Marinella Savino – La sartoria di via Chiatamone

Mannaggia ’a ’uerr’ e a chi ’a facett’

di Sara Amorosini

Marinella Savino
LA SARTORIA DI VIA CHIATAMONE
pp. 170, € 16,
Nutrimenti, Roma 2019

Napoli, 5 maggio 1938. Hitler viene accolto in pompa magna da Mussolini, il quale sfoggia con orgoglio il golfo e il potenziale navale della città. Ed è in questo frangente storico, foriero di sventure, che incontriamo per la prima volta Carolina, l’indomita protagonista del romanzo di Marinella Savino (finalista dell’edizione 2018 del Premio, uscito a gennaio per i tipi di Nutrimenti). “Donna Carulì” capisce subito che la guerra non è lontana come le autorità vogliono far sembrare, e capisce con altrettanta immediatezza che spetta a lei il compito di mettere in salvo la sua famiglia se vogliono sopravvivere all’orrore incombente. Inizia così ad accumulare in cantina ogni bene necessario, dai quintali di cibo al sapone, e a lavorare a ritmo serrato nella sua sartoria, accettando anche quei lavori – e soprattutto quelle clienti – che prima avrebbe rifiutato. Pur non riuscendo a sfuggire del tutto alla miseria della guerra, la famiglia allargata di Carolina (nel 1943 la casa finirà per accogliere, includendo la famiglia della sorella Luisella e quella di Irene, ben diciotto persone), tra paura fame e bombardamenti riuscirà ad arrivare incolume alla fine del conflitto.  Ci troviamo di fronte a un romanzo che, se da un lato si inserisce in una ben nota tradizione (come d’altronde dichiara l’esergo da Napoli milionaria! di Eduardo De Filippo) per ambiente e tono, dall’altro riesce a discostarsene con originalità. Per poco più di cento pagine il lettore si immerge nella Napoli della seconda guerra mondiale – più precisamente in un lasso di tempo che va dal 1938 fino ai primi anni del dopoguerra –, e l’autrice mostra una certa abilità, e onestà intellettuale, nel restituire l’atmosfera di incertezza e terrore degli anni passati alla mercé dei bombardieri alleati (in particolare dei B-24 Liberator…) e del mercato nero.

Su questo sfondo,  reso con mano sicura, spicca incontrastata la figura di Carolina, un personaggio femminile potente che mette in luce il ruolo fondamentale della donna nelle pratiche di cura e di sopravvivenza. Così ce la presenta l’autrice: “L’avevano chiamata Carolina. Carolina Esposito. L’etimo di Carolina è ‘donna libera’ e, lei, con la sua testa, fu libera per tutta la vita. Fuori dalla sua testa, no, non fu libera mai e per niente, perché nacque e visse in un’età in cui la libertà, per una femmina, aveva poco senso. Ma di quello che accadeva fuori dalla sua testa non le importò mai nulla. Badò sempre e solo al dentro”. Forte, coraggiosa, è il faro della famiglia, ed è capace allo stesso tempo di grande generosità e di inaspettata tenerezza, specie nel rapporto con il marito Arturo “l’opposto di Carolina. Un metro e ottanta di buone maniere e cultura”, che tocca il suo punto più bello, una rinnovata vicinanza, dopo che a lui viene amputata una gamba.

Un terzo aspetto degno di nota, dopo la cornice storica (accurata, puntuale, mai preponderante) e la riuscita figura di Carolina, è di certo l’uso della lingua. Marinella Savino crea infatti un sapiente impasto linguistico. Oltre all’impiego – d’obbligo – del dialetto nei dialoghi e in varie espressioni sparse, il vero tocco d’artista lo troviamo nella narrazione in sé, dove l’autrice imbastisce un italiano all’apparenza standard su quella che è però una struttura sintattica e fonetica di stampo fortemente napoletano, riuscendo a mantenere tutta la forza espressiva del vernacolo senza inficiare in alcun modo la comprensione. Infine un plauso all’editore, che ha fatto di questo libro, già di per sé una godibilissima lettura, un oggetto assolutamente ben confezionato in ogni dettaglio. Dalla copertina, ricca di immagini significative, alla grafica interna e al testo stesso, che un minuzioso lavoro di editing ha saputo portare al suo massimo splendore.