Francesco Longo – Molto mossi gli altri mari

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di Natalia La Terza

Francesco Longo
MOLTO MOSSI GLI ALTRI MARI
pp. 177, € 16
Bollati Boringhieri, Torino, 2019

Dopo il romanzo collettivo 2005 dopo Cristo (Einaudi), scritto con Christian Raimo, Francesco Pacifico e Nicola Lagioia sotto lo pseudonimo di Babette Factory e il reportage Il mare di pietra (Laterza) dedicato alle isole Eolie, Francesco Longo, scrittore romano classe ’78, sembra aver trovato la forma narrativa a lui più affine nel romanzo. Molto mossi gli altri mari, uscito per Bollati Boringhieri, è un esordio fuori dal tempo, un libro dal vocabolario classico e dal ritmo sospeso su quella che del tempo è la parte più intrigante e controversa: l’attesa. Un’attesa che fin dalla prima delle 173 pagine perde i suoi contorni, si confonde e sdoppia, diventando l’attesa di una mareggiata e l’attesa di una ragazza.

Il romanzo si apre sulla terrazza di una spiaggia di Santa Virginia, una località di mare a poco più di un’ora da Roma che assomiglia molto a San Felice Circeo. È l’ultimo giorno di agosto: Michele, il narratore, che sul promontorio vive tutto l’anno, e Silvia, la sua amica romana di una vita, stanno aspettando che la promessa fatta dai bollettini meteo di una «mareggiata epica» si avveri. È la loro ultima possibilità di rivedere gli amici di ogni estate, di tutta la loro ormai lontana adolescenza: Guido, il Cicogna, Margherita, Valentina, ma soprattutto Micol. È Silvia ad annunciare il suo arrivo a Michele, dondolandosi a piedi nudi sulla sedia, mentre parlano d’altro, disinvolta e solenne: “Oggi arriva anche Micol, credo voglia dirci che si sposa”.
Chi è Micol? “Veniva anche lei, come tutti, da Roma”. Di lei sappiamo che ama andare al cinema e leggere i libri gialli, che guida bici da uomo e che porta grandi occhiali da sole, “sempre di tartaruga”. Eppure sembra che il segreto di questo personaggio femminile, tanto amato dal protagonista quanto dall’autore, si riesca a cogliere di più in sua assenza. In uno dei flashback del libro, una ragazza dirà a Michele una verità che lui è il primo a non voler ammettere: “Non so neanche se Micol esista davvero o se te la sei inventata, ma una parte del tuo cuore è incatenata a un’immagine, a qualcosa di irreale”. E in effetti, a una lettura attenta, le sembianze fantasma di Micol precedono la sua entrata in scena. Prima di presentargliela, in una giornata qualsiasi delle loro estati infinite, Silvia dice a Michele: “È legatissima alla Baia, come noi. Non l’abbiamo mai vista, anche se c’è sempre stata”.
La protagonista femminile di Molto mossi gli altri mari rappresenta l’amore ideale e allo stesso tempo, come ha confessato in un’intervista il suo autore: “tutte le eroine letterarie, le ragazze di cui ci si innamora nei libri: un concentrato di amori impossibili”. E la bellezza di questo romanzo sta non solo nella scrittura e nella trama, ma anche nel suo essere un omaggio a una certa idea di letteratura che in onore di Raffaele La Capria potremmo chiamare il filone della Grande Occasione Mancata. Un filone che colleziona personaggi femminili unici.

Il primo riferimento, ovvio, è quello a Micòl Finzi-Contini. Certi passaggi del libro di Francesco Longo sono vere e proprie citazioni del Giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani. La Micol di Longo “conduceva l’esistenza con la testa rivolta all’indietro”; la Micòl e il protagonista di Bassani condividono il «vizio d’andare avanti con le teste sempre voltate all’indietro. Ma le somiglianze non finiscono qui. Anche la Micol romana è ebrea come la Micòl ferrarese, e come lei appartiene all’alta borghesia. D’inverno vive in una piccola, preziosa via quasi nascosta nel quartiere dei Parioli: via Adelaide Ristori. E poi Micol ha vezzi (il giorno di Micol, il collezionismo, per lei non di làttimi ma di orecchini, i maglioni verdi) e vocabolario simili a quelli di Micòl. Come Micòl ha un finzi-continico tutto suo: la Micol di Roma nord nomina a Michi pasticcerie fantastiche, gli parla di languori, di cordoni ombelicali, del suo sentirsi orfana quando è lontana dal mare. La paura più grande di questa sedicenne è che i suoi genitori vendano la loro casa a Santa Virginia. Il desiderio fortissimo che la protagonista femminile prova per il mare (arriverà a dire che se potesse, lo sposerebbe) e il ruolo cruciale che ha la sua stanza nel racconto fanno pensare a un’altra grande protagonista della letteratura italiana insieme a Micòl, e anche nel suo caso per riconoscerla non serve un lungo identikit, basta il suo nome: Fulvia.

Beppe Fenoglio fa apparire l’eroina di Una questione privata il breve tempo necessario a farle pronunciare poche parole e a farle compiere pochi gesti che rimarranno impressi nella mente del lettore per sempre. Anche Fulvia, come Micol, adora il mare: “quando era malinconica o stufa” scrive Fenoglio “parlava sempre del mare e di Alassio”. E le tre ragazze immaginarie e immaginate, vivissime e verissime sembrano unirsi tutte in una in quella che è la Scena di Molto mossi gli altri mari: il momento in cui finalmente Michele, per il quale il viaggio di un’ora sul regionale assume per anni proporzioni epiche e provoca attacchi d’asma al limite del soffocamento, arriva nella stanza di Micol. Una stanza che odora di mandorle, dove lei mette un disco per ballare. “Mi strinse la mano e mi riportò su quel tappeto che per me rappresentava il centro della sua stanza, il centro di Roma e il centro del mondo”.

Per tutto il libro c’è un parallelismo tra la figura di Micol e Roma, ma tutto quello che deve accadere tra i due protagonisti e non accade, come nel caso di Una questione privata, è nella tensione di uno spazio chiuso: sono storie d’amore d’interni. Milton regala a Fulvia il disco di Over the Rainbow, una musica che a lei “piace da svenire”, una melodia sulla quale vorrebbe ballare con Milton solo. È quasi ostile quando gli dice una volta per tutte quello che avrebbe dovuto capire da solo, da sempre: “Sono stufa di ballare con ragazzi che non mi dicono niente. Io non sopporto più di non ballare mai con te”. È la stessa attesa che snerva Micòl, che nella sua stanza, per Bassani il vero cuore del giardino, esclama al protagonista: “Beh, perché resti lì impalato?”. È lei che lo provoca, è lei che si avvicina, è lei che poi si ritrae. Ai Parioli, con Michele, Micol sarà più mite. Guarda l’orologio appeso al muro, gli fa: “A che ora hai il treno?”. Che sia a Santa Virginia o a Roma, estate o inverno, il protagonista di Francesco Longo non ha mai osato dire alla ragazza di cui è innamorato quello che prova per lei. Chi lo conosce dice che a farlo godere sia l’attesa. Non gli basta l’insofferenza provata per i ragazzi di turno di Micol e nemmeno le insinuazioni di lei, che a volte si trasformano in vere e proprie provocazioni. Michele è la vittima perfetta di quell’attesa amorosa che in Frammenti di un discorso amoroso Roland Barthes paragona a un incantesimo: ne è completamente rapito, narcotizzato. E nella sua paralisi emotiva c’è del drammatico ma anche del comico, quando per esempio arriva a sperare di far colpo sull’amata per interposta persona, non su Micol ma sui genitori di lei: “io non avrei dovuto compiere più nessuno sforzo, perché sarebbero stati loro a spingerla tra le mie braccia”.

Molto mossi gli altri mari è un romanzo d’amore ma anche d’amicizia. L’espediente dell’attesa della mareggiata come resa dei conti con la giovinezza offre a Longo la possibilità di indagare le dinamiche delle amicizie che si protraggono nel tempo. È affascinante la costruzione del personaggio di Guido, l’unico del gruppo ad aver avuto una breve storia con Micol, e che trattiene con lei una tensione tanto sotterranea quanto evidente fino al loro ultimo scambio. Guido che è il ragazzo carismatico, l’amico che introduce gli altri al surf, quello che sembra «incapace di essere triste» e che è il personaggio più tragico e complesso del romanzo. E poi, fin dall’inizio, fino alla fine, c’è Silvia, l’amica più cara, la bella del gruppo, sedotta, abbandonata e per sempre innamorata di Guido. A Francesco Longo bastano poche parole per descriverla e farci pensare che una Silvia la conosciamo tutti: è quell’amica che lascia la casa del mare “cercando stazioni dell’autoradio per immalinconirsi con le canzoni che avevamo ascoltato d’estate”. Ed è un po’ la sensazione che trasmette Molto mossi gli altri mari a chi lo legge: la felicità di ascoltare una canzone malinconica che ricolleghiamo a una bella estate. Un libro perfetto da abbinare all’ascolto del Tuffatore di Flavio Giurato, scambiando il Monte Argentario con il Monte Circeo.

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