Mauro Maraschi – Rogozov

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L’umanità sotto esame

recensione di Alberto Locatelli

Mauro Maraschi
Rogozov
pp. 246, € 16.50,
TerraRossa, Bari, 2021

ROGOZOV – TerraRossaCiò che a lettura ultimata anzitutto si sedimenta e presto affascina di Rogozov, il pirotecnico e spregiudicato romanzo di Mauro Maraschi, ora all’esordio narrativo per i baresi di TerraRossa Edizioni (dodicesimo titolo della collana Sperimentali) nonostante una navigata carriera alle spalle in qualità di saggista, traduttore e redattore editoriale, è l’ottima e calcolata capacità del testo di trasformarsi in corso d’opera, di divenire altro a poco a poco, rivelandosi infine con puntuale (o forse sarebbe meglio dire esiziale?) grazia, senza mai inciampare lungo l’intero percorso (davvero sorprendente e per densità contenutistica e per lingua adoperata, abile a restituire con singolare mimetismo l’affabulazione ossessiva e maniacale del protagonista) nelle tante contraddizioni che invece disperatamente convivono in Ruggero Gargano. Ritiratosi dal mondo in “una comune salutista che offre vitto e alloggio in cambio di forza lavoro”, il Sanatorio di Castorp (omaggio al miglior Mann), dopo aver abbandonato “la figlia e la nuova compagna incinta”, eccolo venire avvicinato da un’anonima voce narrante (la cui identità si svelerà solo alla fine – buono il colpo di scena) per essere intervistato riguardo a fatti personali risalenti a tre anni prima (2013, tempo della storia). Fin dalla sua battuta d’esordio (di un’attualità sconcertante, considerato il recente scenario mondiale), “Uno non ci dovrebbe neanche mettere piede negli ospedali […] Ci entri sano e ne esci malato”, il lettore viene subito reso partecipe di una sensibilità inquieta, pertanto altamente infiammabile (“Quelli come noi vivono sotto il vulcano”), scettica e spigolosa, del tutto incapace di scendere a compromessi con la realtà che lo circonda: un mondo cinico, in cui nulla viene fatto senza prima considerare il tornaconto personale (Ruggero stesso, ad esempio, si fidanza con la giovane e strampalata Marlena non per amore ma perché “si era convinto che una compagna astemia fosse l’unico modo per stare lontano dall’alcol a lungo termine) e dove “pensiamo tutti di aver ragione e cercare un accordo è uno spreco di tempo, meglio prendersi quello che ci serve con altri mezzi”. Fermo sostenitore del principio di autoguarigione, mutuato da una rivisitazione in chiave personale, dunque grossolana e perlopiù ignorante, della medicina orientale, il suo intero sistema di valori entra in crisi non appena Ania, la figlia dodicenne e ormai a suo carico soltanto (Marlena, la madre di origine polacca, è fuggita in Argentina per ricominciare la vita da capo), riesce “a farsi visitare in un Pronto Soccorso” della capitale dal “primario di Gastroenterologia del policlinico” affinché le risolva il terribile meteorismo che la affligge da anni, finora curato dal padre con semi di girasole.

Ed è infatti l’utilizzo di una parola “mai sentita” da Gargano, “comorbilità” (interessantissimo il consapevole ricorso alle piaghe sociali del nostro tempo quali motori principali dell’azione drammaturgica lungo tutto il romanzo – filone satirico) a dare il via all’odissea privata e rocambolesca, dalle tinte a tratti anche comiche, paradossali, del protagonista: squalificato il parere professionale del medico (“si inventano le parole e ti fanno aspettare per metterti in soggezione”), ecco il genitore – prendendo in prestito le parole di Rogozov, “chirurgo russo che negli anni Sessanta si operò da solo di appendicectomia” nella base antartica di Novolazarevskaya, da qui il titolo dell’opera – “armarsi di coraggio” e “fare ciò che andava fatto”, pur di trovare il più in fretta possibile i quindicimila euro necessari all’acquisto di un terreno nella campagna siciliana, ad Altavilla, dove trasferirsi a vivere affinché il contatto con la natura possa risanare l’equilibrio della figlia. Da qui in avanti, mentre il lettore fa la conoscenza del ricco ventaglio di personaggi assurdi (poiché troppo umani, a tal punto da scivolare addirittura in una grottesca ma sempre credibile, pertanto inquietante, disumanità), che gravitano intorno al precariato economico di Gargano (dal cieco quarantanovenne Ennio Jacurso, che lo nomina suo segretario vessandolo in continuazione e millanta di essere un antropologo affermato anche se in realtà si è stampato da sé i suoi libri, all’ex amante e farmacista Carla Crusich, con il suo innato istinto da crocerossina, passando per l’intellettuale bibliofilo Taddeo Tebaldi, che arriva persino a pagarlo quaranta euro l’ora affinché si finga un poeta polacco nei salottini degli intellettuali) e ai quali il protagonista si rivolge in cerca di aiuto, proprio lui che da sempre esalta il valore della solitudine per l’individuo (“Se non hai legami non puoi sentire la mancanza. Smetti di soffrire perché nessuno ti vede soffrire, e non hai nemmeno più difetti, perché non c’è nessuno a giudicarti. Puoi essere quello che vuoi”), ecco insinuarsi tra le righe l’ottima invenzione autoriale: i ripetuti tentativi fallimentari (gli avvenimenti hanno luogo secondo la logica della fatalità), uniti a un senso di angoscia crescente che si fa presto tetra disperazione, costringono Gargano a ripensare di sana pianta alla propria finora inossidabile, per quanto artificiosa, ad personam, gerarchia di valori, “trasgredendo le sue rigide autoprescrizioni” e trasformandolo in una figura rotta, dai contorni incerti, sfumati.

Eppure questa nuova umanità liminale permette a Maraschi, in sintonia con la spasmodica ricerca di un’identità altra, forse più schietta, da parte del protagonista, dal momento che “Tutti abbiamo bisogno di un’idea che ci rappresenti, portiamo avanti le nostre idee non perché ci crediamo ma perché danno un senso alla vita”, di passare al setaccio i più disparati aspetti della società contemporanea al fine di denunciarne anzitutto le gravi storture dettate dall’ipocrisia imperante. Ruggero Gargano, dunque, non è più solo un padre disperato per la salute della propria figlia (si sottoporrà persino a un trapianto clandestino del rene), ma spetta a lui, che pur di autoassolversi non esita a denunciare il marciume circostante (gesto coerente con l’egoismo che lo ha sempre contraddistinto), l’arduo compito di smascherare le finzioni, forse meglio le incancrenite menzogne, su cui si basa l’intero mondo occidentale pur di non ammettere che “La vita non è che una folle corsa rettilinea verso al morte: il solo fatto di nascere innesca una decomposizione che sempre e comunque porta alla morte, e da nessun’altra parte”. Ed è quindi così che il romanzo, sempre fedele al proprio impianto diegetico e rispettoso di un ritmo mai calante, anzi punteggiato da un’acuta ironia davvero gustosa al palato di chi legge, cambia forma, non solo schiudendosi con lucidità a un’attenta e feroce indagine esistenziale, ma assumendo via via anche i connotati di un rigido esame a cui è sottoposta senza appello tutta l’umanità di oggi. In questo senso, la scoperta finale dell’identità del narratore interno (uno scrutatore che deve compilare un “dossier” su Gargano, per valutarne l’ammissibilità in un’associazione di cura) si rivela narrativamente calzante e di un’ambiguità significativa, che anzitutto chiama in causa l’intelligenza del lettore: se da un lato infatti, nell’insindacabile rifiuto di farsi carico delle cure a Gargano (“alla base del nostro statuto c’è la convinzione che non tutti gli individui possano essere salvati” – si veda qui l’accusa velata all’ipocrisia che nemmeno risparmia l’assistenzialismo), suggerisce una terribile bocciatura dell’umano contemporaneo, dall’altro però, sforzandosi di abbracciare un’ottica più speranzosa in un’opera perlopiù pessimista, nichilista anzi, viene quasi naturale credere impraticabile qualsiasi aiuto nei confronti del protagonista. Ormai spintosi al di là delle barricate, oltre il filosofico velo del reale, spogliatosi finanche dello sguardo limitato della marionetta per assaporare quello invece lucido e vertiginoso del burattinaio, Ruggero Gargano è da considerarsi anzitutto un uomo libero, assoluto (nel senso etimologico di slegato), finalmente esaudito.

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