Joyce Carol Oates – Ho fatto la spia | Primo Piano

La mia vita di topo

di Paolo Armelli

Joyce Carol Oates
Ho fatto la spia
ed. orig. 2019, trad. dall’inglese di Carlo Prosperi,
pp. 416, € 19,
La nave di Teseo, Milano 2020

C’è una qualità intrinseca nella scrittura di Joyce Carol Oates, che si attesta nelle dimensioni sempre consistenti dei suoi libri così come nella frequenza con cui ne pubblica: la scrittrice ottantaduenne scrive ancora oggi a ritmo incessante, non per eccesso di vuota verbosità bensì per una capacità inesauribile di esplodere universi, soprattutto sociali e psicologici, a partire da ogni fatto della vita umana. Lo stesso accade in Ho fatto la spia, romanzo pubblicato nel 2019 in patria (ne sono seguiti nel frattempo altri due) e arrivato anche da noi di recente grazie a La nave di Teseo. La storia di per sé potrebbe riassumersi in poche parole: Violet Rue Kerrigan, ultimogenita in una famiglia proletaria di origini irlandesi, viene a sapere che due dei suoi fratelli, Jerome jr e Lionel, hanno commesso un orribile crimine nei confronti di un ragazzo afroamericano e, nonostante tutto e tutti le intimino il silenzio, si fa sfuggire una confessione che condannerà i giovani al carcere. Allontanata con sdegno dalla famiglia, viene data in affido a una zia amorevole, ma questo non la proteggerà da una giovinezza segnata dalla cattiveria dei coetanei, dagli abusi da parte di quegli stessi adulti incaricati di proteggerla e da una confusione di sentimenti e intenti che la porterà a dover combattere sempre contro il suo peggior nemico: se stessa. Perché Violet dovrà scacciare a lungo le voci che animano le sue paure e le sue insicurezze, come l’etichetta di “topo” che la perseguita fin da piccola (e My Life as a Rat è in effetti il più pregnante e meno infantile titolo originale).

Attorno a questa vicenda minima, a questi brevi ma irrimediabili attimi di crisi Oates costruisce un tessuto drammatico dalle cui maglie è impossibile sfuggire: condannata di infelicità in infelicità, Violet non cessa di aggrapparsi all’amore che ha per la sua famiglia di origine, fin troppo idealizzata, e a un’innocenza che la spinge, e quasi le impone, costantemente di riprovarci, di ricucire quello strappo che di continuo l’allontana dalla serenità. Di fondo la ragazza è un’illusa, eppure questa sua caratteristica le servirà da arma ultima di autoconservazione, fino a che – in un riassestamento finale forse fin troppo stucchevole – si accorgerà di aver perso irrimediabilmente la famiglia d’origine ma di averne trovata una nuova, seppur sgangherata e in fieri (di cui fa parte anche un bulldog francese tendente all’incontinenza).

Ma, come sempre nei romanzi di quest’autrice, la vicenda non si riduce solo a una parabola personale: attraverso il dramma di Violet, Oates ci racconta quello più ampio di una nazione intera, gli Stati Uniti, dove ci sono ancora oggi delle vittime conclamate – le donne, le persone di colore – e dei carnefici tanto evidenti quanto ancora spesso impuniti, gli uomini bianchi. Ho fatto la spia potrebbe quasi passare per un trattato romanzato di mascolinità tossica: i fratelli della protagonista, prima di mandare fuori strada e ammazzare di botte il malcapitato Hadrian Johnson (“indossava un cappuccio, aveva un fare sospetto”, si legge qui e in tanti fatti di cronaca realmente accaduti), avevano abusato di una ragazza con problemi mentali, cavandosela con una settimana di sospensione e il dubbio che lei se la fosse cercata; il professore di matematica, presso la cui casa Violet ha sempre strane sonnolenze, afferma che le donne non sono portate per le scienze e che è ora di tornare a purificare la razza; l’ambiguo dottor Orlando Metti, fra le cui braccia la ragazza spera finalmente in qualche protezione, è tanto generoso quanto grandi sono le sue manie di controllo. Non sono caricature demonizzate, quelle di Oates, sono personaggi maschili compiuti, sfumati, realistici: anche il padre di Violet, pugile e veterano del Vietnam, che controlla i suoi cari con una volontà di ferro e altrettanto dura riprovazione, è una maschera di dolore, arroganza e contraddizioni. Invece molti dei personaggi femminili – la madre impotente, la zia che sceglie di rimanere col marito laido, la sorella cinica e pettegola – sono riflessi, mai davvero centrali e messi a fuoco, di una società che non fa che interiorizzare la colpa e la prevaricazione.

Anche Violet non riesce a viversi se non attraverso i giudizi e le aspettative che le rifrangono addosso gli altri: è figlia ingrata, è topastra orrenda, è donna delle pulizie truffaldina. In questo poi la scrittura di Oates si fa mimetica e stratificata, sovrapponendo racconto in prima persona, voci altrui interiorizzate, stralci di dialoghi e ricordi. E se Violet al lettore arriva come crogiuolo di pensieri, lei invece si riduce al proprio corpo, al suo viso (secondo lei, secondo gli altri) sgraziato, a quella “morbida, sinistra, vistosa cicatrice” all’attaccatura dei capelli, al farsi prendere le misure. Finché non deciderà che le ferite che l’hanno definita da sempre vanno lasciate da parte, così come va abbandonato quel “perverso orgoglio per il tuo volto segnato”.

p.armelli@yahoo.it

P. Armelli è critico letterario