L’estetica dell’eccesso di Malcolm Lowry, sconosciuto alcolista girovago

Nella cenere di una capanna incendiata

di Elisabetta d’Erme

Neanche la bellezza mozzafiato di Cuernavaca, con la sua vegetazione lussureggiante, il biancore dei monumenti, le case abbarbicate sulle pendici del monte, e nemmeno i vulcani sullo sfondo di cieli ottusamente tersi o le cupole e i campanili delle chiese poterono salvare Malcolm Lowry dalle sue furie. Anzi, quel paradiso divenne un inferno, uno tra i tanti della sua tempestosa, breve esistenza. Se l’esperienza messicana non lo salvò, gli fornì il materiale per Under the Volcano, immenso capolavoro che resta un evento unico nella sua produzione letteraria. Tra quel romanzo monstre e il suo autore si stabilì un rapporto di simbiosi totalizzante, paranoico, e Lowry, tormentato per tutta la vita da laceranti sensi di colpa e dalla dipendenza dall’alcol, credette di poter combattere i demoni che lo perseguitavano alimentando il mito d’una esistenza romanzesca in un universo abitato dai suoi alter ego letterari.  Clarence Malcolm Lowry nacque nel 1909 a New Brighton, in Inghilterra, ultimo di quattro fratelli, in una famiglia della borghesia mercantile di Liverpool. Il padre era un broker del cotone e fervente metodista. Insofferente a ogni forma d’autorità, a diciotto anni Malcolm s’imbarcò come mozzo sulla S. S. Pyrrhus in rotta verso il Mar della Cina, un’esperienza traumatica che gli ispirò il primo scombinato romanzo, Ultramarine, pubblicato nel 1933. Lowry disponeva d’una vasta cultura ed era un lettore curioso.

Determinante per le sue scelte stilistiche (piuttosto barocche) e la sua visione del mondo misogina e nichilista fu l’influsso di Conrad Aiken, scrittore americano che, salariato da suo padre, gli fece per alcuni anni da “tutore”. In Ultramarine è già evidente una scrittura decisamente inter-testuale, eufemismo per dire che Lowry aveva fatto proprio il legato di Joyce ed Eliot. Ritenendo che nel mondo delle lettere imperasse ormai il “regno di Bloom & Sweeney” si sentì autorizzato a intessere i suoi testi di frasi, parole e idee prese di sana pianta da opere altrui. Un gioco di poco velati rimandi e allusioni che diventò inquietante quando, mentre aveva quasi completato Ultramarine, lesse un romanzo dello scrittore norvegese Nordhal Grieg con lo stesso plot e uno stile migliore del suo. Da allora Lowry visse nel terrore d’essere accusato di plagio, come in realtà accadde in seguito. Le insicurezze, il precoce etilismo e il suicidio di un compagno di studi a Cambridge, lo spinsero nel 1930 a riprendere il mare e imbarcarsi su un mercantile norvegese. A Oslo riuscì ad incontrare Grieg, del quale s’era convinto d’essere il Doppelgänger. Dopo essersi laureato, nel 1933, mentre era in viaggio in Spagna assieme agli Aiken, incontrò una giovane ebrea americana di idee progressiste, Jan Gabrial. Si sposarono l’anno dopo a Parigi, ma lei se ne tornò presto a New York, dove Malcolm la raggiunse in condizioni psico-fisiche disperate, al punto di dover essere ricoverato nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Bellevue; lì dove iniziò a concepire Lunar Caustic, pubblicato postumo. Nel 1936 Malcolm e Jan si trasferirono a Cuernavaca, in Messico. Lì Lowry scrisse un racconto, perfetto piccolo gioiello e primigenio nucleo compositivo di Sotto il vulcano. Vi appariva la figura del console britannico Geoffrey Firmin e narrava l’episodio dell’indiano assassinato sulla strada per Tetecala.

In Messico, Lowry iniziò a bere mescal e tequila, novità che diede al suo matrimonio il colpo di grazia. Dopo la definitiva separazione da Jan, partì per Los Angeles dove nel 1938 incontrò la futura seconda moglie, Margerie Bonner, un’attricetta di Hollywood, che divenne anche la sua infermiera, segretaria e compagna d’eccessi. Con Margerie, il cui aiuto si rivelò cruciale nella stesura lunga e travagliata di Sotto il vulcano, si trasferì poi in Canada, dove la coppia visse per anni come squatter in una capanna di pescatori a Dollarton. Dall’altra parte della baia potevano vedere una grande scritta rossa al neon che recitava: HELL. Era l’insegna luminosa della Shell, a cui era saltata la prima lettera. Eppure, in quella serenità lacustre, tagliato fuori dal mondo e dalle tentazioni alcoliche, con la sola compagnia di Margerie, Lowry scrisse almeno quattro versioni del suo romanzo, che però veniva regolarmente respinto dagli editori. In parallelo aveva ripreso un vecchio progetto iniziato nel 1936: In Ballast to the White Sea. Durante una notte di giugno del 1944 l’inferno tanto temuto scoppiò davvero. La capanna prese fuoco, ma Margerie riuscì a salvare solo il manoscritto di Sotto il vulcano, tutto il resto andò in cenere. Nel 1945 Lowry terminò infine quel libro che parlava così tanto di sé, ma che era anche una stupefacente opera di finzione, con protagonisti memorabili, a partire dall’umana, troppo umana, figura di Geoffrey Firmin. Il console che, oltre a gestire i fantasmi del proprio passato e la sua dipendenza dall’alcol, deve far fronte allo shock per l’inaspettato ritorno di Yvonne, la moglie infedele che l’aveva abbandonato, e l’arrivo del fratellastro Hugh. La storia, raccontata da diverse voci narranti e punti di vista, si dipana nell’arco di 12 drammatiche ore del 2 novembre 1938, giorno della grande festa messicana dei morti, in un’escalation di pathos, sullo sfondo d’una solare Cuernavaca e con un contorno di personaggi perfettamente delineati, come il vecchio cineasta Laruelle e il dottor Arturo Diaz Vigil, al quale dobbiamo il lancinante motto: “No se puede vivir sin amar”. Nel romanzo c’è tutta la poetica di Lowry, con i suoi riferimenti cinematografici, alla pubblicità, slogan o cartelli stradali, ma anche a teorie filosofiche o scientifiche, riflessioni sulla cabala e l’occulto, valutazioni politiche. E alla fine, contrariamente a tutte le aspettative, non sarà il mescal a uccidere Geoffrey Firmin…

Under the Volcano venne pubblicato da Jonathan Cape a Londra nel 1947. Nel frattempo Lowry era tornato in Messico assieme a Margerie. Un viaggio nel passato da trasformare in un nuovo romanzo: Buio come la tomba dove giace il mio amico (edito da Mondadori nel 1971). A Oaxaca lo scrittore venne però arrestato, probabilmente a causa delle sue idee antifasciste ed estradato negli Usa. Intanto gli effetti del succès d’estime ottenuto con Sotto il vulcano s’erano rivelati devastanti per la sua fragile psiche. Iniziò un periodo di viaggi senza meta che lo portarono a Haiti, negli Usa, in Canada, a Panama, in Francia e in Italia. Seguitò a scrivere, ma nessuno era ormai più interessato a pubblicarlo. Le sue condizioni di salute andarono rapidamente peggiorando e nel 1955 venne ricoverato a Londra per un trattamento psichiatrico. I Lowry si traferirono poi nel Sussex, ma il 27 giugno del 1957, dopo un’ennesima notte di violente discussioni con la moglie, Malcolm venne trovato morto nella casa che avevano affittato a Ripe. A quella data era praticamente uno sconosciuto, con due soli libri pubblicati in vita, di cui uno rinnegato (quell’Ultramarine che gli era valso l’accusa d’essere un plagiario) e Sotto il vulcano ormai fuori stampa da anni. Quanto oggi disponibile è stato pubblicato postumo.

Tradotto da Giorgio Monicelli, il capolavoro di Lowry uscì in Italia nel 1961 da Feltrinelli ed ebbe numerose ristampe, anche in occasione dell’uscita nel 1984 del film omonimo di John Huston con Albert Finney nel ruolo del Console. La stessa casa editrice nella collana “I Narratori” nel 2018 ha pubblicato una benvenuta nuova traduzione di Sotto il Vulcano ottimamente curata dallo scrittore Marco Rossari (pp. 432, € 18, Milano 2018), edizione che è stata di recente usata a Rai Radio 3 per la lettura del romanzo nel programma Ad alta voce (ascoltabile in podcast). Per Feltrinelli, sempre a cura di Marco Rossari, esce ora un’assoluta novità, una chicca letteraria: Verso il Mar Bianco (collana “Comete”, pp. 350 € 25, Milano 2019), romanzo di Malcolm Lowry che si credeva fosse andato perduto nel rogo del 1944 e di cui invece esisteva copia d’una iniziale stesura fra le carte della madre dell’ex-moglie di Lowry. Nel 1991 Jan Gabrial ne curò una poco filologica trascrizione e nel 2014 l’University of Ottawa Press ne pubblicò un’edizione critica corredata da un amplissimo apparato di note. Impossibile dire cosa sarebbe In Ballast to the White Sea se Lowry avesse potuto completarlo come chiusura della sua ideale trilogia dantesca dove questo romanzo doveva stare per il Paradiso e naturalmente Sotto il vulcano per l’inferno. Si tratta della storia di Sigbjørn, rampollo d’una schiatta di armatori in declino, studente a Cambridge, convinto d’aver causato il suicidio del fratello. Ha nel cassetto un romanzo sulla sua giovanile esperienza come fuochista. Scopre però che il tema è già stato trattato con esiti più felici da uno scrittore norvegese, che decide di andare a conoscere.

L’operazione di recupero filologico condotta dagli studiosi di Ottawa perde senso nell’edizione italiana, completamente priva di note, una scelta incomprensibile per un testo costruito su un’ossessione letteraria ed il cui linguaggio, per dirla con Gérard Genette, è un paradigma di transtextualité. Inoltre, mentre la nuova traduzione di Sotto il vulcano funziona e riesce nell’intento d’attualizzare la voce di Lowry per il lettore contemporaneo, la traduzione di Verso il Mar Bianco tende ad accentuare in negativo i problemi insiti nel testo originale, in particolare la verbosa introversione dei lunghi blocchi di dialogo. Solo nei capitoli finali l’estetica dell’eccesso di Lowry si trasforma in un lucido delirio narrativo (peraltro ben reso anche in traduzione), dove un’ostinata ricerca d’autenticità e originalità prende vita nella voce di due figure comiche, un tassista e un poliziotto, e nello sguardo di un aviatore che, sorvolando il porto da cui Sigbjørn sta per imbarcarsi, descrive gli eventi con occhio cine-documentario. Un omaggio a stilemi modernisti e un’anticipazione di quanto Lowry riuscì più genialmente a fare in Sotto il vulcano.

dermowitz@libero.it

E. d’Erme è studiosa di letteratura irlandese