La narrativa araba contemporanea

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Una letteratura (quasi) invisibile

di Mario Marchetti

Voci di scrittori arabi di oggi e di domani - BompianiIsabella Camera d’Afflitto con le sue due antologie di racconti Voci di scrittori arabi di ieri e di oggi (Bompiani, 2017) e Voci di scrittori arabi di oggi e di domani (in collaborazione con Maria Avino, Bompiani. 2021) ci mette magistralmente di fronte alla straordinaria ricchezza e modernità della produzione narrativa contemporanea in lingua araba. Un cangiante caleidoscopio di paesi e di autori ci si sciorina di fronte, una tavolozza di tematiche fortemente segnate – ma non solo – dalle infelici vicende del Nordafrica e del Vicino Oriente. Ne emerge una complessa soggettività femminile e maschile che non appare per nulla subordinata alle ex metropoli europee. Ancora Samir Kassir – autore dello splendido Beirut. Storia di una città, in cui si tratteggia il complesso crogiolo di culture e di lingue compresenti a Beirut, luogo dove a lungo era sembrato possibile un meticciato di mondi – nel suo pamphlet del 2004 L’infelicità araba alludeva a una sorta di sentimento di minorità innervante le società arabe, rafforzato dai tanti fallimenti politici del periodo postcoloniale, cui oggi possiamo aggiungere i cul-de-sac in cui sono finite le primavere arabe. E se è vero che i regimi arabi, sia pur in diversa misura, esibiscono tutti profondi tratti di cristallizzazione sociale e politica e spesso di involuzione sul piano dei diritti civili (emblematico l’Egitto di al–Sisi), cui si accompagnano, nella società, veleni fondamentalisti, occorre dire che gli scrittori delle nuove generazioni (a partire dagli ultimi decenni del Novecento con radici fino agli anni trenta, senza dire di Nagib Mahfuz, unico Nobel arabo) mostrano una grande libertà immaginativa, di concezione e di pensiero, che non ha nulla da invidiare alla provincia italiana. Si tratta di persone che maneggiano più lingue e che per motivi di studio o per costrizioni politiche e belliche si sono dovute spostare all’interno del mondo arabo spesso vivendo, o soggiornando a lungo, in centri europei e americani. E se in passato (ma parecchi ancora oggi) tendevano a ricorrere alle lingue delle ex metropoli, ora più spesso ricorrono a un arabo letterario fruibile dal Marocco al Sudan all’Iraq. La scelta dell’arabo significa rivolgersi a un enorme pubblico potenziale interno e non prioritariamente all’altro occidentale o a chi comunque conosca il francese o l’inglese; è un atto di empowerment oggi favorito dalla scolarizzazione di massa e dall’uso dei social, sui quali l’esercizio delle censure governative è meno agevole. Il mondo arabo, che conta circa quattrocento milioni di individui, non è certo un mondo omogeneo (i paesi aderenti alla Lega Araba sono 22), ma sotto il profilo letterario, e non solo, questa è una ricchezza. Ricchezza coadiuvata dall’infinito numero di riviste cartacee e online, blog e siti, che permettono una diffusione senza barriere (soprattutto per la forma racconto). Altro aspetto sorprendente è il grande numero di fiere librarie e premi rivolti alla narrativa in lingua araba sorti negli ultimi anni, strumenti attraverso cui i paesi del Golfo esercitano il loro soft power (ci limitiamo a ricordare, oltre alla Fiera del Libro di Sharjah attiva già dal 1982, il prestigioso International Prize for Arabic Fiction finanziato dal 2008 dalla Emirates Foundation nonché il Katara Prize For Arabic Novel, uno dei premi più ricchi al mondo (200.000 dollari, il premio principale) nato nel 2014. Le royalties petrolifere sono servite pure a qualcosa! Questo vuole anche dire che Il Cairo e Damasco (soffocate dai loro rispettivi regimi) hanno perso la loro tradizionale centralità culturale a favore delle avveniristiche Dubai, Abu Dhabi, Sharja, Doha, Kuwait City e magari anche Mascate: avventure imprevedibili della storia, se si pensa che in tempi non così remoti erano luoghi di sabbia e di pirati (e, appunto, Costa dei Pirati era il nome affibbiato agli Emirati dai britannici imperiali).

Di tutta questa vitalità letteraria, che, lo ripetiamo, ha le sue radici nel Novecento, da noi si parla poco. È come se una nuova forma di orientalismo avesse colpito il mondo arabo: oggi non viene più immaginato come un malioso luogo esotico, pur immerso nel letargico sonno ottomano, ma come un tutto compatto impregnato di un fondamentalismo atrofizzante, salvo apprezzare le immersioni nel Mar Rosso o le suite a sette stelle degli hotel cosmopoliti di Abu Dhabi. Certo gli atti terroristici dell’ultimo ventennio, per non parlare del decennio nero algerino, non hanno aiutato. Oggi il lettore, dalle nostre parti, si sente superiore e non è molto curioso. In particolare in Italia, il disinteresse per la narrativa araba contemporanea è più antico: basti l’esempio della celebre Garzantina di Letteratura che ancora nel 1997 comprimeva tutta la narrativa araba dal Trecento in poi in una manciata di righe, dedicando tutto il restante spazio alla letteratura dell’epoca classica, e così del resto facevano i pur grandi accademici italiani di orientalistica, come Francesco Gabrieli. Insomma una cultura araba moderna pareva (o pare ancora?) inesistente: sicuramente era (o è ancora?) invisibile al nostro occhio.

Ma negli ultimi anni si è formata una schiera di appassionate e valorose traduttrici dall’arabo contemporaneo, come Maria Avino, Elisabetta Bartuli, Elena Chiti, Samuela Pagani, Monica Ruocco, Barbara Teresi, cui si deve la versione ormai di tanti titoli significativi, perlopiù pubblicati da piccole e coraggiose case editrici come Jouvance, Atmosphere e Francesco Brioschi, ma anche da Bompiani e Feltrinelli. Sicuramente un ruolo di punta in tutto ciò l’ha svolto Isabella Camera d’Afflitto con il suo insegnamento e le sue fondamentali antologie di racconti (forma particolarmente amata e praticata sin dagli anni cinquanta del secolo scorso), provenienti da tutto il mondo arabo. Lo spazio non ci consente di entrare nel dettaglio dei pezzi suddivisi per significativi campi d’argomento – spesso short stories se non short short stories –, ma sicuramente i temi ritornanti sono quelli, inevitabili, della guerra (straordinario l’ironico e amaro racconto dello yemenita Lufti al-Sarari, Si prega di non bombardare, 2015, dove un ingenuo contadino cerca di tenere lontane le bombe saudite con una scritta in nero sunnita sulla terrazza della sua casa) e del carcere (esperienza tanto comune da far ricordare al protagonista di Una notte in prigione, 2011, dell’omanita Mahmud al-Rahbi il misterioso fascino che esercitava su di lui bambino la frase “I veri uomini vanno in prigione!”). Si avvertono una generale sensazione di angustia che spesso trova vie surreali per esprimersi (come in Risate e corpi a brandelli, 2009, della mauritana Tayyiba Bint Islam), avversione al dispotismo imperante (si veda il grottesco Scene di vita di un Despota, 2017, che nel suo delirio di onnipotenza pensa di poter esercitare il proprio arbitrio anche sulla morte; autrice ne è la neuropsichiatra egiziana Basma ‘Ab al-‘Aziz, cui si deve anche il notevole romanzo distopico La fila pubblicato da Nero nel 2018), attenzione alla condizione della donna (fulminante la short short story dell’editorialista saudita Layla Ibrahim al-Ahaydib Un guardaroba completamente vuoto, 2012, in cui un losco e subdolo furto lascia come memento all’indipendente protagonista solo l’‘abaya, il tetro manto nero che tutto copre). C’è molto altro, naturalmente, l’erotismo, talora spregiudicato, la solitudine esistenziale, i rapporti famigliari, come tanti sono i generi in cui si possono collocare i racconti. Insomma i regimi non riescono a bloccare – anzi – l’immaginazione e la voglia di svelare la nudità del potere.

Ad arricchire il quadro, sono da poco usciti di Khaled Khalifa (che non ha voluto abbandonare il suo paese annichilito dal presidente assassino del suo popolo Bashar al-Assad), da Bompiani, Nessuno ha pregato per loro (trad. dall’arabo di Elena Chiti, pp. 432, € 22, Milano 2021) a conclusione di una luminosa e struggente trilogia sulle vicende della martoriata Siria tra fine Ottocento e l’attuale catastrofe; e di Jabbour Douaihy, da Francesco Brioschi, Printed in Beirut, brillante narrazione che condensa in una trama immaginifica la storia dell’altrettanto martoriato Libano (trad. dall’arabo di Elisabetta Bartuli, pp. 264, € 17, Milano 2021). E, per Hopefulmonster, l’irrinunciabile e scintillante – pur se non è un romanzo – Non siete stati ancora sconfitti (trad. dall’arabo di Monica Ruocco, pp. 288, € 23,Torino 2021) del blogger egiziano Alaa Abd el-Fattah frequente ospite delle carceri di al-Sisi (in cui si stimano oltre 60.000 detenuti politici) che i nostri pavidi governanti dovrebbero leggere. Nel pezzo Tutti lo sanno si svela il segreto di Pulcinella: in Egitto non esiste una magistratura indipendente, le carcerazioni sono cautelari e i processi vengono eternamente rimandati. Di Regeni sappiamo e Patrick Zaki, temiamo, dovrà ancora soffrire a lungo.

m.ugomarchetti@gmail.com

M. Marchetti è traduttore e presidente del Premio Italo Calvino

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