Loredana Lipperini – Magia nera

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Diverse intensità di occulto

di Matteo Fontanone

Loredana Lipperini
MAGIA NERA
pp. 226, € 16,
Bompiani, Milano 2019

Per chi è abituato a soppesare un libro dalla citazione in esergo, i versi della poesia di Anne Sexton fissati nel paratesto da Loredana Lipperini sono già un’indicazione preziosa, perché portano lo stesso titolo di questa sua raccolta, Magia nera: per ispirazione e progettualità dell’allestimento, insomma, sappiamo fin da subito dove guardare. Al centro di questa silloge che accorpa le narrazioni brevi scritte da Lipperini negli ultimi anni, alcune delle quali già pubblicate su riviste, ci sono personaggi femminili a contatto con una macrocategoria che per non sbagliare potremmo definire a maglie larghe “occulto”. L’innesco delle dodici storie – suddivise dall’autrice in quattro sezioni (matrimoni, madri, ribellioni e doni) – muove sempre da un contesto di blando realismo: certo, le protagoniste dei racconti, e soprattutto quelle che fanno una brutta fine, partono tutte da uno stato mentale opalescente e confuso, leggermente disallineato rispetto al mondo e alla vita, una presenza distratta che reca in sé i segnali di ciò che sta per succedere. A un certo punto, infatti, ecco manifestarsi la torsione, il bagliore, il disvelamento del sovrannaturale che percorre tutti i tasselli della raccolta e che sposta il testo verso i territori del fantastico.

All’interno di questo schema fisso, però, Lipperini alterna diverse gradazioni di orrore e diverse intensità di paura. Nei suoi bozzetti infatti trova spazio anche materiale che horror non è, ma che aderisce al vasto reame di ciò a cui diamo l’etichetta di “genere”. Qualche esempio: le suggestioni cyberpunk, all’incrocio tra transumanesimo ed esoterismo, di un bordello torinese dei primi anni del Novecento, dove dei bellissimi automi praticano un sesso perfetto e meccanizzato, o una spy-story risalente alla seconda guerra mondiale, o ancora, nell’ultimo racconto, la vicenda di una malata terminale che ha la possibilità di incarnarsi nell’ultimo giorno di una vita spezzata da un omicidio e provare a cambiarne il corso, proprio come in un episodio di Black Mirror. Allo stesso tempo, però, dominano storie dall’impianto orrorifico classico e dal sapore gotico, con venature di Shirley Jackson (forse il più grande modello dell’autrice), di Algernon Blackwood (il terrore che si materializza attraverso la natura) e di Stephen King, il cui omaggio diventa addirittura esplicito nell’affresco di un paese maledetto – o miracolato? – da un rarissimo fungo che una volta all’anno chiede ai suoi abitanti un sacrificio umano.

Queste narrazioni di Loredana Lipperini sono popolate da donne che la magia nera la subiscono e da altre che la esercitano con spietatezza, come a ricordarci che anche il più piccolo scarto di lato dalla realtà può avere conseguenze distruttive: chiedere alla badante di una vecchia strega che la sacrifica per avere indietro suo figlio dalla morte, o a una neomamma in depressione post partum che per salvare la figlia deve cedere alle richieste dell’ex migliore amica tornata dall’aldilà per sostituirsi a lei. In alcune nicchie, tuttavia, Lipperini è anche capace di mostrarci una sorta di magia del bene, come quella scatenata dalla misteriosa proprietaria di un sushi bar per aiutare una signora in difficoltà con il rumoroso locale sotto casa che le impedisce di dormire, o come il giro del tempo metafisico e molto lirico del primo racconto, dove Cecilia cerca una maglia nella rete della nostra dimensione per ritrovare suo marito Michele, morto in ascensore durante un furioso litigio con lei. Lo riabbraccerà, sì, ma non come si sarebbe aspettata: in una storia di fantasmi che si rispetti, in fin dei conti, anche il lieto fine deve sempre lasciare un brivido.

Matteo.fontanone@gmail.com

M. Fontanone è italianista e consulente editoriale

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