Leggere oggi Comisso | Segnali

Avere per sempre vent’anni

di Benedetta Centovalli

Ho scoperto il piacere della poesia leggendo Sandro Penna all’università. Mi aveva affascinato quella sua apparente facilità, cantabilità, e insieme quella malinconia, “La vita… è ricordarsi di un risveglio / triste in un treno all’alba”. Poesia “naturale”, ma che poi si poteva smontare pezzo per pezzo e analizzare fino ad annullare l’effetto “naturale”: “La semplice poesia forse discende / distratta come cala al viaggiatore /entro l’arida folla del convoglio / la mano sulla spalla di un ragazzo”.

La stessa impressione mi aveva fatto allora leggere Comisso, tra gli scrittori italiani più “naturali” per lo stile diretto ma non spontaneo, semplice ma non ingenuo. Raffaele La Capria ha definito quello stile “lo stile dell’anatra”, che procede senza sforzo apparente sulla corrente del fiume, mentre sotto il pelo dell’acqua le zampe pedalano e si affannano invisibili. E Comisso è per La Capria quel tipo di scrittore “naturale”, uno scrittore che per sua fisiologica costituzione ha attraversato incolume l’ascesa e il declino delle poetiche novecentesche, gli stili dell’estremismo, con lo sguardo privo di qualunque artificio e diretto alla nuda e misteriosa verità, alla poesia universale delle cose. Uno sguardo che diventerà quello di Parise nei Sillabari, dove l’amico-discepolo lo ricorda proprio alla voce Poesia. “Mi sento sinceramente fratello delle cose tutte, figlio delle stelle e dei monti e poco mi importa di essere nel mio nome e cognome” scrive ai genitori nel 1918 e nel 1925 all’amico Natale Mazzolà: “Voglio salvarmi l’anima, non la pancia. Morirò sull’orlo d’una strada guardando le stelle”.

Senza provenire da scuole o cenacoli, da studi e ricerche, ribelle, immoralista, impolitico, Giovanni Comisso, trevigiano classe 1895, costruisce il suo mondo poetico già dalle prime esperienze di scrittura attraverso il laboratorio delle lettere e dei diari, negli anni formativi e terribili della guerra e dell’esperienza fiumana, per allenarsi a “piantare il chiodo nel marmo”. I riconoscimenti arrivano subito alla pubblicazione dei primi libri: Il porto dell’amore (Antonio Vianello, 1924), Gente di mare (Treves, 1928) e Giorni di guerra (Mondadori, 1930). Per il cinquantesimo anniversario dalla sua morte, avvenuta a Treviso nel 1969, la casa editrice La nave di Teseo ha inaugurato la riproposta delle Opere di Comisso, a cura di Paolo Di Paolo, con Gioventù che muore (scritto tra il 1947 e il 1949, uscito nel 1949 per Milano-Sera), offrendoci una rinnovata occasione di lettura.

Gioventù che muore è un romanzo che fa parte della trilogia dei romanzi d’amore, insieme a Un inganno d’amore (Mondadori, 1942) e Capriccio e illusione (Mondadori, 1947) e con quest’ultimo compone il dittico del “Ciclo di Guido”. Dobbiamo ricordare che di Comisso più che i romanzi sono stati apprezzati da critica e pubblico i libri di memoria autobiografica come Le mie stagioni (Garzanti, 1951), La mia casa di campagna (Longanesi, 1958), Mio sodalizio con De Pisis (Garzanti, 1954), il postumo Diario 1951-1964 (Longanesi, 1969). Lo scrittore ha prevalso sul narratore: “Non vi è altro da scrivere che di se stesso con sempre più coraggiosa confessione”. Ma i lettori di oggi potrebbero essere felicemente sorpresi dal rinnovato incontro con i suoi romanzi, proprio a cominciare da questo Gioventù che muore che racconta la storia d’amore fra la trentenne Adele e il diciannovenne Guido durante il secondo conflitto mondiale. Poco importa che il romanzo racconti la vera storia d’amore di Comisso per il “fuggitivo” Guido Bottegal, giovane poeta morto fucilato dai partigiani sull’Altipiano di Asiago. Poco importa la motivazione autobiografica che sottende la finzione in uno sconfinamento dei generi consueto per l’autore. Il vero motore della narrazione è la stagione della giovinezza: Il diavolo in corpo. C’è un solo metro esistenziale: i vent’anni, e la giovinezza che non dura più di vent’anni. L’obiettivo per Guido è “morire a vent’anni, per avere per sempre vent’anni”, vivere solo la propria primavera. Comisso cerca di riagganciare la sua età dell’oro, la sua meglio gioventù, con questo romanzo romantico e struggente scritto a cinquant’anni: “Era la giovinezza integrale, simile a quella perenne del mondo e non voleva invecchiare, ma avrebbe preferito morire a vent’anni” (Le mie stagioni).

Mentre seguiamo il perdersi e ritrovarsi dei due giovani amanti, la guerra rimbomba alle loro spalle, “la vita era per tutti come una porta uscita dai cardini”, fascisti e partigiani, tedeschi e alleati si muovono su una scacchiera impazzita. L’impolitico Comisso fornisce formidabili anticorpi per ogni credo. L’ossessione della gioventù si fa scrittura emotiva circolare, ripetitiva, continua, mantrica e ubbidisce alle regole di una prosa poetica. Così tutto ruota intorno  questa ossessione vitalistico-giovanile e dipana la matassa dell’età giovane per bruciarla sull’altare della storia. L’Altipiano di Asiago, Venezia, Chioggia, il fiume, la campagna trevigiana sono teatro di una fuga continua di Guido dall’appuntamento con la sua maturità. Sono pagine che si leggono assecondando la “fame tremenda” di vita di amore e di giovinezza di Guido e alla fine se ne rimane travolti e storditi. Gioventù che muore termina in un falò simbolico che abbraccia tutto dentro un paesaggio di devastazione.

Se Gioventù che muore è il “romanzo sulla giovinezza”, Giorni di guerra (Mondadori, 1930, ed. accresciuta 1952, ed. definitiva 1961 e poi 1965) è il “romanzo della giovinezza”, dove Comisso racconta i suoi vent’anni durante il primo conflitto mondiale e costruisce la sua voce e il suo stile abbandonandosi “al ritmo stesso dei fatti vissuti, su di un tono celere e leggero, quasi a una cadenza di marcia”. “Narro la mia vita tra il Cervantes e l’Omero negli anni della guerra”, scrive a De Pisis, ma senza battaglie, episodi, avvenimenti. Nella guerra scopre, sperimenta “emozioni e spettacoli”, vede rispecchiarsi l’energia e il rumore della sua stessa giovinezza. Rende ben visibili la natura che tutto tiene e un eros cameratesco e solidale, facendo dimenticare la trincea e i cannoni: “Le belle montagne, i boschi densi di pini, il torrente di un cobalto meraviglioso convincevano piuttosto di essere in villeggiatura”. “Sarà un libro elementare come l’alfabeto” scrive a De Pisis. Così dal 1919 al 1928 Comisso riscrive la guerra dei suoi vent’anni, come uno che torna dall’Apocalisse, dalla fine del mondo, portando con sé le lucciole, le formiche, la mosca, le ciliegie, una cassa piena di scarpe, un cappello austriaco, una bambola di gomma, i pazienti e dolcissimi muli, la teleferica, il paesaggio dei monti e dei fiumi, le stelle e la sua Treviso. Per salvarsi Comisso si scava un rifugio dentro la testa, pianta un albero nella mente. La morte, l’insensatezza, l’equivoco borghese, il massacro di una generazione, gli ideali e gli schieramenti politici, le battaglie delle idee, restano nelle retrovie dove Comisso ha mosso i suoi passi di soldato semplice e poi di ufficiale telegrafista.

“Una mosca grossa e grigia stava fissa sulla mia mano intenta a succhiarmi il sangue. Un dispetto immediato mi mosse l’altra mano e gliela sbattei addosso rapida come un fulmine. La mosca tramortita cadde sull’erba, chinai il capo per cercarla, non era morta, era caduta sul percorso delle formiche, subito fattesi sopra per stringerla, avide e feroci, alle ali e alle zampe. Dopo alcuni morsi già la portavano via, prima in tre o quattro, poi come misurato il peso, in due soltanto”. Con la tecnica dell’obliquità, con il mostrare edonisticamente il dettaglio o il rovescio al posto dell’insieme, Giorni di guerra restituisce la disfatta di Caporetto, i drammatici giorni della ritirata, le truppe di soldati allo sbando, la confusione e la fame, i morti e i feriti, senza il disagio che generano queste narrazioni. Comisso va più a fondo, scardina i consueti meccanismi di pensiero, non consente vessilli patriottici, fanfare ideologiche, prove muscolari, l’epica, tutto viene riportato al nonsenso della guerra sulla linea breve dell’esistenza sotto lo sguardo alto e indifferente della natura. Quella natura madre e matrigna, che affascina e seduce nel suo ciclo dell’eterno, svilisce le trame del potere, mina la credibilità della politica, ignora perfino la giustizia, mette tutto e tutti in fila sulla stessa riga.

“Se esiste uno scrittore tragico, di una tragedia fonda, esistenziale, priva di dialettica, questo è appunto Comisso”, ha scritto Soldati ricordando l’amico, “un blocco liscio, scintillante e inafferrabile di irrazionalità: un artista puro”. Giorni di guerra si chiude con Comisso davanti ad alcuni soldati della sua compagnia, “Pareva avessero impegnata tutta la loro forza per fare all’amore o per una corsa accanita e sorridevano pesantemente come non sapessero essi stessi cosa avessero fatto e perché”. D’Annunzio è liquidato, polverizzato dentro un dettato semplice, il racconto miniaturizzato. La guerra è menzogna e sortilegio, la fine della guerra riconsegna Comisso alla realtà del vivere ordinario, che per lui non coincide con la maturità, porto di ristoro e cimitero di tutti i sogni, acquisizione di conoscenza, ma con il sempre del suo essere giovane.

Giorni di guerra e Gioventù che muore si possono leggere a specchio, due affreschi sulla gioventù scritti in due tempi diversi della vita. In entrambi, come nel resto della sua opera, Comisso resta il cantore, in una prosa musicale e bellissima, dell’età incipiente, dell’incantamento di una sola stagione. Anche per questo, come per altri grandi autori, da Bilenchi a Morante, la cui scrittura nasce e cresce intorno all’irriducibilità dell’essere giovani, sulla soglia invalicabile dell’età adulta, la lettura rinnova il patto con i lettori dando appuntamento a ciascuno di loro in quel territorio sempreverde magico e segreto del possibile.

Il testo è una rielaborazione del contributo alla tavola rotonda della giornata di studi dedicata alla figura di Giovanni Comisso a cinquant’anni dalla morte, Comisso nel tempo, svoltosi a Treviso il 7 novembre 2019.

benedetta.centovalli@gmail.com    

B. Centovalli è editor