Michele Masneri – Stile Alberto

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Un moralismo snobistico come potente depuratore culturale

di Danilo Bonora

Michele Masneri
S
tile Alberto
pp. 155, € 14,
Quodilibet, Macerata 2021

Stile Alberto : Masneri, Michele: Amazon.it: LibriMasneri inizia il suo libro (anche fotografico) con L’Anonimo lombardo che gli cade in testa da un’alta libreria. Era un ventenne “confuso e infelice” in fuga dalla Lombardia, quella industriosa, tirchia e “borromaica” da cui era già scappato il Gadda venerato dal giovane Arbasino, autonominatosi suo “nipotino” e giustiziere dei critici dell’ingegnere, sospettosissimi perché troppo bizzarro e macaronico e “cincischiato”, mentre loro pigolavano “in caffè taciturni per timore del Regime e di richiami alle armi” di versi e prose distillate circa magmi, grumi, greti, greppi, rivi, clivi, anse e ansie… Stile Alberto, Bildungsroman 3.0, è cronaca rapinosa e vivace di un apprendistato girovago tra ambizioni sbagliate e l’odiato, “farraginosissimo” diritto del mare, di cui Arbasino, fatalità, era stato uno specialista. Come il suo modello – “nato a Voghera, rinato a Roma” – Masneri si è resettato nella capitale dopo una parentesi nella “delirante” università di Gorizia, nei casinò da “junkspace” di Nova Gorica, e anni spettinati su e giù per l’Adriatico, in pura cifra Fratelli d’Italia“a gran velocità verso le discoteche tondelliane di Riccione, su Range Rover di colleghe con papà dentisti a Bergamo Alta”. D’altronde a Bèrghem, dovendo sciropparsi il capitalismo in purezza, non si poteva che provare il desiderio dei margini di cattolica rilassatezza nelle città a sud del Po. È un itinerario familiare a diversi scrittori settentrionali, che a Roma hanno scoperto, per dirla con Gadda, “le ragioni oscure e vivide della vita”, cioè la possibilità – insinuava il milanese Cesare Cases – di esistere al di fuori dell’economia di mercato, là dove si ottiene un po’ di riconoscimento anche se squattrinati e perfino “il demone del denaro” assume aspetti “pittoreschi, lubrichi, stravaganti”. E nella capitale Masneri ha presto la possibilità di sperimentarlo: lontani i tempi della stampa danarosa che permetteva note spese à gogo, i laureati negli anni novanta sono stati forse gli ultimi a nutrire speranze concrete sul giornalismo, andando incontro allo scoramento più totale. Dovranno vedersela con agenti letterari farlocchi, “progetti urgentissimi” che non sono per niente urgenti, loschi faccendieri televisivi, strampalati magliari di “eventi” dove non si vede un euro. Però il divo Arbasino aveva previsto quasi tutto, scrive l’autore, “quasi”, perché stava arrivando un ulteriore declassamento, per fermare il quale aveva promosso la necessità di un tariffario, “come gli idraulici e i meccanici”, e soprattutto adoperato il “vaffa” come “rito apotropaico” per eludere le troppe richieste di prestazioni da volontariato Ong. Basti pensare al suo raccapriccio nel vedere Barthes in “fetidi bistrò asiatici” circondato da “petulanti bruttissimi” che lo assalivano spiegandogli i libri e i film o Moravia in trattoria “non più con dei Guttuso e Piovene e Bertolucci e Siciliano e Tornabuoni e Garboli, ma tra ceffi che urlavano ‘Albè! nun hai capitooo!’, dandogli del tu e mangiando a sue spese”.

La rinascita a Roma dell’autore avviene non solo per la sospirata laurea alla Luiss ma anche per il graduale appressamento al maestro, imprendibile a tre quarti della società letteraria, munito com’era di una snobissima segreteria telefonica (“Il dottore non è in stanza”) e di una velocità strabiliante nel rendersi irreperibile per l’Europa e gli States fin dai tempi del “Mondo” di Pannunzio. Acchiappato finalmente a una presentazione, Masneri, come il sarto manzoniano, si riduce a farfugliare a trent’anni suonati un desolante “ho letto tutti i suoi libri!”, ricevendo un glaciale “continui così, cavo”. Il rotacismo anteriore e la leggerissima balbuzie completavano a perfezione l’outfit dello scrittore, spietato sul casual degli zombi e “cloni punk rock e junk”, affezionato ai Caraceni e Padovini e alle cravatte a piccoli disegni, con minime concessioni a bermuda eleganti (e risatine a Formentor per i costumi da bagno “antichissimi” di Contini e Vittorini che scivolavano sulle scogliere).

Entrato in famiglia (fanno fede i selfie insieme ad Arbasino), Masneri può rilassarsi e lì, col venerato maestro, approfittare di quel “juke-box ben temperato” per curiosare nel retroscena dei personaggi di Fratelli d’Italia, per esplorare il demimonde romano, addirittura essere ricevuto nell’appartamento di via Gianturco 4, lo scrittore in ciabatte, incredibile visu, uscendone mezzo sbronzo di Asti Cinzano da cesta natalizia. Il romanzo di formazione di Masneri ha un happy end, poiché il narratore negli ultimi anni ha lavorato nei quotidiani e pubblicato un buon Adelphi sulla Silicon Valley, stile Arbasino soprattutto nell’ubbidienza ai precetti della firma di innumerevoli reportage “on the road”, “on the spot”, a caldo, fino alla terza età, quando ancora – tenendo la barra su Leopardi e Gramsci – discorreva delle costanti antropologiche à la Lévi-Strauss degli italiani, di corsi e ricorsi vichiani a proposito degli sproloqui dei sedicenti “impietosi”, “irriverenti”, “scomodi”, le mezzecalze “inquiete” a stipendio Rai, un lusso – sbottava il solito Gadda – che la sua generazione non si era mai potuta permettere.

“Chi si è mai avvilito al mondo leggendo Arbasino?”, si chiedeva Mario Bortolotto, e la domanda, s’intende, era retorica. Tommaso Labranca, cauto ammiratore, aveva vidimato la sua grandezza anche quando faceva lo snob e sarebbe venuta la voglia “di prenderlo per il bavero della tremenda camicia a motivi paisley con cui si fece fotografare negli anni settanta” (è in copertina nel vol. 1 dei Romanzi e racconti dei “Meridiani”, 2009, curati curati da Raffaele Manica). Leggendolo in un laundromat, “isolato e ignorato in un angolo del mondo” dietro piazzale Corvetto a Milano, si chiedeva come facesse, lui, senza uno sbadiglio, una giornata di pioggia, un sabato qualunque, e non è stato l’unico. Sono in molti ad aver contratto debiti complicati e tutto sommato onerosi con il romanziere, l’antropologo, il globetrotter, il saggista, il melomane: come illudersi di accorciare le distanze da un simile performer? Arbasino, non apprezzando per niente i pischelli pasoliniani, “bruttissimi” e di gamba corta, aveva puntato su cowboys e marines biondi e atletici, allegri e disponibili, come farà Walter Siti, il maggiore studioso di Pasolini, tradendo il suo mentore due volte, prima rivelando lo shock benefico dell’Anonimo lombardo (impudenza, sprezzatura, pride…), poi, buttato nel cestino un triste brogliaccio leopardiano, mettendosi a caccia di palestrati “bboni” e borgatari. Altri magari avranno imparato dall’alterigia del saggista a tenere alta la guardia e a rimettere al loro posto le pretenziose casalinghe di Voghera, senza farsi intimorire dalla nevicata fittissima di virgolette nel gigantesco erlebte Rede arbasiniano, un romanzo-mondo con enormi bauli di citazioni – ambizione d’altro canto di Benjamin e di Adorno e di molto Modernism – forse l’unico mezzo per contenere la marea midcult della piccola borghesia wannabe ormai egemonica su tutto. Come ha osservato Berardinelli, il moralismo snobistico di Alberto ha avuto la funzione di potente depuratore culturale; ma la cupezza, l’insofferenza, la densità dei libri più recenti, da Paesaggi italiani con zombi (Adelphi, 1998) alla Vita bassa (Adelphi, 2008), provenivano dalla sensazione di un “là fuori” ormai deserto. La scrittura sfrenata e bulimica provocava un certo effet­to nichilistico, il frutto in limine della capitolazione. Come era successo all’amato ed estremo Roland Barthes – così “sentimentale e indifeso”, rintanato in casa con Chateaubriand dopo dragues avvilenti – anche l’ultimo Arbasino, gettata ormai la spugna, probabilmente era visitato da un dubbio catastrofico: “E se i Moderni si ingannassero? Se fossero privi di talento?”.

bonoradanilo@gmail.com

D. Bonora è dottore di ricerca in italianistica alle Università di Padova e Venezia

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