Speciale Fortini – La poesia come pratica di minoranza

di Andrea Inglese

Ho ripreso in mano Fortini, a vent’anni dalla scomparsa, non per celebrarne la figura: non ne possiederei le prerogative, dal momento che non sono né uno studioso della sua opera né ho pretesa, in ambito poetico, di continuarla in qualche forma, per prossimità di temi o di modi. Ma penso di poter testimoniare di un’eredità possibile proponendo, a partire da Fortini, una riflessione sul nesso poesia e minoranza.

Nel contesto storico attuale, in cui la stessa industria culturale novecentesca sembra avviata verso un’ulteriore crisi e trasformazione in senso ancora una volta monopolistico, guidata da imperativi di profitto sempre più assoluti, una scrittura come quella poetica oscilla tra lo stigma dell’obsolescente elitismo e quello della sventurata marginalità. Più precisamente, la perdita di pubblico, di consenso, e quindi di rilevanza almeno economica all’interno dell’universo culturale, la condanna, come genere letterario, a un confinamento nell’ambito dell’idiosincrasia privata, di un’esperienza, quindi, irrilevante per i destini generali. Bisognerebbe chiedersi, però, se una condizione sociologica di minoranza rende per ciò stesso un genere letterario sprovvisto d’importanza dal punto di vista di un dato sistema culturale. Si dice spesso che la poesia non ha pubblico, dicendo così qualcosa d’impreciso. In realtà, la poesia è un tipo di attività che interessa sopratutto, come accadeva nelle società aristocratiche, i suoi addetti ai lavori. Esiste un gruppo sociale minoritario, non più omogeneo da un punto di vista sociologico, anche se presenta probabilmente degli importanti aspetti comuni, e questo gruppo è ­costituito da scriventi versi, da gruppi di critici letterari, in genere legati al mondo accademico, e da un piccolo numero di lettori non scriventi e non interessati alla poesia per ragioni professionali. Nell’ambito della ricerca scientifica, questa situazione è del tutto ordinaria: la crescente specializzazione delle discipline scientifiche rende possibile dialoghi e confronti solo all’interno di cerchie ristrette di esperti, suscitando così la duplice esigenza dell’interdisciplinarità e della divulgazione.

Nei poeti che assumono consapevolmente questa condizione di minoranza, senza perseguire velleitarie soluzioni (i vari appelli a una “poesia onesta”, una poesia “più comunicativa”, ecc.), emerge spesso l’immagine della resistenza, con le sue connotazioni etico-politiche. Il poeta sarebbe, secondo questa diffusa accezione, quel soggetto che resiste all’assedio. Le armate assedianti sono abbastanza riconoscibili: volgarità, banalità, profitto, demagogia. Meno chiaro, in questa narrazione, risulta il tesoro, l’ideale, i valori per cui si è trincerati, disposti al sacrificio e alla solitudine. Sembra, insomma, che la resistenza sia l’esito di una deliberazione soggettiva, una decisione dell’autore, che in quanto scrivente decide di non scendere a compromessi, di non frequentare certi luoghi, di non inseguire certi riconoscimenti, ecc. Bisognerebbe chiarire, invece, che se c’è un’autentica possibilità di resistenza alle diverse forze del presente, alla sua cultura permeata di valori capitalistici, questa riguarda le virtualità del testo poetico, e più generalmente letterario. Se un oggetto letterario, ossia culturale, resiste all’immediata ed esauriente decodifica, significa che è in grado di travalicare il muro dell’esistente, e di preparare significati possibili e divergenti rispetto a quelli attuali, che sembrano costituire i confini semantici del mondo. Questa possibilità di resistenza del testo letterario costituisce uno dei valori chiave per Fortini, un valore che egli ­contribuirà, anche grazie alla lettura di Adorno, a ribadire e a difendere negli anni, attribuendogli una rilevanza anche politica.

Partiamo allora da un passo di Adorno tratto dalla Teoria estetica (1970 e 1973): “Come gli enigmi le opere d’arte condividono l’ambivalenza di determinato e indeterminato. Esse sono punti di domanda, non sono univoche neppure per sintesi. (…) tutte le opere d’arte sono scritture, non solo quelle che si presentano come tali, e precisamente scritture geroglifiche per cui è andato perduto il codice e al cui contenuto contribuisce non da ultimo il fatto che quest’ultimo manca”. Quanto a Fortini, egli ha parlato più volte del discorso poetico come discorso eminentemente intempestivo, che cozza insomma contro le attese dei lettori, ma anche mostra quanto quelle attese restringano la visuale sul mondo e la configurazione del soggetto che a esso si protende. Ritornando all’immagine “eroica” del poeta resistente, andrebbe subito detto che nessuno di noi, scrittori di versi, può esibire un qualche tesoro morale, un qualche atteggiamento esemplare, di cui sarebbe proprietario o portatore. Alle nostre spalle vi è la stessa povertà di chi ci sta di fronte, gli assedianti. Se tesoro da salvare esiste, esso sarà sprofondato nella nostra scrittura, e potrà valere, allora, per un tempo diverso e per dei soggetti diversi. Scrive Fortini: “La ­poesia, come i frammenti di ferro meteoritico che pur sempre ferro sono, e stanno sulla terra ma ‘significano’ una diversa origine, si manifesta come frazioni di ‘tempo orientato’” (Verifica dei poteri,1965). Questo aspetto della poesia è ciò che la distingue dal semplice passatempo, un hobby come un altro, per renderla piuttosto un trasformatore di tempo.

Un testo-enigma, di cui si sia perso il codice, costituisce una sfida al sentimento di realtà del tempo presente, sentimento che è rinvigorito dalla ripetizione e dal funzionamento dei suoi codici culturali, capaci a ogni istante di aprirci le porte del mondo. Il passatempo è una strategia più o meno efficace di annientamento del tempo, affinché sia reso trasparente e passi senza attrito. Il trasformatore di tempo opera in qualche modo all’inverso, rende il tempo percepibile, e permette di far scivolare in esso uno iato, un intervallo, capace di azzardare una qualche articolazione. Il meteorite poetico costringe a staccarsi dal proprio presente, lo relativizza, lo inscrive in una dinamica più ampia, che comporta tanto ramificazioni future imprevedibili quanto ritorni altrettanto imprevedibili.

In un testo del 1984, Per un’ecologia della letteratura, Fortini ritorna su questo tema, focalizzandosi stavolta sulla questione dei destinatari. “Il destinatario che si presume possegga la competenza necessaria alla relazione con il testo sempre si scinde però in un destinatario reale e in uno virtuale. Se il primo può (potrebbe) venire rilevato dall’indagine storico-sociologica, il secondo è inscritto nel testo, non è selezionato ma chiamato a esistere secondo una sorta di codice genetico inesauribile e incluso, per così dire, nella ‘confezione’. Esso oltrepassa sempre e infinitamente i destinatari reali e rubricabili mentre, in potenza, altri ne costituisce, futuri ma anche passati che ormai, inclusi nel testo come scarabei nell’ambra o querce nella ghianda, con il testo collaborano.”

Abbiamo già qui un’indicazione importante, per comprendere l’attività poetica come una pratica di minoranza. In questa pratica si manifesta una specifica facoltà umana, che riguarda la possibilità di costruire immagini di mondo attraverso il linguaggio, immagini che siano in grado di produrre significati nel corso del tempo e attraverso contesti imprevedibili. Sono proprio questi significati, quindi, che sfuggono ai limiti dell’ideologia o dell’orizzonte culturale del tempo presente. Non è questa una peculiarità esclusiva della pratica poetica, ma lo è senz’altro anche di questa pratica. Sappiamo come l’industria culturale capitalistica sia, in tutti gli ambiti, interessata a ciò che si pone come messaggio perfettamente appropriato al maggior numero di destinatari possibili, per poter essere all’istante e ovunque consumato. Una pratica come quella poetica, quindi, non solo è, per l’industria culturale, irrilevante, ma è anche sospetta, perché propone, seppure per pochi, una visuale in controtendenza.

andrea.inglese@wanadoo.fr

A Inglese è poeta e redattore di Nazione Indiana