Kenzaburō ōe – La foresta d’acqua

Tre romanzi in uno, trascinati dalla corrente

di Massimo Rizzante

Kenzaburō ōe
La foresta d’acqua
ed. orig. 2009, trad. dal giapponese di Gianluca Coci,
pp. 480, € 25,
Garzanti, Milano 2019

Kenzaburō Ōe, dalla pubblicazione negli anni sessanta del secolo scorso di Un’esperienza personale (1964, Corbaccio 2005) e di Il grido silenzioso (1967, Garzanti 1996), pratica quel che in giapponese si chiama watakushi shosetsu, una forma romanzesca nata durante l’era Meiji agli inizi del XX secolo, dove le avventure personali del protagonista riflettono gli avvenimenti realmente vissuti dall’autore che, di solito, narra alla prima persona. Si potrebbe dire che i giapponesi hanno scoperto quasi un secolo prima quel che in Francia e un po’ dovunque chiamiamo da circa tre decenni autofiction. Solo che la loro prospettiva era completamente diversa rispetto alla nostra: laggiù, sotto l’influenza del realismo e del modernismo occidentali, si desiderava imporre per la prima volta la voce di un individuo concreto e una lingua prossima all’esistenza, mentre da noi i romanzieri, perduta ogni fiducia nell’arte di sondare l’esistenza attraverso i personaggi, hanno pensato bene di piazzare se stessi al centro dell’arena romanzesca come ultimi bastioni della “verità individuale”. Così facendo, hanno aumentato l’inquinamento narcisistico del nostro mondo. Cosa che non è avvenuta in Giappone dove la nozione di individuo, dopo più di un secolo di watakushi shosetsu, è ancora un problema. In La foresta d’acqua (uscito in patria nel 2009), il detonatore della storia è ancora una volta un episodio traumatico della vita del romanziere: nel 1945, tentando di fuggire con una piccola barca lungo un fiume in piena, il padre trova una morte prematura per annegamento. L’opera si apre con il protagonista, un vecchio scrittore di nome Choko Kogito (alter ego di Ōe, presente in molti dei suoi romanzi precedenti), che vive a Tokyo con la moglie Chikashi e Akari, un figlio gravemente handicappato, mentre riceve una telefonata dalla sorella Asa che lo invita a passare un po’ di tempo nel suo villaggio natale immerso nella foresta dello Shikoku.

L’occasione è il decennale della morte della madre e la consegna di una preziosa valigia di pelle rossa, appartenuta al padre. Fin da bambino Kogito ha un sogno ricorrente alla cui origine, ne è sicuro, c’è qualcosa che ha sperimentato quando aveva dieci anni: la “morte per acqua” del padre. Il piccolo Kogi è lì, rivede ogni volta il padre trascinato via dalla corrente, rivede la valigia di pelle rossa che porta con sé e in alto, sospeso in aria, il suo amico immaginario, che come lui si chiama Kogi e con cui ha condiviso gran parte dell’infanzia. A vent’anni si imbatte in una poesia di T. S. Eliot di cui gli rimane impressa una quartina (che troviamo in epigrafe all’inizio dell’opera): “Una corrente sottomarina / Gli spolpò le ossa in bisbigli. Come affiorava e affondava / Traversò gli stadi dell’età matura e della giovinezza / entrando nel vortice”. Da quel momento il giovane Kogito sa che dovrà scrivere il “romanzo dell’annegamento” e che sarà probabilmente l’ultimo della sua lunga carriera. Kogito, come il suo creatore Ōe, concepisce la costruzione di un’opera romanzesca a partire da alcuni versi poetici: la poesia, infatti, è la parola che in modo misterioso dà senso alle nostre azioni, ai nostri pensieri, alle nostre vite; tutta l’opera romanzesca perciò si trasforma in una sorta di commento in prosa che, attraverso continue ripetizioni e variazioni – che prendono la forma di ricordi, di sogni, di miti dell’arcaica religione shintoista di cui la valle dello Shikoku è ancora imbevuta – torna sul testo poetico allo scopo di comprendere il codice esistenziale dei personaggi: del protagonista, del padre, della madre, della sorella, del figlio Akari e di tutti gli altri. Tuttavia, alla fine, questo “romanzo dell’annegamento” non verrà mai scritto. Infatti, la “valigia di pelle rossa” non contiene alcun documento interessante sulla vita e sulle ragioni della morte del padre. Si tratta di un fallimento. E il romanzo che leggiamo è anche la storia di un romanzo che non si riesce a scrivere e che causerà a Kogito una depressione costellata da gravi crisi di vertigine. Ma ecco che parallelamente a questo romanzo che non si riesce a scrivere, ne appaiono almeno altri due, strettamente legati al primo.

Una volta giunto nello Shikoku e installatosi nella Casa della foresta, Kogito incontra una compagnia d’avanguardia che desidera adattare per il teatro la sua opera romanzesca. Se non si riesce a portare a termine un romanzo, forse la soluzione è quella di far partecipare al suo interno altre forme d’arte? Il teatro, la poesia di Eliot, la musica del figlio Akari che fa sottofondo, con quella di Beethoven, a tutta la narrazione? Il cinema? Come se Ōe volesse trasformare la sua opera in un simposio dove tutte le arti, e le loro tecniche, sono convocate per meglio illuminare i personaggi. Dopo il fallimento del “romanzo dell’annegamento”, la giovane attrice e regista Unaiko, la sua amica Ricchan e la sorella Asa, che ha deciso in tarda età di gettarsi in una nuova impresa (siamo nella seconda parte dell’opera intitolata significativamente La supremazia femminile) non si danno per vinte e convincono Kogito a scrivere una versione teatrale di una sua vecchia sceneggiatura per un film – mai uscito nelle sale giapponesi – intitolato La madre di Meisuke sul campo di battaglia, incentrato, tra mito e storia, su due insurrezioni contadine capeggiate quasi esclusivamente da donne. Anche questo progetto fallirà. Il “metodo” di Unaiko che prevede la messa in scena cruda e realistica dello stupro finale della madre di Meisuke – la scelta teatrale di Unaiko nasce da una violenza sessuale (con conseguente aborto) subita da adolescente – vedrà l’opposizione dei gruppi nazionalisti e in particolare dello zio di Unaiko, alto funzionario ministeriale, che giungerà a sequestrarla. E il terzo romanzo dentro questo romanzo che possiede la forma simbolica dell’infinito?

È quello di Daio, il più romanzesco. Sarà lui, il vecchio privo di un braccio, allievo del padre di Kogito e vero testimone di quanto accaduto quella lontana notte del 1945 lungo il fiume in piena nella valle dello Shikoku a compiere un gesto tanto tragico quanto catartico rispetto a tutti i fallimenti vissuti, ricordati o solo sognati dai personaggi di La foresta d’acqua. E a segnare, attraverso la fedeltà al suo maestro trascinato via dalla corrente – una fedeltà antica di secoli e che prevede il suicidio sacrificale –, i confini ambigui di un Giappone che ancora fluttua tra emancipazione individuale e assoggettamento comunitario, come direbbe Kogito alias Ōe, a forze antidemocratiche.

massimo.rizzante@unitn.it

M. Rizzante è scrittore e insegna letterature comparate all’Università di Trento