Luca Mignola – Racconti di Juarez del Sud

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Un carnevale delle colpe

di Corrado Iannelli

Luca Mignola
RACCONTI DI JUAREZ DEL SUD
pp. 98, € 14,
Wojtek, Pomigliano d’Arco NA 2019

Su CrapulaClub, blog di “finzioni, critica letteraria, filosofia, traduzioni”, codiretto da Anna Di Gioia ora editor di Wojtek, Luca Mignola cura con Alfredo Zucchi nel 2017 “un approfondimento sul racconto come forma letteraria, e sul fantastico come genere”: un dossier disponibile online che comprende due saggi, un’intervista, un racconto inedito tradotto e un racconto italiano (di Livio Santoro, altro autore recensito in questa pagina). Attraverso Julio Cortázar, Jorge Luis Borges, Ricardo Piglia, l’obiettivo è di dotarsi di coordinate più precise nell’ambito dello sfuggente canone del racconto, indagando il potenziale di alcuni suoi elementi strutturali: vertigine, immediatezza, enigma, assurdità.

Queste riflessioni sui cortocircuiti della narrativa breve confluiscono nei Racconti di Juarez del Sud, raccolta di prose circolari, costruita su rimandi verso un esterno macrotestuale e verso un interno ricorsivo. La dimensione macrotestuale consiste nella topografia delle vicende narrate, che incarnano a loro volta funzioni precise: le Torri Nord e Ovest e il fiume Sarno, a delimitare i confini di Juarez del Sud, luogo di devastazione; poi Janka sul confine, luogo di transizione, e la zona in trasparenza, luogo di acquisizione della conoscenza. C’è una cartografia precisa della superficie e c’è poi un sottosuolo indeterminato; il significato scavalca la rappresentazione in un trionfo del mancato orientamento: “non vedo dove sia la differenza tra fuori e sotto”. A proposito invece della dimensione ricorsiva, “la legge è disciplina di ripetizione”: le medesime condanne ed esecuzioni ritornano raccontate da punti di vista diversi, trasferendo così il carattere principale dell’esperienza dal contenuto alla forma.

Ecco lo sconfinamento metaletterario: il linguaggio riflette su sé stesso, sulle proprie modalità e i propri limiti. Già il racconto d’apertura, che innesca il motore narrativo, inscena un incubo di Vasyl che in biblioteca prende appunti su Hegel e il ritrovamento di una lettera a lui indirizzata da Havor Treblinka, il cui incipit recita: “come in ogni genesi, il primo gesto non appartiene al fondatore, ma al narratore”. I personaggi, prima che reduci, ombre, gobbi, medici, mosche e topi, sono narratori: sono le loro storie interrotte e violente ad incrociarsi “in quei canali di scolo dove si spaccia l’acqua e si fugge, si spaccia il cibo e si muore, si spaccia l’aria e alla fine ci si arrende e si torna in città”.  I cugini che fanno a gara a prender posto sulle gambe del nonno nel racconto eponimo della raccolta, che ascoltano e ripetono racconti, simulano la dinamica dei gemelli che si insultano per rendersi insensibili al dolore nel Grande quaderno di Ágóta Kristof: nella scrittura come esercizio materiale di un’esperienza di sopraffazione, autodisciplina del linguaggio, spazio dell’esperienza che ha il sopravvento sul tempo. La degenerazione del paesaggio è il risultato di un andamento descrittivo che aspira alla semplicità del De bello gallico riformulando il Rulfo di La pianura in fiamme (entrambi citati in esergo), il quale, come ha scritto Ernesto Franco, “dissimula a tal punto la singolarità umana che finisce con l’abolirla”. La brevità e la ripetizione come assi portanti della struttura innescano infatti la dimensione rituale e il moltiplicarsi polifonico delle voci, che si sovrappongono: Mignola inscena uno spettacolo carnevalizzato di figure colpevoli familiari e mostruose, grazie a un linguaggio che non mira a tradurre la lingua e l’esperienza comune, ma che elabora un insieme proprio di forme simboliche finalizzate ad armonizzare in maniera coerente e disturbante il contenuto e la forma.

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