire che è uno scrittore con una carriera alle spalle, ma al contempo un giovane scrittore esordiente, visto che ha una seconda vita qui in Italia.

Ma mi stai lusingando. Non sono mica così giovane… Sono giovane nel senso che le mie opere migliori le devo ancora scrivere. Sì, La Superba è il mio primo romanzo tradotto in italiano. Ed è di nuovo anche un esordio. Ricominciare da zero per conquistare un pubblico.
Che è molto divertente.

Non è la prima volta opera che ha a che fare con l’Italia: già nel 2008 aveva scritto per il teatro Malpensa. Potrebbe spiegare al pubblico italiano come mai una sua opera porta il nome di un noto aeroporto lombardo?

Malpensa è stata una pièce teatrale per due attori che ho scritto per una compagnia de L’Aja che si svolge totalmente in questo aeroporto prototipico, direi. Ho scelto Malpensa perché c’è anche questo significato del nome, che magari deriva dal pensare male. Poi Malpensa è anche un aeroporto tremendo… nel senso negativo. Mi sembrava giusto ambientare lì questa pièce. Ho scritto dell’Italia anche in altri libri: per esempio nel mio romanzo La vita vera (Het ware leven, ndr), uscito nel 2006 se mi ricordo bene, anche lì c’è tanta Italia. Parte della storia è ambientata a Napoli addirittura.

Prima di arrivare a Genova grazie a quel famoso viaggio verso Roma, c’era già qualcosa che amava particolarmente dell’Italia?

Ma sì, sì! Non è stata mica la prima volta che sono venuto in Italia. C’è sempre stato qualcosa nell’aria, qualcosa che non riesco a definire, che mi ha dato questa sensazione di sentirmi a casa. E avevo sempre pensato di acquistare magari un giorno una seconda casa in Italia. Era un’idea che mi ronzava in testa, e a un certo punto ho dovuto prendere una scelta drastica, mi sono trasferito.

S’è rovinato…

Eh, sì.

Anni fa scoprii il suo libro all’estero da viaggiatori olandesi, e spesso ho notato persone che lo leggono nei luoghi dove è ambientato. Lei per caso grazie a questo libro nei Paesi Bassi è diventato l’esperto dell’Italia?

Sì, ogni tanto mi chiamano. Sono anche reo di questo crimine: sono responsabile di un piccolo flusso di turisti che vengono a Genova per aver letto il mio libro. E poi, sì, i media olandesi mi sanno trovare se capita qualcosa che tocca Genova. Ad esempio, la tristissima vicenda del ponte Morandi: è stata un’esperienza molto strana… Ero impressionato da quel crollo, come tutti, però dovevo proprio lavorare, perché mi chiamavano dall’Olanda tutti i programmi radiofonici e televisivi.

Ha fatto anche un documentario su Genova.

Sì, ho avuto il piacere di lavorare per V Pierrot: un canale televisivo di qualità che era interessato a fare un documentario proprio sul tema de La Superba: la migrazione a Genova. Allora abbiamo fatto un documentario su Via di Prè, praticamente. Il documentario si intitola Via Genova. E’ stata un’esperienza estremamente interessante perché mi ha dato di nuovo l’opportunità di aggiornare il mio sguardo sulla città e di parlare con tante persone. Il regista ha fatto un bel lavoro. Abbiamo fatto un bel documentario.

Poco fa ha usato un termine come reo, che dimostra una buona conoscenza della lingua italiana. Ha scritto che “l’italiano è una lingua per bambini che sa di riso col burro e zucchero”. Perché? L’italiano ha influenzato anche la sua scrittura?

La citazione viene dall’inizio del libro. Ne La Superba c’è questo narratore che mi assomiglia un po’ e che è appena arrivato in Italia. Volevo proprio sottolineare la sua posizione da estraneo, di outsider. Così all’inizio del libro ho messo apposta un po’ di cliché, un po’ di malintesi: lui ha uno sguardo nordico sull’Italia e sulla lingua italiana. Che poi mano a mano nel libro cambia. E alla fine comprendiamo che tutto quello che pensavo di aver capito è in realtà totalmente diverso.

Il libro contiene diverse storie intrecciate nella trama: ad esempio le donne, l’amicizia (come nel caso di Don), e anche il potere, con i solidi rapporti all’oscuro che ci sono in una città come Genova… Che scelte ha fatto per la struttura del romanzo?

La mia idea iniziale era di scrivere un romanzo labirintico come il centro storico di Genova. E una delle caratteristiche del centro storico di Genova è che è un luogo abitato da tante persone diverse. Volevo riempire il mio libro di tanti caratteri, tutti radicalmente diversi tra di loro. Personaggi memorabili, come il Don. Poi, se ci pensi bene, ognuno di loro, almeno tra i personaggi principali, ha in comune una certa tensione: un giorno hanno sognato di trovare una vita migliore altrove. Allora ho anche scelto come costruire i personaggi in base al loro possibile legame con la storia della migrazione.

Perché le donne di Genova sono così particolari, sono superbe? Ha scritto che “hanno grandi occhi consapevoli, sguardi ardenti e sdegnosi. Non riconoscono nessun superiore. Quando parlano, cantano, e quando tacciono, recitano poesie”.

Non so se tutte le donne genovesi sono proprio così! Ma mi serviva per il romanzo. La ragazza più bella di Genova è una protagonista del libro, diventa lei stessa la Superba. Lo è nel doppio senso della parola: Genova la Superba è una città magnifica come la intendeva Petrarca quando ha dato questo epiteto alla città. Ma è anche superba nel senso negativo: una città orgogliosa e impenetrabile. E anche la ragazza più bella diventa così: si chiude al protagonista, che in questo caso è chi viene da fuori.

Genova ha una sua mitologia complessa. La storia di Vachero, ad esempio, l’aristocratico che voleva tradire la sua città per farla invadere dai Savoia. Oppure quella del soldato crociato, originario del Nord Europa, che passa per Genova e che morirà in Terra Santa odiando la Repubblica Marinara. Quel soldato è un suo antenato, in un certo senso?

No, non direi così. Quella storia, la storia delle crociate, per cominciare doveva esserci. Perché fa capire come Genova, città alle spalle di un grande porto, è sempre stata un luogo di partenza e arrivo. E da lì sono addirittura partiti per liberare la Terra Santa. E adesso i musulmani che arrivano ad abitare i caruggi vengono qua e si trovano nella stessa città. Se ci pensi è un paradosso che bisognava testimoniare. E poi questa storia spiega anche i ratti, che furono l’origine della peste. È una metafora che connette anche tanti temi del libro.

Quanto le è utile parlare con le persone? Lo chiedo perché ricordo che dopo una vita di duri lavori tra gli operai illetterati praghesi, Bohumil Hrabal riuscì a sfruttare le sue esperienze e la sua dote di scrittore raccontando quel mondo così diverso da lui ed ebbe successo. Ma fu smascherato, perciò disse: “Sono finito. Quei tipi hanno sentito parlare dei soldi che intascherei per trasferire sulla carta le loro storie, e adesso appena entro in un’osteria non faccio altro che sentire «Eccolo, il grande scrittore! Vuole guadagnare altre mille corone solo standosene seduto con le orecchie tese!» e ammutoliscono e guardano nel boccale con espressioni tetre. Sì, sono finito”.

Ma spero di no! Devo ammettere che la professione dello scrittore ha molto in comune con la professione del ladro. I ladri sono i nostri colleghi. Dopo aver detto questo, spero di aver scritto anche un’ode a Genova. Una dichiarazione d’amore. Spero anche di ridare qualcosa per tutto quello che ho rubato alla città.

Potrebbe avere uno seguito questo romanzo? Alla fine il destino del protagonista lascia delle questioni aperte…

Chissà, non lo so. Devo ancora pensarci.

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