Lawrence Osborne, giornalista, viaggiatore, esperto bevitore e scrittore

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Il gusto dell’autoinvenzione

di Elisabetta d’Erme

Lawrence Osborne è quello che si usa definire un accomplished writer, uno scrittore affermato, ma anche esperto, navigato. Nato in Inghilterra nel 1958, studi al Fitzwilliam College, Cambridge, e alla Harvard University, Osborne ha raggiunto la notorietà negli Usa, scrivendo articoli di viaggio per il “The New York Times Magazine”, “The New Yorker”, “Gourmet” e “Playboy”. Per oltre vent’anni ha condotto una vita decisamente nomade e precaria, spostandosi tra Francia, Italia (dove ha vissuto in Toscana con la prima moglie), Polonia, Marocco, Messico, Turchia e la Thailandia. Imponente, con i suoi quasi due metri d’altezza, Lawrence Osborne coltiva la stessa eleganza stazzonata del console Geoffrey Firmin in Sotto il vulcano, fatta di brogue, abiti di lino e panama. A differenza di Malcolm Lowry però, non è un alcolista ma un “esperto bevitore”. Per anni ha tenuto la rubrica Cellar su “Men’s Vogue”, nel 2004 ha scritto The Accidental Connoisseur, un diario di viaggio sul mondo del vino, e nel 2011 il reportage per “Playboy”, Getting a Drink in Islamabad, che vinse il Thomas Lowell Award for Travel Journalism. Con l’inizio del nuovo millennio, a partire da Il turista nudo, un resoconto della sua vita da espatriato, si è orientato decisamente su una scrittura più narrativa. La fama internazionale gli è arrivata nel 2009 con Bangkok, in Italia pubblicato, come i suoi altri libri, da Adelphi. Un travelogue molto personale e intrigante, reso ottimamente da una congeniale traduzione di Matteo Codignola. Descrivendo la città di Bangkok e la Thailandia, Osborne scrive “Sono sempre curioso di capire come una persona possa lasciarsi alle spalle una patria e adottarne un’altra come luogo d’esilio; un luogo che, a volte, può favorire il gusto dell’auto-invenzione”. Ora Bangkok è divenuta per lui la propria casa, è lì infatti che vive da alcuni anni, ma quando c’era arrivato per la prima volta negli anni novanta l’aveva scelta solo perché era il posto giusto per bere, avere avventure, e soprattutto per accedere a cure odontoiatriche a basso costo. Il definitivo passaggio di Lawrence Osborne al genere romanzo, con una certa propensione per thriller con set esotici, venne inaugurato da Nella polvere (Adelphi, 2021) ambientato in Marocco, che segnò un ulteriore salto di qualità nella sua scrittura chiara ed evocativa, qualità confermato dai successivi La ballata di un piccolo giocatore (2014; Adelphi, 2018), ambientato a Macao, Cacciatori nel buio (2015; Adelphi, 2017) ambientato in Cambogia e L’estate dei fantasmi (2017; Adelphi, 2020) ambientato sull’isola di Hydra in Grecia, fino a Il regno di vetro (2020; Adelphi, 2022) che ci riporta a Bangkok. Tutti titoli tradotti da Mariagrazia Gini. L’ultimo uscito nel Regno Unito è On Java Road (2022), ambientato a Hong Kong. Non stupisce dunque che Lawrence Osborne sia stato paragonato da più parti a Graham Greene, Paul Bowles, o André Malraux. Tutti i suoi romanzi sono connotati da uno specifico trade mark, ovvero variazioni sul tema del confronto tra mondi e culture diverse. Lo schema standard vede un viaggiatore occidentale, danaroso o per status o perché ha rubato, che arriva in un paese di quello che un tempo si chiamava il terzo mondo, per una gita, una vacanza o più spesso in fuga dalla legge del suo paese o solo da un passato scomodo. A causa di un’ingenua o arrogante mancanza di rispetto per la cultura indigena però, i protagonisti dei romanzi di Osborne – sia maschili sia femminili – finiscono in guai seri. Alla fine, il debito da pagare è sempre spropositato rispetto ai crimini commessi. Gli ambienti descritti sono lussuosi, lo stile di vita edonistico, con tanto alcool, sesso e droghe, il clima è sempre opprimente, torrido, o con tassi d’umidità disumani. Nei romanzi di Osborne è incluso tutto il trovarobato che abitualmente associamo al genere thriller: pistole, rapine, bustarelle, identità presunte e valigie piene di banconote, ma anche atmosfere gotiche, rappresentate dai fantasmi che abitano quelle mete esotiche, fantasmi di culture millenarie con i quali i locali convivono tranquillamente, ma che possono diventare minacciosi per i superficiali turisti. “I thai credono che ogni edificio abitato da qualcun altro prima di loro sia potenzialmente infestato, e piuttosto che affrontare anche solo l’eventualità dei fantasmi preferiscono abbatterlo e costruirne al suo posto uno nuovo, disinfestato” scrive ad esempio Osborne in Bangkok Days, libro in cui esplorava proprio lo scontro culturale tra radicate, antiche tradizioni locali e un dilagante, incolto cosmopolitismo. Schemi che ripropone anche nel suo ultimo titolo uscito in Italia, il romanzo Il regno di vetro (Adelphi, trad. dall’inglese di Mariagrazia Gini, pp. 263, € 20), in cui evoca con fanatica intensità il genius loci di Bangkok (clima, architettura, traffico, cibo, rumori, odori), “paradiso dell’indolenza mentale forzata”, “capitale mondiale del riciclaggio di denaro”, “piena d’indesiderabili, truffatori, forestieri e girovaghi di professione”, con i suoi locali notturni a tema, i suoi monsoni, una città ormai prossima a un imminente sfacelo socio-politico. Il libro è un’immersione in una città intossicante che stigmatizza i comportamenti di coloro che, colonizzatori, ladri, espatriati, turisti sessuali o accattoni dello spirito, non sanno neanche guardarsi attorno, o alle spalle.

Il romanzo racconta la storia di Sarah Mullins, introversa trentenne americana con una catena di fallimenti alle spalle, le cui azioni sono radicate nell’acredine verso i ricchi: “Era una guerra tra lei e le classi opulente. Ovvero una guerra dove tutte le astuzie erano legittime, tutti i colpi bassi giustificati”. Sarah riesce a diventare assistente personale d’una famosa, anziana, scrittrice di New York, e una volta carpitane la fiducia le ruba preziosi manoscritti per rivenderli assieme a un mucchio di falsi a un commerciante di Hong Kong. Dopo aver ricavato 200.000 dollari in contanti dalla vendita, si nasconde a Bangkok in un decadente complesso di appartamenti, un tempo di gran lusso, chiamato The Kingdom, composto da quattro grattacieli di ventiquattro piani collegati tra loro da ballatoi e fornito di piscina, giardini pensili e un servizio di sicurezza che lo esclude dal resto della città. I ballatoi, che s’affacciano sulle indiscrete grandi vetrate degli appartamenti, sono pieni di “piccoli tabernacoli” che “straripavano di ghirlande di calendule e bastoncini d’incenso”, come gli altarini eretti per gli spiriti degli antenati thai a ogni angolo delle strade di Bangkok, decorati con statuine di plastica dorata di Buddha, lumini e pezzi di frutta che marciscono subito col caldo tropicale.

Pur essendo una tipa strana e cupa, Sarah fa la conoscenza di altri abitanti del Kingdom, come la thailandese Mali, consulente finanziaria con studi a Oxford, con Ximena, cuoca cilena in un ristorante francese e Natalie, direttrice d’albergo. Le “amiche”, come pure la cameriera Goi e il tuttofare Pop, ci mettono poco a scoprire che Sarah nasconde qualcosa, non solo una valigia piena di soldi. Tutti hanno interesse a metterci le mani sopra, in particolare la determinata e intrigante Mali che sparisce dopo averla coinvolta in quello che sembra un omicidio, ma anche Goi e Pop, rappresentanti di una classe di destituiti, alla costante ricerca di riscatto sociale. Sarah inizia a comprendere che The Kingdom è tutt’altro che un rifugio anonimo e sicuro: “L’apparenza non era la sostanza e sotto la superficie circolavano correnti opposte che riusciva a percepire senza saperne misurare la forza”. Cederà a una lettera ricattatoria e la metà del suo bottino andrà in fumo; quasi la nemesi adombrata nella regola d’oro dell’etica “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Sarah diventa ogni giorno più insicura. Ha una crisi d’identità quando si trova costretta a doversi confrontare anche col soprannaturale, ovvero quando inizia a sentire e vedere che The Kingdom è abitato da strane presenze fantasmatiche. Mentre si fanno sempre più frequenti e ingiustificati i black out e le interruzioni delle trasmissioni radio e tv, il “regno di vetro” inizia a crollare insieme al regime corrotto che governa il paese. La straordinaria potenza delle piogge e delle inondazioni stagionali, l’imminente “giro di vite dei militari” filomonarchici contro gli studenti rivoltosi per ripristinare l’ordine con un colpo di stato, e una montante ostilità degli siwilai, i nativi, verso gli stranieri, i farang, inducono, uno dopo l’altro, gli occupanti del complesso ad abbandonare The Kingdom. “Il mondo esterno degli insetti, delle rivolte e del disordine penetrava liberamente nel mondo interno degli ascensori, dei generatori di corrente, della privacy e delle serrature”. Allucinata dalla solitudine, prigioniera di paure e sensi di colpa, Sarah diventa paranoica per le conseguenze delle sue mosse sbagliate.

Riuscirà l’ingenua dilettante del crimine, a uscire viva da una trappola mortale? Magistralmente disegnato ed ipnotico, Il regno di vetro è un romanzo in cui i fantasmi del passato – spiriti che abitano gli alberi o che sembrano aver preso le forme delle falene, dei gechi, dei pipistrelli giganti, delle rane e dei rettili micidiali che infestano il Kingdom – come gli siwilai, si rifiutano infine di cedere i loro spazi ai vivi bianchi e occidentali. Sarah sente quegli spiriti “arrivare tutte le volte che salta la corrente, come adesso. Aspettano che ci sia un vuoto, come fanno anche i cani. Sanno che quando l’elettricità funziona, quando le luci sono accese, nessuno crede che esistano. Bisogna che qualcuno ci creda, perché esistano”. Il regno di vetro è un gothic-thriller con un climax da brivido, ma anche una spietata analisi dell’antropologia di chi può permettersi il lusso di un nomadismo edonistico contrapposta a quella di chi è costretto a una stanziale miseria.

dermowitz@libero.it

Elisabetta d’Erme è studiosa di lingua irlandese

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