Peter Handke – La notte della Morava

Le ferite della storia

recensione di Riccardo Morello

Peter Handke
LA NOTTE DELLA MORAVA
ed. orig. 2008, trad. dal tedesco di Claudio Groff
pp. 338, € 22
Garzanti, Milano 2012

LA NOTTE DELLA MORAVA

Nella Serbia centrale, a Porodin, in una suggestiva notte di luna sette personaggi raggiungono un battello ormeggiato sul fiume che porta il nome Notte della Morava. Sono stati convocati misteriosamente in questa casa galleggiante da un amico scrittore che ha deciso di ritirarsi dalla vita pubblica appartandosi dal mondo. Sono incuriositi per questa misteriosa chiamata e sorpresi di trovare il loro amico, noto per la sua misoginia, in compagnia di una donna (segretaria, amante, moglie o prostituta non è dato sapere). Lo scrittore però non risponde immediatamente alla loro curiosità, ma si prende l’intera nottata, proponendo loro un complesso affascinante racconto, il resoconto dei suoi viaggi, o meglio, delle sue peregrinazioni attraverso vari paesaggi europei ed epoche diverse. Dall’isola di Krk, da dove viene la fanciulla che ora lo accompagna, attraverso i Balcani ancora segnati dalle ferite profonde della guerra, in Spagna e in Galizia, sino in Germania e in Austria.
Tutte tappe di un itinerario interiore che il lettore di Handke ben conosce dai suoi libri precedenti, di cui vengono richiamati particolari, nomi, personaggi secondo una tecnica autoreferenziale e citazionale che l’autore ha sviluppato sino a farne un vero e proprio “sistema” di coordinate significative esteso da un romanzo all’altro. Si tratta per lo più di luoghi apparentemente marginali, dimenticati dalla storia, che spesso nascondono sotto la patina di abbandono trascorsi sanguinosi e terribili, un passato che “gronda sangue”, come i paesaggi evocati dalla grande lirica del Novecento, da Paul Celan a Ingeborg Bachmann. È un viaggio circolare che riconduce al punto di partenza, un tentativo di reagire all’enigma del tempo che passa o “troppo velocemente” o “troppo lentamente”. E che porta sempre a dichiarazioni di poetica o a tautologiche riflessioni sulla scrittura stessa. Una scrittura vissuta come fuga dalla coercizione della realtà, che tuttavia si traduce in un processo continuo di osservazione della realtà stessa e della sua annotazione. Anziché scegliere la via dell’ammutolimento, l’autore sceglie quella dell’annotazione, proclamando la volontà di salvaguardarne l’incanto. Il protagonista che beve circondato dai suoi ospiti e parla ossessivamente per ore, riconoscendo di appartenere a una stirpe contadina in cui dominava assoluta l’oralità, perché l’espressione scritta era accompagnata dalla “diffidenza verso l’autorità e l’ufficialità”, o tutt’al più legata alle cifre e al calcolo, tesse l’elogio dell’esattezza descrittiva, di uno stile additivo teso a salvare ogni singolo particolare.

La polemica che negli anni ottanta ha caratterizzato i rapporti tra i due maggiori scrittori austriaci, Thomas Bernhard e Peter Handke, riemerge con chiarezza in un libro come questo, dove l’ex enfant terrible dell’avanguardia degli anni sessanta, e poi il non meno polemico difensore delle ragioni serbe negli anni delle guerre balcaniche, mostra chiaramente il proprio intento autodifensivo: ribadire con forza la centralità della letteratura come approccio conoscitivo contro ogni atteggiamento di iconoclastica liquidazione. Nel suo girovagare tra luoghi e non luoghi, tra sogno e realtà, da vero viandante romantico e talvolta da flaneur benjaminiano, con le sue figure plurime ed evanescenti (come lo scrittore Juan Lagunas che combatte la disgregazione del linguaggio contemporaneo), Handke costruisce una fitta rete di rimandi simbolici che cattura il lettore. Come non pensare alle suggestioni del cinema di Wenders con il quale Handke collabora tuttora in un progetto che si propone di “salvare” l’immagine dalla fungibilità universale nel tentativo di preservarne la significatività a dispetto della riproduzione contemporanea?

Il 6 dicembre 2012 Handke (che vive ormai da anni nella periferia di Parigi e anche qui ci parla dei “margini” e delle periferie delle città) ha festeggiato i suoi settanta anni, ed è stato insignito del prestigioso premio letterario di Salisburgo, la città in cui ha operato per molti anni. Nella sua laudatio Hans Höller, uno dei maggiori studiosi della letteratura austriaca, ha sottolineato il profondo legame di Handke con la prosa di Kafka, la sua ricerca di un nitore e di una purezza espressiva che costantemente si misurano con le ombre della negatività, mostrando tuttavia come l’impulso a liberare l’individuo dai condizionamenti oggettivi prevalga sull’angoscia. “Sono pessimista ma fiducioso – ha detto Handke, aggiungendo: – Tutto quel che mi riguarda e che sono sarebbe grottesco se fosse diverso, se non fossi diventato lo scrittore che sono”. E se anche, come avviene nel romanzo quando l’io narrante interroga Ferdinand Raimund, il grande drammaturgo dell’Ottocento autore di fiabe piene del fascino ingenuo del teatro popolare, domandandogli se oggi esistono ancora fiabe proponibili, si sente rispondere che no, al massimo frammenti, fiabe della durata di un secondo, a ben vedere è proprio il carattere fiabesco, sospeso tra sogno e realtà, a dominare nelle pagine di Handke. Nella Notte della Morava il viaggio del protagonista si rivela in effetti poco alla volta una fuga. Anzitutto dalla donna misteriosa che lo ha inseguito ovunque per ucciderlo, ma che ora siede con lui sul battello, in attesa dell’alba; e una fuga da se stesso, dalla vita reale, verso il nitore della pagina, l’oggettività delle storie inventate, inanellate come i grani di un rosario a un filo che Handke tiene, nonostante tutto, saldamente in mano.

riccardo.morello@unito.it

R Morello insegna letteratura tedesca all’Universtà di Torino