Marina Jarre – La casa rosa | Dall’archivio

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La casa rosa

di Marina Jarre

dal numero di dicembre 2016

Il racconto inedito che pubblichiamo in queste pagine per gentile concessione degli eredi, ai quali va la nostra gratitudine, è uno degli ultimi scritti da Marina Jarre prima della morte, avvenuta a Torino il 3 luglio 2016. È un racconto sul tempo, che sembra però non toccato dal tempo; perché nella voce della protagonista, che rievoca le estati trascorse da bambina nella casa dei nonni in Sardegna, risuonano la stessa freschezza lapidaria e la stessa inventiva piena di grazia e di ironia dei primi libri della scrittrice, in particolare del romanzo Negli occhi di una ragazza (1971). Alle soglie dei 91 anni (era nata a Riga, in Lettonia, il 21 agosto 1925 da padre ebreo e madre italiana valdese), Marina Jarre era rimasta fedele non solo al suo stile ma anche e soprattutto a quell’atteggiamento verso la vita che spinge la protagonista della Casa rosa a raccontare una sua misteriosa e inquietante avventura d’infanzia: “non m’importa delle storie, mi è sempre importato delle persone e dei loro segreti”.

Le persone e i loro segreti sono stati la materia narrativa prediletta di Marina Jarre fin dal romanzo d’esordio, Monumento al parallelo, uscito nel 1968 e riedito quattro anni dopo col titolo Un leggero accento straniero, dove un ex nazista racconta la propria integrazione riuscita nella società italiana del dopoguerra. Anche se stessa, perfino i suoi segreti più dolorosi sono passati dal setaccio del racconto: su tutti la fuga da Riga a Torre Pellice nel 1935 con la madre e la sorella, che la sottrasse al massacro degli ebrei lituani dove morirono invece il padre e l’altra sorellina Irene. Alla sua identità vissuta, quella valdese, Marina Jarre ha dedicato il romanzo storico Ascanio e Margherita; alla sua identità fantasma, quella ebraica, il suo libro più difficile e forse più importante, quel Ritorno in Lettonia nel quale la rimozione personale viene forzata con implacabile delicatezza insieme alla rimozione collettiva.

Non ho mai imparato a nuotare, non ho mai imparato a leggere. A un certo momento, non so quale, nuotavo, a un certo momento, non so quale, leggevo. Non ricordo il momento.

Mi pare che sempre, proprio ogni mattina, quando andavamo in Sardegna – al paese di mamma, alla casa dei nonni – scendevo al mare, subito, appena alzata, per una nuotatina. All’ombra, nel cortile dietro casa, leggevo un libro di fiabe, a ripensarlo oggi mi sembra un po’ noioso, ma non ricordo di avere mai incominciato a leggere. Non so quando e come, un certo giorno, non so quale, nuotavo, e, così, un certo giorno leggevo.

Avevo, forse, quattro o cinque, sette anni, nove anni, non ricordo, mi pare di avere avuto sempre la stessa età finché mi sono venute le mestruazioni a tredici anni e mezzo, più tardi che alle cugine. Ero, d’altronde, più piccola di loro, larga di spalle, niente vitina, e tanto meno vitino, dicevano le cugine, tozza, mamma mia, questa bambina sembra un maschio, diceva la zia Carmen. A me non importava, me ne infischiavo, piacevo alla mia mamma che mi baciava tutta dopo la doccia della sera mentre mi asciugava. Al mare, la doccia me la faceva in cortile con la pompa. Mi insaponava dalla testa ai piedi, poi mi sciacquava, io strillavo per l’acqua fredda, ma ridevo anche. Anche lei rideva.

“Selvaggia”, diceva la zia Carmen, che era la moglie dello zio Pedru, “selvagge”.

Lei non si lavava in cortile. D’altronde, stava in casa e non nella roulotte come noi. In casa c’era un bagno dove arrivava poca acqua, mentre noi, in cortile ne avevamo molta. Ma lei ci teneva a stare nella casa che era dei nonni e lei era la nuora perché lo zio Pedru era suo marito e avrebbe ereditato la casa e lei – per finire ce l’ha fatta, diceva la mia mamma e rideva – aveva dato un erede alla famiglia. L’erede era il mio cuginetto Migheddu.

Lei non era sarda. Cioè della Sardegna come la mia mamma, era italiana, diceva il mio nonno Migu, italiana come il mio papà. Anzi, per essere precisi (“per essere precisi”, ripeteva spessissimo la mia maestra, “per essere precisi, non è proprio sufficiente, ma nemmeno insufficiente”) non era per intero italiano neppure lui, era piemontese ed era prudente. Troppo prudente, lo burlava la mia mamma e ridacchiava quando il mio papà entrava in mare, rialzandosi i calzoni sui polpacci per non bagnarli. Lei, in acqua, non entrava nemmeno. “Il mare è per i pesci”, diceva il nonno Migu. La zia Carmen era napoletana, non era per intero italiana neppure lei. Quando ero piccola non c’erano, in realtà, molti italiani in Italia checché ne dicesse il nonno Migu, eccettuata la mia maestra che era di Vercelli ma era italiana perché quando l’avevano nominata maestra di ruolo aveva giurato fedeltà alla repubblica ed era diventata italiana. Lo ripeteva mentre con la bacchetta toccava la carta dell’Italia – sia quella fisica che quella con le città – e ci insegnava geografia. Si era commossa e quasi aveva pianto quando per passare di ruolo aveva giurato fedeltà alla repubblica. “La repubblica”, diceva il mio nonno Migu, e rideva a bocca aperta, tal quale la mia mamma. Altrimenti stava pressoché zitto, tal quale la mia mamma.

Io ero italiana, perché siccome la mia mamma era sarda e il mio papà piemontese, era più semplice essere italiana. E, del resto, non capivo né quando parlavano sardo, né quando parlavano piemontese. L’italiano lo capivo benissimo. E lo parlavo sempre, anche in Sardegna. “La piccola italiana”, diceva il nonno Migu e penso che volesse prendermi in giro, ma io me ne infischiavo ed ero contenta quando facevo i temi in quinta e prendevo un buono o un discreto. Una volta un ottimo – ero in prima media ormai – ma lo racconto poi. Insomma ero contenta di essere italiana.

Il mio cuginetto Migheddu non parlava nessuna lingua, era muto di solito, eccetto quando chiedeva la merenda e quando gridava (in napoletano o in sardo, non si capiva) perché lo volevano lavare, ma ci si intendeva benissimo. Lui era tozzo come me, aveva le spalle larghe e i piedi grandi. Come me. Tutti e due avevamo i capelli neri e ricci e non ci scottavamo mai al sole. Ci piaceva il sole; il pomeriggio, mentre i grandi – gli adulti mi aveva corretto in un tema la maestra – gli adulti, insomma, si facevano la pennichella, noi, Migheddu ed io, in braghette al gran caldo, cercavamo la biscia nel suo buco. Infilavamo un bastone nella fessura sotto il piccolo marciapiede – lei stava rintanata là dentro, davanti alla porta della cucina – e tentavamo di ammazzarla. Non ci siamo mai riusciti, chissà dove finiva il buco. Lei usciva di giorno perché le piaceva prendere il sole, pensavo, ma lo zio Pedru che la chiamava colovra – o qualcosa di simile – diceva che di giorno andava a caccia e che la notte dormiva. La biscia aveva la schiena nera e la pancia verde. Non era un serpente, era un animale domestico. Questo lo affermò un pomeriggio lo zio Pedru quando, uscito all’improvviso dalla cucina, ci sorprese che infilavamo il bastone nella buca. Lui era in mutande, dietro di lui si era fermato sulla soglia il mio papà, non era in mutande, era senza camicia ma indossava i calzoni. Non l’ho mai visto in mutande. Quando lo zio Pedru disse che la biscia, la colovra – o qualcosa di simile – era un animale domestico e bisognava lasciarla tranquilla, il mio papà aveva detto, a bassa voce: “Non esageriamo”.

Quando il mio papà diceva a bassa voce “non esageriamo”, aveva ragione. Difatti quando diceva “non esageriamo”, la mia mamma lo abbracciava, e diceva “certo, certo”, ma ridacchiava, direi “sotto i baffi” anche se lei, si capisce, i baffi non li aveva. Nel mio dizionario accanto a “sotto i baffi” sta scritto “di nascosto”. In questo caso, però, non era esatto, la mia mamma non faceva mai nulla di nascosto; però allora non guardavo ancora il dizionario e dicevo “sotto i baffi”.

Il mio papà non soltanto di solito aveva ragione ma sapeva quasi tutto. Persino l’inglese. Mi ha insegnato a contare. Non so quanti anni avessi, la mia mamma era molto fiera di me, però quando aveva detto alla zia Carmen, la nostra Giannina (ero io) sa già contare, è tanto intelligente, il mio papà aveva detto “non esageriamo”. Quella volta la mia mamma non aveva detto “certo, certo”, ma aveva alzato le spalle e aveva gonfiato le gote e fatto un soffio con le labbra, questo significava “uffa”. Dunque ero molto intelligente, almeno secondo lei. E, credo, secondo il mio cuginetto Migheddu che mi lasciava decidere i giochi da fare. “Fai tu”, diceva, ed io decidevo. Così, il gioco dell’ammazzare la biscia l’avevo inventato io, la colovra l’avevo intravista – era scappata subito – un pomeriggio, che prendeva il sole su una lastra in cima al mucchio di pietre nel cortile. Faceva schifo.

Migheddu, in genere, mi ubbidiva, anche se era un po’ fifone. La prima volta che ero saltata oltre la siepe del giardino intorno alla casa rosa per andare a vederla proprio da vicino, lui era rimasto di là. Chissà di che cosa aveva paura, non ci stava nessuno nella casa rosa. Ero curiosa, però, di scoprire tracce di qualcuno che magari ci aveva abitato, perché i grandi, gli adulti, insomma, quando parlavano della casa non ne parlavano per davvero. Abbassavano la voce, e quasi sussurravano.

“Tetto da pazzi”, aveva sussurrato il nonno Migu.

“ Già…”, aveva sussurrato lo zio Pedru.

“Raccoglie la pioggia”, aveva aggiunto il nonno.

“Marcirà”, aveva sussurrato lo zio e sembrava contento.

Il mio papà non aveva detto “non esageriamo”, ma aveva mormorato “l’avrà disegnato un geometra”.

Ce l’aveva su con i geometri perché l’amministratore della nostra casa di Torino – la casa dove affittavamo l’appartamento – era un geometra che firmava con “dott.” davanti al proprio cognome e non ne aveva diritto.

“Non sono più venuti a rassettare”, aveva osservato ad alta voce la zia Carmen.

Siccome parlava sempre ad alta voce non si poteva mai capire se chiedeva o affermava.

“Sono venuti”, aveva sussurrato il nonno.

Poi si erano taciuti tutti. La casa rosa era la casa a sinistra della nostra, guardando verso il mare, costruita come la nostra sul bordo del rialzo sterposo che, appena accennato, si alzava dalla spiaggia in lieve china verso l’interno. Non c’erano altre case vicine, né oltre la casa rosa, né di là dalla nostra, a destra. Soltanto, lontano, a destra, sempre guardando verso il mare, c’era una piccola casa dietro il costone che saliva dalla spiaggia verso una collinetta, ne spuntava appena il tetto; il costone e la collinetta erano fatti con i detriti della cava di pietra, diceva lo zio Pedru. Non erano “naturali”.

Mi ero guardata il tetto della casa rosa; in effetti non era un tetto, erano due tetti inclinati verso una base interna comune. Ma non era l’unica cosa strana della casa rosa. C’erano finestre ovunque e soltanto due porte (sembrava). Piccole (sembrava), una al pianterreno, verso la stradina d’accesso, e l’altra sul balcone al primo piano. Nella casa dei nonni c’erano tre porte al pianterreno e nessuna di sopra perché non c’era un primo piano con il balcone ma una stanza “soffitta” dove dormiva il nonno. Quando dormiva.

“Non dormo mai”, affermava.

Non dormiva, ma il pomeriggio durante la pennichella russava così forte che sembrava che la casa tremasse. La casa non era grande, l’aveva costruita il nonno, senza permesso. Era abusiva, diceva a bassa voce il mio papà. Aspettavamo sempre che arrestassero il nonno, per “abuso”, appunto. Perciò lui e lo zio Pedru ce l’avevano su con la casa rosa. Era stata costruita con un permesso. “Speciale”, affermava il nonno, “arruffianato”. Arruffianato? Dovrei guardarlo sul dizionario, ma non ne ho voglia.

Non che m’importasse, infatti, del tetto o delle porte della casa rosa, e dei permessi “arruffianati”, quando ero saltata oltre la siepe volevo appunto – l’ho già detto – soltanto trovare tracce delle persone. Le persone m’importavano, tutte. Perché avevano dei segreti, tutti. Persino il mio cuginetto Migheddu aveva un segreto, un sacchetto attaccato al corpo, davanti, con dentro una cannuccia con la quale faceva la pipì. Si era rifiutato di farmelo vedere, il suo sacchetto, e siccome non parlava non mi aveva spiegato il suo “no”. Un giorno, non rammento quando, l’avevo sorpreso mentre faceva la pipì dietro l’oleandro, avevo intravisto il suo cosino e così non aveva più segreti. Dopo, ero preoccupata che mi crescesse un cosino anche a me; non so quanti anni avevo ma dovevo essere ancora molto piccola perché mi sembra di averlo sempre saputo che ero una bambina e che era più comodo essere una bambina, bella pulita davanti. Me l’aveva assicurato la mia mamma. Mi aveva però spiegato che un giorno sarei diventata una donna quando mi sarebbero venute le mestruazioni, il che, diceva lei e non rideva per nulla, non era comodo affatto, molto più scomodo che avere il cosino. Quando mi sono venute le mestruazioni è stato infatti un grosso fastidio, non potevo andare al mare nei primi giorni, non mi lasciavano.

Ma non ci siamo ancora, mi sono distratta dal mio racconto – sviata mi suggerisce il dizionario; “sviare”, mi piace – e sto ancora saltando oltre la siepe, quella che si trova davanti alla casa rosa. (Che si trovava, allora, perché, mi ha scritto il mio cugino Domenico che chiamavo Migheddu quando giocavamo insieme da piccoli, oggi la casa rosa non c’è più. Ci hanno costruito un albergo).

Ero saltata oltre la siepe davanti alla casa rosa, naturalmente di pomeriggio mentre gli adulti facevano la pennichella; era l’unica parte dalla quale passare per entrare nel giardinetto, dagli altri tre lati c’era un recinto molto alto di ferro e il cancello d’entrata che dava verso la straducola era chiuso a chiave.

Subito, appena toccato il suolo, sentii l’odore delle rose. So che dovrei scrivere il “profumo”, ma profumo non è la parola adatta. È troppo debole, troppo delicata. “Profumo evanescente”, ho scritto però nel tema per cui presi ottimo. Al mare, in Sardegna, in realtà non c’erano profumi, c’erano odori, buoni e cattivi, ma sempre così forti che ti penetravano non solo nel naso ma nel corpo intero. E in ogni odore ti sembrava di scioglierti, di diventare quella cosa che odorava, insomma. Non saprei come spiegarlo altrimenti.

Anche le persone, in Sardegna, avranno avuto, si capisce, ognuna il proprio odore. Ma siccome le persone parlano e si muovono non si bada soltanto al loro odore. Eccetto, ricordo, per il nonno Migu che sapeva del cuoio dei suoi stivali. Ma non soltanto, il suo odore era speciale, era un odore misto, fortissimo, di cuoio, di aglio e di baffi. Sì, proprio di baffi. Grigi e folti. Il nonno Migu era in pensione da guardia forestale. Da qualche parte in Sardegna c’erano foreste. Il nonno era nato vicino a Dorgali (ma in montagna, diceva lui, perché a Dorgali si poteva nascere anche al mare, sembra). Aveva costruito la casa al mare per fare un piacere alla nonna, che era di Oristano. La nonna era morta da sempre.

Ecco che mi sono sviata di nuovo. Dunque, ero saltata oltre la siepe ed ero entrata nell’odore delle rose. L’odore delle rose era insieme l’odore di tutte le rose piantate davanti alla casa, di quelle fiorite, di quelle già molto aperte, sul punto di sfiorire, di quelle in boccio e, “forse più intenso, predominante perché stava per svaporare, l’odore dei petali che mescolati al terriccio e alla ghiaia giacevano a strati intorno ai gambi”. Anche quest’ultima parte di frase l’ho ripresa dal tema di prima media per il quale avevo preso ottimo e avevo un po’ inventato; allora, in verità, non mi ero persa a fiutare, mi pareva di fare qualcosa di proibito, non mi sentivo proprio a mio agio. Avevo guardato in su e intravisto piuttosto alta sulla parete, proprio in mezzo, una grande, larghissima finestra serrata da più tavole nere di legno. Poi mi ero voltata, avevo scavalcato in fretta la siepe e raggiunto quel fifone di Migheddu che aspettava, seduto per terra dietro un cespuglio di mirto. “Embè”, aveva detto, che era il suo modo di farmi capire che non dovevo darmi delle arie e che lui non era un fifone. “Ci tornerò”, avevo detto io.

Però, di fatto, non provai a tornarci subito e neppure nelle settimane seguenti. Per l’odore troppo forte delle rose, credo. A ben pensarci quell’odore mi aveva richiamato in mente e nel naso il cimitero dove ero stata una domenica con la mamma a portare un mazzo di fiori alla nonna, quella che era morta da sempre, da quando, insomma, la mia mamma, molti anni fa, era stata piccola. Anche al cimitero c’era un odore fortissimo di fiori sfatti nella terra e la mia mamma era seria e aveva pianto. Non mi era piaciuto l’odore delle rose sotto la finestrona chiusa dalle tavole nere.

Poi, un pomeriggio, non rammento più se quell’estate o durante un’estate successiva, passando di lato alla casa rosa, avevo visto il cancello aperto e aperta pure la piccola porta d’entrata della casa e davanti, scopava l’ingresso la grossa donna che ogni tanto veniva a “rassettare” come diceva la zia Carmen, che si vantava di parlare italiano. Veniva in macchina col suo piccolo marito che era l’autista e il giardiniere, e che “rassettava” intorno alla casa.

Mi fermai un momento e, feci due passi in là verso la porticciuola aperta, la grossa donna era rientrata, magari sarei riuscita questa volta a sbirciare dentro. Ma lei riapparve sulla soglia con ancora la scopa in mano. “Vieni, vieni”, mi disse, “ti faccio vedere il salotto della signora”.

“L’ho appena spolverato, ci ho passato la cera”, e soggiunse “è come l’ha lasciato”.

Mi fece entrare in un ingresso con tre, no, quattro porte e subito, a destra, da una porta aperta vidi in fondo a una grandissima camera un’immensa finestra luminosa divisa, come dire, in tre finestre. “E di là vidi il mare così vicino ed esteso che sembrava volesse rovesciarsi dentro”. La grossa donna parlava e c’era un odore di cera. Ma io fissavo la finestrona e il mare che invadeva la stanza e non vedevo altro e non ascoltavo. Non avevo mai visto una finestra al posto di una parete e una stanza che sembrava una nave. Ero come muta e sorda, non mi voltai a osservare tutt’intorno ma guardavo soltanto il mare che entrava dall’immensa finestra e, soltanto dopo, qualcosa di quello che la grossa donna mi aveva raccontato mi ritornò a spizzichi in mente.

D’altronde non sempre m’importava granché, quando gli adulti parlavano delle loro faccende, di solito raccoglievo con mezzo orecchio – così diceva lo zio Pedru – di qua e di là quel che dicevano e ascoltavo con attenzione per raccogliere soltanto quel che ritenevo – o mi pareva – mi riguardasse ma soprattutto quello che mi sembrava strano. Ero curiosa a macchie. Io stavo nel mio mondo e gli altri, gli adulti, stavano nel loro. In quel loro mondo io andavo a caccia di quel che stava dietro le loro parole. Dei loro segreti, insomma. Soltanto la mia mamma non diceva parole doppie, non aveva segreti.

Non mi rendevo conto ancora, ma dovevo essere ancora molto piccola, che un giorno sarei divenuta adulta anch’io. (Non avrei mai potuto nemmeno immaginare che Migheddu, fattosi adulto, cresciuto alto e chiamato Domenico, avrebbe imparato a parlare, poco ma bene, e sarebbe stato eletto sindaco del suo paese). Del resto, non ci pensavo mai, nemmeno quando ogni autunno mi comperavano scarpe più grandi. “Che piedoni”, diceva zia Carmen.

Di sicuro mi è oggi difficile separare quello che la grossa donna mi aveva raccontato allora e che non m’importava da quello che ho scritto poi nel tema per il quale ho preso ottimo in prima media. Penso di avervi aggiunto non poco di farina del mio sacco. Farina tutta mia, però, non come diceva la mia maestra “non è farina del tuo sacco”.

Racconto (ricostruito da me nel mio tema) della grossa donna: “Lei se ne stava per ore, distesa sulla sceselonghe (corretto: chaise longue) e guardava dalla finestra il mare e raccontava di quando aveva nuotato la prima volta fino alla prima isola sottomarina.

Aveva nuotato con lui. Quando nuotava da sola non andava lontano, ma con lui avrebbe nuotato – e rideva pian, piano, tra di sé – avrebbe nuotato fino in Africa. Quando era stanca, si appoggiava a lui. Sempre, quando era stanca, si appoggiava a lui.

Era innamorata di lui e sorrideva sempre quando parlava di lui. Da morta, sdraiata sul letto, nel vestito bianco da sposa, ancora sorrideva”.

Dopo aver ascoltato parlare la grossa donna ricordo che nuotando ho cercato per un bel po’ le isole sottomarine che “lei”, mentre nuotava, scorgeva sul fondo, finché un giorno – ma era già l’estate dopo la quarta, questo me lo ricordo benissimo – nuotando e non pensandoci affatto, ne vidi finalmente una.

In realtà non so quante volte ci ero passata sopra, l’avevo vista ma non l’avevo notata. Direi, non me n’ero accorta, perché non so spiegarlo altrimenti. Era a parecchie bracciate al di là dell’ultima, bassa scogliera. Al momento di attraversare quel tratto di mare l’acqua si faceva più fredda e se avevi la maschera potevi vedere che, sotto, il suolo era di sabbia bianchissima, pulita e sembrava una spiaggia bordata di un anello bluastro pallido.

A me non piaceva nuotare con la maschera e le pinne, per questo, forse, non mi ero avveduta delle isole sottomarine. Non nuotavo volentieri neppure con il costume da bagno, appena non mi vedevano, entravo nel mare nuda e il mare mi abbracciava tutta. Mi sarebbe piaciuto diventare acqua di mare, schiuma di onde, persino una furiosa ondata da libeccio. Una volta Domenico mi disse, e sogghignava sotto i baffi: “Lo sai che la prima femmina nuda che ho visto eri tu. Appena potevi, ti toglievi il costumino da bagno. Non eri granché. Nera come una negra, e tiravi certi calci … ma avevi un bel culetto”.

Allora, di ritorno dalla casa rosa, che lo trovai seduto sotto il mirto, gli dovetti, infatti, tirare un piccolo calcio nel sedere perché si alzasse. Così imparava a dirmi “embè”, pelandrone. Per farlo smuovere bisognava spesso prenderlo a calci, certo; era uno scansafatiche – termine trovato sul mio dizionario – penso proprio che non parlasse per pigrizia perché in realtà capiva tutto. In italiano, in napoletano, in sardo. Era, naturalmente, molto più forte di me, ma non mi picchiava mai. (Ah, Migheddu, come siamo stati felici). Una volta, gli proposi di sposarci da grandi. Per calcolo. Sotto, sotto, speravo di non dover tornare a Torino, alla fine di agosto. Non mi rispose nulla. Né sì, né no.

Mi sembra di essere stata la prima volta infelice nella mia vita quando, in macchina, appunto ritornando dalla Sardegna, eravamo in fila in attesa di passare al casello di uscita dall’autostrada, ed io vidi in alto, sul tetto di un casone, di là, a sinistra della strada, una scritta “Il re degli asparagi” e mi venne da piangere. Tornavo prigioniera, pensai, il che era esagerato, avrebbe detto il mio papà. E, naturalmente, come sempre, la diceva giusta. A Torino ci stavo benissimo, persino quando pioveva. Andavo in bicicletta avanti e indietro sulla pista ciclabile del nostro corso, avvolta nella mantellina col cappuccio anche se le piste ciclabili erano molto trascurate perché il nostro sindaco non badava a farle pulire, ma alle prossime elezioni gliel’avremmo fatta pagare. Questo e le scale esterne che non avevano costruito secondo la legge sui muri delle nostre scuole (e se scoppiava un incendio come far sfollare i ragazzi?) e la Ta… – vattelappesca – e i fuochi d’artificio di San Giovanni, inutili, spaventavano i cani e i vecchi, e …. Incredibile, ma come avrebbe fatto il sindaco a pagare tutto?

A dir il vero, a Torino, tutto sommato, si stava meglio che a Milano, non c’erano milanesi a Torino … c’era il Toro a Torino e la sera, la domenica, il mio papà era di malumore, a causa del Toro. Il Toro non era colpa del sindaco, era colpa del Toro, aveva detto una volta la mamma e il mio papà era stato zitto e triste. Il mio papà cercava di essere giusto, persino con il geometra che firmava con “dott.” davanti al cognome. Forse costui – siamo onesti, aveva detto una volta il mio papà – si era laureato in una sessione estiva, molto avanzata.

Dopo avere scoperto la prima delle isole sottomarine mi ero accorta che ce n’erano altre due – una in alto mare, ci arrivavo solo quando il mare era molto tranquillo – e che, anche queste, si capisce, le conoscevo da sempre. Spesso, quando le raggiungevo, mi mettevo sulla schiena e galleggiavo con gli occhi chiusi. Talvolta canticchiavo. Nel mio tema di prima media avevo scritto che immaginavo di essere una barchetta alla deriva, ma in realtà, mi pare, non immaginavo nulla, galleggiavo e se il mare era calmo riuscivo a canticchiare. Là, sul mare, sulla mia isola, non importava che fossi stonata – come una campana fessa, diceva zia Carmen – nessuno mi poteva sentire.

Canticchiavo:

Siamo ragazzi di oggi

zingari di professione

con i giorni davanti

e in mente un’illusione

noi siamo fatti così

guardiamo sempre al futuro

e così immaginiamo

un mondo meno duro

finché qualcosa cambierà

finché nessuno ci darà

una terra promessa.

Io, la terra promessa l’avevo già raggiunta mentre galleggiavo e non pensavo e potevo canticchiare, coricata sull’acqua; mi piaceva sentire la mia voce, nessuno mi rimproverava “stai zitta, sembra di sentire gracidare una raganella!”. Stavo là, sull’isola sottomarina e non sapevo che fosse un’isola e nessuno si accorgeva che ero stonata. Nemmeno io me ne accorgevo; qualche volta è bello non sapere, quasi più bello che sapere.

Dopo avere trovato le isole sottomarine visitavo spesso le due più vicine. Una volta, ritornando a terra – cercando di ritornare – mi sorprese quella che mi parve un’improvvisa ventata di maistrai stradu, diceva lo zio Pedru e traduceva, di maestrale forte. Scrivo improvvisa e, in verità, sbaglio. Il maestrale soffiava già dalla notte innanzi e siccome da noi, in Sardegna, soffia da nord-ovest, rende il mare liscio, appena increspato in superficie ma fortissimo sotto, tanto che ti butta in là verso l’Africa. Ci avevano proibito di scendere in acqua. Ma…

Eravamo vestiti, Migheddu ed io, con braghette e maglietta, e sospinti dalle ventate eravamo arrivati in un baleno in riva al mare con i sandali in mano; io mi tolsi la maglietta ed entrai subito nel mare. Migheddu disse “no”, e aggiunse persino “non farlo”. Avevo appena messo un piede nell’acqua che incominciò addirittura a urlare. Urlava in nessuna lingua, urlava come urlava lui, tal quale un giovane lupo, aveva detto una volta lo zio Pedru. Pareva soddisfatto, visto che Migheddu non parlava, almeno urlava. Quel mattino non soltanto incominciò a urlare, ma si voltò e sempre gridando si mise a correre verso casa.

Io non gli badai, il mare mi aspettava, fremeva in brividi di un azzurro profondo, mi afferrò nelle sue braccia, era freddo sotto la mia pancia e mi spingeva con forza, contento di me. Credevo. In un attimo fui alla scogliera, mi voltai e mi misi a nuotare indietro. Pensavo di nuotare, ma non ci riuscivo. Il mare non voleva farmi ritornare. Mi sembrava di sudare per la fatica, però non avanzavo verso la riva. Mi venne paura, non perché faticavo ma perché, alzata la testa, intravidi Migheddu che aveva già attraversato la sterpaglia in su verso casa, e pensai di colpo che là non potevano sentirlo a causa del vento che soffiava verso il mare. Mi coricai sulla schiena e feci un respiro profondo. Sentivo il cuore che mi batteva forte.

“Ti ho salvato la vita”, ripeteva Migheddu quando da adulti (e lui era ormai Domenico) si discuteva di politica e gli mancavano a quel punto gli argomenti – quella volta del maistrai stradu. Ingrata.

Era venuto giù di corsa lo zio Pedru e si era buttato in acqua tutto vestito. Lo sentii annaspare un po’, arrivato dietro di me – a essere sinceri annaspavo anch’io, coricata però sempre sulla schiena – mi prese per i capelli e mi trascinò verso riva. Arrivati sull’asciutto, mi sculacciò – nessuno mi ha mai sculacciato in quel modo – e mi sgridò, credo, in sardo. Nessuno mi ha mai sgridato così. Io, del resto, non mi accorgevo più di nulla, tremavo tutta e, ebbene sì, piangevo a dirotto. E, mentre mi avvolgeva in un accappatoio, piangeva anche la mia mamma che era corsa dietro lo zio Pedru. Sulla strada del ritorno non riuscivo quasi a camminare, ero tutta molle e avevo male alla testa là dove lo zio Pedru mi aveva afferrato per i capelli per portarmi a riva.

Il mio papà ci venne incontro con una coperta sul braccio, disse “grazie” allo zio, a voce così bassa che quasi non si capì. Non mi abbracciò, ma mi avvolse nella coperta, disse, questa volta a voce quasi alta, “ti serva di lezione” e svenne. Cascò per terra “come una pera cotta”, disse la zia Carmen.

Nel mio tema di prima media avevo scritto in conclusione che “il mare era fortissimo e poteva impadronirsi di chi non lo prendeva sul serio. E che poteva anche far finta, ma non era un amico, non era un nemico, era com’era. Se uno lo amava non gliene importava nulla, lui era lui e occorreva stare attenti. Io, però, mi portavo il mare dietro, dovunque andassi”.

Quando uno scrive di se stesso e di quel che gli è capitato non sempre quel che sta scritto è proprio quel che è accaduto e nemmeno il fatto, l’accidente, insomma, che a noi sembra il più importante, lo è in realtà per chi legge. Inoltre, anche scrivendo di noi possiamo nasconderci a noi stessi. Capita che scriviamo proprio per non comprendere, per proteggerci, insomma. Ed io scrivendo il titolo del mio tema “Avventure delle vacanze”, e anche dopo, negli anni seguenti, non ero mai riuscita a raccontare per intero, neppure ritornandoci col pensiero – “severamente”, diceva la mia maestra – quel che mi era accaduto, a proposito della casa rosa. O avevo supposto fosse accaduto?

Eppure mi piace capire le cose, e le parole, e quel che succede. E se accade qualche cosa che non comprendo subito, ci ripenso finché non lo capisco. Quando ero piccola chiedevo spiegazioni al mio papà e lui mi spiegava. Perché tutto si può spiegare. Nevvero? È sufficiente, diceva il mio papà, avere le “coordinate”. Lui di coordinate ne aveva molte. La mia mamma invece ne aveva pochissime, ma sufficienti, visto che di solito il mio papà le dava retta e la baciava dopo che lei gli aveva fatto il suo “discorsetto”. Come diceva lui. Ci sono, diceva anche, mentre la baciava, le ragioni del cuore, che non sempre si possono spiegare e che talvolta governano i nostri atti.

Per raccontare l’accaduto – se è accaduto – a me mancano certamente alcune coordinate, o sono così confuse che non me la sono mai sentita di metterle in ordine. Perciò ne scrivo solo adesso, dopo tanto tempo. Posso soltanto dire che se è successo, lo è di sicuro dopo che ero entrata nella casa rosa dietro alla grossa donna con la scopa e forse prima di quando ero quasi annegata – ebbene, sì – la mattina del grande maestrale. Questo per le coordinate; quanto alle ragioni del cuore, è proprio a causa delle ragioni del cuore che ho ritegno a raccontare “l’incidente”. Le ragioni del cuore mi erano ancora estranee, mi sembra, e probabilmente per consultarle ci va un allenamento che non si può praticare se non da adulti, e da bambini soltanto se siamo davvero disperati. Ma io ero una bambina fortunata e contenta e, addirittura, credo, me ne rendevo in certo qual modo conto.

Tornavo dalla mia seconda nuotata mattutina e avevo fame e mi sentivo tutta felice, le gambe felici, le braccia felici, la nuca felice, la schiena felice e felice la mia pancia vuota che aspettava gorgogliando la pastasciutta. La mia testa era vuota di pensieri e piena di mare.

Lo vidi subito già da lontano. Stava fermo sul sentiero proprio sull’orlo del rialzo sterposo. Era un uomo alto e scuro, non l’avevo mai visto prima. Si teneva un po’ curvo, tutto vestito, di nero, mi parve, e guardava verso di me che salivo. Mi aspettava. Mi guardava salire e mi aspettava di ritorno dalla mia lunga nuotata.

No, questo non lo pensai, la mia testa vuota non pensava, ma forse pensavano le mie gambe felici, le mie braccia felici, i miei piedi sabbiosi nei sandali, la mia pancia che gorgogliava nell’attesa della pastasciutta. Lo fissai con attenzione, siccome non l’avevo mai visto prima ero curiosa. Già da lontano mi accorsi che era un vecchio signore, appoggiato a un bastone che teneva davanti a sé con ambo le mani, fermo sul sentiero.

Poi accadde l’attimo. Ma un attimo non accade nemmeno, passa come un alito di vento e non lascia traccia, perciò ho sbagliato a scrivere attimo. Ma com’è il tempo quando si esce dal proprio tempo? Da svegli, non nel sogno da addormentati. Che nome dare a un’istantanea assenza da te stesso che a un tratto ti coglie da sveglia?

Ero ben sveglia, certo, del tutto sveglia, salivo svelta verso la pastasciutta, la mia pancia gorgogliava, lo ripeto, ero felice, ero tranquilla, ero, sì, l’ho già scritto, come sempre, curiosa. Arrivata a due passi dal vecchio signore, fermo sul ciglio, appoggiato al bastone, odorai il profumo delle sarde che lo zio Pedru preparava sulla griglia del fornello all’aperto dietro casa. Avevo otto, no, dieci, no sette anni, avevo fame – avevo sempre fame – e volevo, secondo il mio solito, indagargli la faccia al vecchio signore. E mi viene in mente che sapevo benissimo che lui era quello che il nonno Migu chiamava “Il vedovo”, il proprietario “abusivo” della casa rosa. Dunque, avevo certamente dieci anni, forse addirittura undici. Ed ero quasi annegata la mattina del maestrale forte. Avevo, dunque, le mie coordinate in ordine.

Fino a un certo punto, tuttavia. Quando avevo avvistato lassù, da lontano, dalla spiaggia, la sagoma nera, un poco curva, del vecchio signore, ero ben decisa a scrutarlo in viso, a non perdere l’occasione di osservarlo da presso. E salendo non l’avevo perso di vista. Mentre mi avvicinavo mi era sembrato addirittura di scorgergli gli occhi infossati e un piccolo cappello grigio abbassato sulla fronte. Immobile, appena chino sul suo bastone, non guardava affatto verso di me che stavo salendo, guardava lontano, verso il mare. Arrivata ormai quasi sul ciglio del sentiero, mi accorsi che muoveva la testa volgendola verso di me e provai un’improvvisa, inattesa, profonda paura. E nella paura sentii che sconosciute ragioni del cuore, aliene, non mie, non mie, stavano per impadronirsi di me. Il peso di una vita intera sembrò cadermi addosso, estranea, mi avvolse nel “mio” vestito bianco, mi occupò tutta e svanì sull’istante, mentre la mia pancia vuota continuava a borbottare per la fame. Ero salita – salivo – nel mio vestito bianco, ricolma di felicità dopo la nuotata. Dietro di me lo strascico bianco del mio velo da sposa, si era avvoltolato nei ramoscelli secchi, nella ghiaia sabbiosa, strascicando lungo il sentiero sterposo. Ero felice perché lui mi aspettava accanto all’altare, mi aspettava lassù sull’orlo del rialzo ed ero felice perché stavo per mangiare la pastasciutta e le sarde arrostite.

Mi misi a correre e raggiunsi di corsa il nostro cancello. Mi fermai nel cortile col cuore che mi batteva forte, tenendomi aggrappata ai miei undici anni, all’odore delle sarde arrostite. Non volevo diventare adulta, me lo promisi col cuore che mi batteva per l‘incongrua corsa affannosa mentre la pancia continuava a gorgogliarmi per la fame. Avevo rischiato d’indossare, fosse pure per un solo istante, la vita di un’altra, il vestito bianco e il velo lunghissimo che, strascicando lungo il sentiero, tratteneva sassolini e ramoscelli secchi. Dovevo strapparmeli dal corpo, il vestito bianco e il velo lunghissimo, mangiare le sarde arrostite e giocare al sole e dare la caccia alla serpe.

Tuttavia di quell’incontro con lui sull’orlo sterposo mi è rimasta insieme al ricordo della seppure brevissima paura avuta, una appena accennata nostalgia che non so spiegare neppure a me stessa. Non rimpiango, infatti, nulla delle mie stupende estati, sono state complete, nei giochi, negli affetti, ho avuto sempre quel che desideravo, ho avuto fame e ho mangiato, ho avuto i pomeriggi assolati caldissimi in cui giocavo con Migheddu nel cortile dietro la casa, e prima di andare a dormire salutavo dicendo “buonanotte” il cielo immenso di stelle al di sopra della mia testa. Ho avuto il mare che mi è rimasto nell’animo e dal quale esco appagata, ancora oggi mentre nella fredda nebbiolina mattutina dell’inverno torinese, aspetto l’autobus che mi porterà al lavoro quotidiano.

Potrei dire che ho nostalgia della storia di lei e di lui, ma non sarebbe giusto, non conosco la loro storia, non m’importa delle storie, mi è sempre importato delle persone e dei loro segreti. Ebbene, forse, questa è la parola più vicina al vero. Ho nostalgia del loro segreto che ho temuto di svelare e che mi ha sfiorato per un istante mentre, dopo la nuotata, salivo per il sentierino sterposo, salivo incontro a lui, trascinandomi dietro il mio velo bianco. Insomma, ho nostalgia del loro non conoscibile amore.

Dice il mio dizionario: “nostalgia, irresistibile desiderio della patria lontana”, e aggiunge: “anche non riferito a luogo”.

Dunque, avrebbe scritto la mia maestra, “non sufficiente la tua definizione, e neppure insufficiente”. Parlarne con Migheddu, pardon, Domenico? Lui ha buon senso e fa il sindaco e non esagera mai. Tuttavia di buon senso ne ha anche troppo per darmi retta e aiutarmi a spiegare quello che di sicuro non può che apparirgli se non un insensato momento di inusitata fantasticheria. Inusitata, perché né lui né io abbiamo mai avuto fantasia, non abbiamo mai fantasticato neppure la sera sotto l’immenso cielo stellato dove contavamo le stelle cadenti d’agosto prima di andare a dormire. Ci è sempre stata sufficiente la realtà. La bella o brutta realtà. Non mi risponderebbe nemmeno, tutt’al più potrebbe dire “mah …”.

In conclusione: ci sono le ragioni del buon senso e ci sono le ragioni del cuore. E, forse, mi è toccato in sorte che per un momentaneo, ignoto sortilegio estivo e marino, il mio buon senso tacesse e, intanto, ragioni del cuore, senz’altro premature, si erano tese per avvolgermi in una veste fatata prima del tempo loro destinato, mentre il vecchio signore, nell’abito scuro, le mani appoggiate al bastone, la falda del cappelluccio grigio bassa sulla fronte, stava voltandosi verso di me. Verso di lei?

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