Louise Erdrich – Il guardiano notturno | Libro del mese

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Tra isolamento e assimilazione

di Beatrice Manetti

Louise Erdrich
Il guardiano notturno
ed. orig. 2020, trad. dall’inglese di Andrea Buzzi,
pp. 432, € 20,
Feltrinelli, Milano 2021

I veri protagonisti della narrativa di Louise Erdrich sono la terra e il tempo. Una terra insieme reale e immaginaria, che trasfigura letterariamente il lembo nordorientale degli Stati Uniti, tra Nord Dakota e Minnesota, dove è stanziata la tribù di nativi americani Ojibwe e dove i luoghi non hanno nomi di persone ma delle cose vere che vi accadono: “sognare, mangiare, la morte, l’apparizione di animali”. E un’idea di tempo mitica e relativistica, per la quale “il tempo è tutto, non sono i secondi, i minuti, le ore, i giorni, gli anni”, ma una “sostanza insostanziale”, una “piega”, una “curva (…) il modo in cui comprendiamo il nostro mondo” e anche, non da ultimo, “un elemento sacro”.

Intorno a queste coordinate, in cui sono radicate una visione del mondo e un’arte del racconto, Erdrich ha costruito il proprio universo poetico e ha liberato la propria vocazione sperimentale, dispiegandoli in un macrotesto coeso e variegato dove ogni romanzo segna una tappa a sé per genere e impianto narrativo – dall’affresco storico e polifonico del Giorno dei colombi al thriller giudiziario di La casa tonda (Feltrinelli, 2014), fino al monologo in forma diaristico-epistolare del distopico La casa futura del Dio vivente, per citare solo i titoli più recenti usciti in Italia per Feltrinelli – e al tempo stesso dialoga con tutti gli altri nel ripresentarsi degli stessi personaggi e degli stessi temi: l’identità e la storia dei nativi americani del Nordest, l’orgoglio e le tribolazioni dell’appartenenza a un popolo perseguitato, la resistenza alla colonizzazione, la convivenza tra bianchi e indigeni nelle riserve, il dilemma tra isolamento e assimilazione.

Nel sintetizzare e portare all’estremo questi elementi, Il guardiano notturno, premiato con il Pulitzer per la narrativa nel 2021, si presenta come il romanzo più dichiaratamente autobiografico e più scopertamente politico di Erdrich. Pubblico e privato, sottigliezze giuridiche e affetti familiari si intrecciano del resto nelle lettere del nonno materno della scrittrice, Patrick Gourneau, che costituiscono lo spunto e la fonte principale della storia. Nel 1953 Gourneau, allora presidente del Consiglio tribale della Turtle Mountain, si batté in prima persona, con l’appoggio dell’intera comunità disposta a seguirlo fino a Washington, contro la House Concurrent Resolution 108, il disegno di legge che abrogava i trattati bilaterali stipulati dal Congresso degli Stati Uniti con le nazioni indiane e implicava l’estinzione immediata di cinque tribù. A Patrick è ispirato uno dei personaggi principali del romanzo, Thomas Wazhashk, il guardiano notturno del titolo. Nelle ore solitarie durante le quali vigila sulla fabbrica di rubini da poco impiantata nella riserva, Thomas dialoga col fantasma di un amico d’infanzia, è interrogato da un maestoso gufo bianco e visitato da creature soprannaturali, pensa, ricorda e soprattutto scrive: un fiume di lettere accalorate, scritte con urgenza ed “educata disperazione” e indirizzate ad avvocati, senatori, uomini politici – la sua unica arma contro la “cortina di parole altisonanti (emancipazione, libertà, uguaglianza, successo)” che nasconde la realtà di quel disegno di legge, ossia l’ennesimo furto della terra, la lacerazione dei legami tribali, il genocidio culturale.

Nella fabbrica di rubini che Thomas sorveglia di notte, lavora di giorno sua nipote Pixie Paranteau, l’altro fulcro narrativo del romanzo. Emancipazione, per Pixie, non significa soltanto la fine di un mondo, ma la possibilità di conciliare due mondi: quello di sua madre Zhaanat, con cui condivide saperi e poteri sciamanici, e quello di Minneapolis, la città dei bianchi, dove ci si può perdere nell’alcol o nella prostituzione – come è accaduto a suo padre e a sua sorella Vera – ma dove si può anche tornare a studiare. Intorno a loro, Erdrich fa ruotare una moltitudine di altri personaggi, che appaiono, scompaiono e ritornano in un’organizzazione dell’intreccio simile alla coperta patchwork di Thomas, in cui ogni piccolo tassello è traccia e testimone dell’intero dal quale proviene. Questa struttura narrativa, che alterna l’affondo analitico sulle figure principali al proliferare delle storie secondarie e tiene insieme vecchi e giovani, uomini e donne, umani e animali, vivi e morti, non è solo la cifra stilistica di una scrittrice inimitabile, ma la traduzione poetica di un modo di pensare in cui “non c’erano divisioni, o forse le divisioni erano differenti, o forse erano invisibili” e in cui nessun individuo è solo sé stesso, bensì il nodo di una rete che abbraccia tutto il vivente.

Nasce da lì l’alchimia della prosa di Erdrich, che sa chinarsi amorevolmente sulle minuzie della realtà quotidiana e poi improvvisamente sollevarsi nel respiro epico della leggenda. Nel Guardiano notturno c’è un elemento ulteriore, una vena di realismo quasi etnografico che rende conto minuziosamente delle feste collettive, dei lavori agricoli e domestici, della cucina e della medicina tradizionale, dei rituali connessi alla sepoltura dei morti, nel tentativo di sottrarre un’intera civiltà alla sola vera cancel culture, quella dei colonizzatori, con le parole della letteratura, dopo che Patrick Gourneau l’aveva salvata dalle parole della politica: “Come se la penna tenesse tutto sospeso nella riserva mentre Thomas scriveva. E scriveva”.

beatrice.manetti@unito.it

B. Manetti insegna letteratura italiana contemporanea all’Università di Torino

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