Luigi Guarnieri – Il segreto di Lucia Joyce

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Passare dall’uscita

di Beatrice Manetti

Luigi Guarnieri
Il segreto di Lucia Joyce

pp. 178, € 19,
La nave di Teseo, Milano 2022

Il modo migliore di entrare in questo libro è passare dall’uscita. Exit si intitola infatti l’ultimo capitolo, dove l’autore, nel congedarsi da chi l’ha seguito fino a questo punto, racconta come tutto ha avuto inizio. Il biografo diventato autobiografo si mette a nudo, ripercorrendo i due mesi trascorsi a Zurigo nell’autunno del 2017, in balìa degli alti e bassi della depressione, e culminati con la visita al Friedhof Fluntern dove James Joyce è sepolto insieme alla moglie Nora, al figlio Giorgio e alla sua seconda moglie, Asta Osterwalder. “Con grande sorpresa, mi rendo subito conto che qualcosa non torna. [ … ]. Stando ai miei ricordi [ … ] di figli Joyce ne aveva due, un maschio e una femmina, entrambi nati a Trieste: Giorgio c’è – che fine ha fatto Lucia?”. Il segreto di Lucia Joyce nasce da questa domanda e prende forma intorno a una doppia urgenza: da una parte l’“identificazione proiettiva” di uno scrittore abituato a costeggiare “gli abissi nei quali ognuno di noi, anche se spesso lo ignora, è sempre sul punto di cadere”; dall’altra il tentativo di dare consistenza narrativa a una figura e a una vita mancate a sé stesse.

Nella sua lunga sperimentazione, tanto appartata quanto originale, sulla forma del romanzo biografico-documentario, Luigi Guarnieri ha sempre privilegiato personaggi fuori quadro ma ingombranti al punto da riempirlo tutto, tanto sfrenati nelle ambizioni quanto iperbolici nei fallimenti: da Cesare Lombroso, protagonista del suo libro d’esordio (L’atlante criminale. Vita scriteriata di Cesare Lombroso, 2000), al capitano di vascello Józef Teodor Konrad Korzeniowski, incamminato verso il suo destino di scrittore lungo un fiume africano che sfocia nell’orrore (Tenebre sul Congo, 2001), da Han Van Meegeren, il falsario di Vermeer celebre quasi quanto il suo modello (La doppia vita di Vermeer, 2004), al Foscolo scialacquatore e grafomane degli ultimi anni londinesi ritratto in Forsennatamente. Mr Foscolo (2018).

Lucia Joyce non appartiene a questa genealogia. Forse perché è una donna, forse perché è rimasta sempre una figlia, forse perché non è riuscita a capire fino in fondo né le proprie potenzialità né la propria impotenza. La sua storia è prima un conato di vita, poi la negazione di una vita. E allora, come raccontarla? Guarnieri la apre e la chiude sulla morte di suo padre James, della quale Lucia ha notizia mentre è internata nell’istituto per malattie mentali di Pornichet, nella Loira atlantica, dopo anni di ricoveri, diagnosi contraddittorie e terapie balzane. È il sigillo definitivo sul suo destino di internata psichiatrica: a Pornichet passerà gli anni della guerra e dell’immediato dopoguerra, fino al trasferimento, nel 1951, al St Andrew’s Hospital di Northampton, dove morirà nel 1982 a settantacinque anni, senza avere rivisto sua madre e dopo aver ricevuto due visite in tutto dell’amatissimo fratello Giorgio. Lucia Joyce, di fatto, muore al mondo e a sé stessa quando muore James Joyce, l’unica persona a cui stesse a cuore la sua guarigione e, forse, il primo responsabile della sua malattia senza nome. Non è un caso che l’unica traccia scritta della sua permanenza a Northampton, a parte le testimonianze di chi le ha fatto visita, sia un abbozzo di biografia del padre, The Real Life of James Joyce, evoluto in uno schizzo autobiografico, My Life, e corredato di un’appendice intitolata My dreams. Basterebbero questi tre titoli a riassumere il “segreto” di Lucia, la cui vita si è confusa con un’altra fino a perdersi nei suoi sogni o nei suoi incubi.

C’è un solo momento, tra un’infanzia randagia e precaria e una maturità da fantasma, in cui Lucia Joyce è più Lucia che la figlia di Joyce: sono gli anni della breve fioritura della sua vocazione giovanile, tra l’inizio e la fine degli anni venti, quando Parigi diventa anche per lei una festa mobile facendole scoprire che “la sua strada è la danza. L’alfabeto dell’inesprimibile, il geroglifico di una scrittura misteriosa. Un metodo per raggiungere la magnificenza, per recuperare la verità dell’essere. L’espressione più gioiosa e potente dell’entusiasmo per la vita”. Sugli exploit di ballerina di Lucia, centrali nel capitolo di Corpi magici (La nave di Teseo, 2020) che Francesca D’Aloja le ha dedicato intitolandolo La sirena, in omaggio al fantasmagorico costume con cui si esibì nel 1929 al Bal Bullier nel primo festival internazionale di danza, Guarnieri si sofferma sì e no per una ventina di pagine. Perché è così: la danza, che avrebbe potuto dare forma a un destino, si rivela un’occasione mancata, forse una vocazione tradita. Dopo sei anni di dedizione assoluta, Lucia lascia tutto, un po’ per l’ingerenza di due genitori incendiari diventati improvvisamente pompieri, un po’ per sfiducia nelle proprie capacità, un po’ per la relazione fallita con Beckett, un po’ per tutto questo o per qualcosa d’altro che sfugge sia a chi scrive sia a chi legge. Nell’allestire la sua partitura biografica, con una scelta che è insieme stilistica e morale, Guarnieri ritesse i fili di amore morboso e di rivalità inespressa che hanno complicato fino all’inverosimile la ragnatela della famiglia Joyce, sfumando programmaticamente i nessi di causa-effetto e non offrendo spiegazioni, al massimo qualche cauta congettura. Lo scopo del suo racconto non è svelare “il segreto” di Lucia Joyce, ma custodirlo, mettendo al suo servizio una prosa mobilissima nella cui referenzialità non c’è niente di asettico, niente di patetico nella sua adesione emotiva, niente di giudicante nella sua ironia.

Il segreto di Lucia Joyce è una biografia impossibile che può esistere solo in virtù dello stile. Nei suoi pochi anni ruggenti, tra uno spettacolo di Isadora Duncan e un balletto russo di Djagilev, Lucia Joyce pubblica sulla rivista belga “Le disque vert” un articolo su Charlie Chaplin intitolato Charlie et les gosses, dove “definisce Charlot una mescolanza di grottesco e di sublime”. Anche la narrazione di Guarnieri ha l’andamento di una slapstick comedy, o meglio, di una slapstick tragedy con un solo mattatore. Al di sotto della convenzionale scansione in capitoli che riproduce la linearità e la coerenza della ricostruzione biografica, si muove una struttura segreta, frammentaria, organizzata in lasse narrative brevi o brevissime, separate da uno spazio bianco che funziona come il nero della dissolvenza tra una scena e l’altra, e dove tutto, dal dettaglio minimo all’evento capitale, viene centrifugato a un ritmo vertiginoso, in un’impressione di frenesia e insieme di soffocamento, di proiezione in avanti e di corsa sul posto: i traslochi voluti da Joyce, gli alberghi di lusso amati da Joyce, i bordelli frequentati da Joyce, le crisi, le remissioni e le ricadute delle innumerevoli malattie di Joyce, la miseria imposta da Joyce e le elargizioni di denaro in nome del genio di Joyce, le notti alcoliche e l’angoscia del capolavoro, i litigi con Nora e l’ossessione del capolavoro, il lavoro forsennato di Joyce e l’egoismo divorante di Joyce. Un mare in tempesta in cui lo scintillante copricapo da sirena di Lucia appare e scompare, e infine si inabissa per sempre. Jung, che alla sua paziente era riuscito a estorcere si è no quattro parole, l’aveva capito benissimo: Lucia era un sintomo della malattia di suo padre.

beatrice.manetti@unito.it

B. Manetti insegna letteratura italiana contemporanea all’Università di Torino

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