Keith Gessen – Un paese terribile

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recensione di Ettore Ventura

Keith Gessen
UN PAESE TERRIBILE
trad. dall’inglese di Katia Bagnoli
pp. 349, € 21,00
Einaudi Torino 2019

Dopo il folgorante esordio con Tutti gli intellettuali giovani e tristi, in cui Gessen indagava il modello di maschio americano medio, con il suo secondo romanzo lo scrittore sposta la sua attenzione alla Russia, sua madrepatria. Insieme al suo protagonista Andrej, fresco di dottorato in letteratura russa, Gessen presenta un personaggio che, pur nascendo dalla sua esperienza autobiografica, assume la caratteristica di ponte tra due culture. L’innesco del libro è dato dalla malattia della nonna, di cui Andrej deve prendersi cura. Come lo stesso Gessen, infatti, Andrej è nato a Mosca, ma tutta la sua famiglia è emigrata negli Stati Uniti. Tutti a parte la nonna, ormai rimasta sola con l’Alzheimer.

Con il ritorno in patria, Andrej spera di sfruttarla per frasi raccontare della vecchia Unione Sovietica, la Grande Madre Russia delle sue fantasie. In questo modo pensa di raccogliere materiale per un articolo con cui dare una svolta alla sua carriera accademica, che non sembra avere grandi prospettive. Invece, ironicamente, la nonna pare non ricordarsi nulla e non fa altro che ripetergli di andarsene via da «questo paese terribile». La Russia di Putin viene raccontata attraverso le descrizioni dei luoghi e dei tanti personaggi che Andrej incontra, ma coi quali puntualmente non riesce mai a relazionarsi. Con uno stile diretto e quasi giornalistico, Gessen dipinge un paese che è passato da una dittatura politica a una dittatura di tipo economico, e ormai perduto nel consumismo. La solitudine in cui il protagonista sprofonda è dovuta ad una mancata integrazione: lui è un giovane emigrato con vaghi ricordi di una passata infanzia a Mosca, mentre la nonna è il correlativo quell’Unione Sovietica che è ormai stata dimenticata. Tutti gli altri rappresentano la nuova Russia, dove non c’è più posto per una vecchia sopravvissuta, né per un ragazzo estraneo pieno di domande.

Nonostante tutto, Andrej a un certo punto si innamora e la situazione si ribalta. Conosce, grazie alla giovane Julija, un gruppo di attivisti socialisti, coi quali stabilisce un rapporto ed esce dallo stato di reclusione forzata che condivideva soltanto con la vecchia nonna. Si apre così un ritratto nuovo, più realistico e quasi positivo di questo paese tanto controverso: «era incredibile la quantità di cose che avevo in comune con loro, e lo capivo solo ora. Anch’io come loro ricordavo questo  mondo sovietico della loro e della mia infanzia. Ne avevano nostalgia, in un certo senso, proprio come ne avevo io». Apprezzatissimo da Paolo Nori, grande conoscitore della letteratura russa, Un paese terribile è un libro amaro eppure allo stesso tempo leggero. Può funzionare bene da strumento per comprendere le dinamiche di un paese in profonda trasformazione, accompagnando il lettore come un romanzo di intrattenimento. La Russia degli ultimi dieci anni è diventata una realtà molto indagata dalla letteratura, e Gessen è senz’altro uno degli interpreti più interessanti e smaliziati della cosiddetta nostalgia sovietica.

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