Mario Desiati – Spatriati

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Canfora o soffione

di Stefania Lucamante

Mario Desiati
Spatriati
pp. 277, € 20,
Einaudi, Torino 2021

vari capitoli in cui è diviso il romanzo recano come titolo una parola densa di significato e di richiami ad altre scritture e ad altri testi. Un lemma tedesco o pugliese o italiano definiscono di volta in volta le sensazioni e le emozioni che provano i protagonisti del romanzo, Francesco Veleno, soprannominato “Uva nera” dalla madre per via dei suoi colori (ma che ricorda anche il nomignolo dato da Giuseppe Ungaretti a Biagia Marniti, poetessa di Ruvo di Puglia allieva del premio Nobel) e la rossa Claudia Fanelli. Spatriati si legge come un dizionario esistenziale che trova il proprio inizio temporale all’incirca alla caduta del muro di Berlino mentre i due ragazzi sono al liceo insieme. Passando come tanti altri attraverso raves nei campi pugliesi, assistendo allo spettacolo macabro dell’attacco alle torri gemelle, e giù fino ai giorni nostri, i due ragazzi sono uniti nell’implosione affettiva delle rispettive famiglie: la madre di lui ha una relazione col padre di lei sullo sfondo di una Martina Franca bella e legata ancora a tante tradizioni. I due matrimoni naufragano ma le famiglie continuano a vivere insieme in una delle recite più frequenti della nostra cultura: quella della famiglia felice. Sin da adolescente, Francesco si abitua ad assistere al rapporto fra Vincenzo ed Etta, rispettivamente descritti come “un padre distratto e polemico, troppo concentrato su se stesso, e una madre peccatrice che doveva recuperare uno svantaggio. La vittima/carnefice e il carnefice/vittima. Erano insopportabili”. Claudia sublima l’infelicità familiare attraverso l’interesse per l’arte. Ed è inevitabile che il ragazzo timido e riservato si innamori di questa creatura eccentrica, naturalmente spatriata per via della sua intelligenza e della sua curiosità intellettuale come per i suoi capelli rossi da sempre simbolo di alterità. Solo loro due sembrano ascoltare le reciproche voci che si impennano, si bloccano, che stonano mentre entrambi cercano un porto sicuro dove approdare. La ragione per cui i figli devono andarsene dal posto in cui sono nati, ci dice la coprotagonista, risiede nei genitori stessi. Come in Leggenda privata di Michele Mari (Einaudi, 2017) il protagonista si rende conto di essere nato già in partenza sbagliato in quanto generato da una coppia che non avrebbe mai dovuto unirsi in matrimonio. L’amica Claudia capisce subito che per sopravvivere all’unione senza senso dei genitori e al complesso di Elettra nei confronti di Enrico, un padre eclettico e brillante, deve andarsene dal proprio paese. Prima il classico viaggio-studio in Inghilterra, poi la Bocconi a Milano (una marxista alla Bocconi equivale “a una rotella fuori posto nel grande ingranaggio della classe dirigente”), mentre a casa coltiva relazioni abusive con uomini sbagliati, uno, due, molti. Uno di loro, l’avvocato Marco Curcio che poi sposerà Etta, la madre di Claudia, dopo la morte per infarto di Enrico, afferma quello che a questo punto è diventato uno stereotipo sociale: “La famiglia italiana, tutti prendono parte a questa sceneggiata di inutili matrimoni, tanto poi si tradiscono, ma il sabato e la domenica fingono di essere ciò che non sono per i figli, che sognano di essere uguali a loro”. Ma chi come Claudia è innamorata dei personaggi classici della letteratura americana, da Holden Caulfield a Jay Gatsby passando per Atticus Finch e perché no, persino il Fitzwilliam Darcy di Jane Austen, non può che rifiutare tale ipocrisia e cercare altro. Qualcos’altro che sta lontano, o forse non esiste neppure, ma che vale comunque cercare.

E infine ecco che la macchina da presa si sposta a Berlino, caput mundi degli italiani che vogliono sentirsi diversi senza andare in fondo troppo lontano, in possesso della stessa tessera sanitaria che usano a casa ma senza gettarsi nell’incognito di un luna park d’oltreoceano. A Berlino Claudia comincia da capo la propria esistenza buttandosi alle spalle il passato di manager milanese e abbracciando la propria sessualità fluida. Francesco, invece, cerca di restare a Martina. Non a caso sceglie un lavoro come immobiliarista: vuole convincere se stesso che è giusto restare al Sud, coltivare le proprie radici e far radicare altri come noi nell’humus pugliese. Ma, come afferma Hannah Arendt, il cominciamento inerente alla nascita può farsi riconoscere nel mondo solo perché il nuovo venuto possiede la capacità di dar luogo a qualcosa di nuovo, cioè di agire. Come agiscono Francesco e Claudia? Come si comportano ha molto a che vedere con una legge che imparano da soli ma che la seconda aveva letto in Caro Michele, un romanzo scritto con acribìa contro il disfacimento della famiglia da una turbata Natalia Ginzburg. Qual era la legge, allora? L’importante nella vita è camminare e allontanarsi dalle cose che fanno piangere. Francesco resta a Martina fino a quando le cose non fanno piangere troppo e si trasferisce a Berlino da Claudia la quale, tempo addietro, gli aveva detto che il mondo come la vita fuori da Martina gli sarebbero piaciuti molto. E infatti così sembra essere mentre il ragazzo si cala in un’atmosfera da clubbing culture stile Camere separate di Tondelli, dove i tedeschi impegnati nelle varie orge descritte sono chiamati “vichinghi”. Il nume tondelliano viene infatti ricordato da Desiati nelle Note dallo scrittoio al termine del romanzo, non senza aver fatto prima riconoscere Francesco nel Visconte dimezzato di Calvino: “Come al protagonista di quel libro dilaniato in due metà, la mia parte grama e la mia parte buona mi suggerivano un’opzione temeraria: canfora o soffione, abito talare smanicato o maglietta arcobaleno, corridoi ornati e profumati oppure un divano sfondato”.

Spatriati è la storia di una generazione per cui un’amicizia vera, ancora oggi, non ammette sconfitte, e che considera il desiderio mimetico (per esempio quello di Francesco per il georgiano Andria) come elemento sine qua non per la comprensione di sé. Esiste ed esisterà sempre perché è attraverso questo filo che Francesco e Claudia imparano a comportarsi come i metalli che si modellano e non come le pietre che franano. Ma Desiati ci racconta non soltanto di questo. Ci parla del pensiero meridiano e di Franco Cassano; ci parla di autrici come Maria Marcone e di Rina Durante da cui trae i concetti di fare foresta e franare stando in piedi e di poeti pugliesi come Vittorio Bodini sconosciuti al grosso pubblico; ci spiega per filo e per segno tutti i titoli delle canzoni e delle opere che compaiono nel romanzo come per paura che i lettori di oggi possano non conoscere la cultura pop e non, insomma il mondo che affolla di cose la mente dei due amici.

In un romanzo sontuoso per le sue tematiche, i ragazzi di Desiati si muovono con passi incerti verso un’età adulta che, se possibile, è ancora più pesante di quanto non avessero immaginato da adolescenti. Con la loro continua sinergia Claudia e Francesco sono l’uno per l’altra l’unica patria che possa esistere. Se le loro origini rimangono “addosso come una voglia gigante sulla pelle, che puoi coprire con tutti i vestiti che vuoi, ma resta sotto e quando ti spogli la vedi” i due capiscono che per difendersi dalle loro rispettive famiglie (“eravamo usciti dalle nostre famiglie riportando ferite profonde, ma le nostre famiglie non erano uscite da noi”) devono prendere la forma dei colpi che la vita infligge. Insieme. ​Farlo può diventare una scelta dettata dalla saggezza perché, appunto come recitano le parole del romanzo, “le pietre franano mentre i metalli si modellano”. Dedicato agli scrittori pugliesi perché le loro opere hanno costruito l’immaginario di Desiati, il romanzo parla a tutti coloro che del Sud non amano solo le spiagge ma anche le tradizioni e il pensiero, quello meridiano, appunto.

stefania.lucamante@unica.it

S. Lucamante insegna letteratura italiana contemporanea all’Università di Cagliari

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