Una meritoria riedizione dell’opera di Arthur Rimbaud | Segnali

Il piacere del testo, l’asprezza e il respiro del poeta

di Luca Bevilacqua

Per decenni la critica accademica ci ha ripetuto che dobbiamo concentrarci solo sul testo. La figura dell’autore va tolta di mezzo, come una fuorviante tentazione metafisica: una scorciatoia che con le sue lusinghe deterministiche (biografiche) distoglie da un’analisi obiettiva, se non addirittura scientifica, della struttura, delle figure retoriche, dell’intertestualità…

Eppure è sufficiente una riedizione – peraltro ineccepibile proprio sul piano filologico e del commento ai testi – dell’opera di Rimbaud, a spazzar via d’un colpo quel dogma tedioso e vagamente terroristico. L’autore è di nuovo qui, più vivo che mai. Un secolo e mezzo dopo aver scritto la sua opera (grosso modo tra il 1869 e il 1873), il ragazzo di Charleville invade la nostra coscienza mentre rileggiamo le sue pagine. Ci sembra di percepire il suo respiro. Dopo esserci lasciati sedurre da una rima sconcertante, da una visione insolita, insomma dal “piacere del testo”, percepiamo di nuovo la sua rabbia: così vera, così umana. E la sua dolcezza. Lo seguiamo nel sogno infantile e improbabile d’una felicità sentimentale assoluta. Sogno che nasce in parallelo all’altro: il distacco definitivo dalla famiglia e dalla provincia.

Chimere adolescenziali comuni a milioni di individui (è solo uno dei motivi della fortuna enorme e imperitura di Rimbaud, in particolare tra i giovani): quel misto di violenza e candore, purezza e oscenità, ingredienti alquanto comuni nella vita reale. Ai quali fa da contraltare la più alta, e fuori dal comune, intelligenza di cosa può essere la poesia. Il nostro “bisogno di Rimbaud” (per riprendere il titolo d’un famoso saggio di Yves Bonnefoy), nasce proprio dall’inesauribile potere fecondativo esercitato dalla sua opera circa la funzione da attribuire all’arte e al suo eventuale privilegio, o mandato, di “cambiare la vita”.

Il curatore del volume Marsilio (Arthur Rimbaud, Opere), Olivier Bivort, nella sua densa Introduzione ci riporta nel vivo della dialettica fra autore e testo, ovvero fra il ragazzo che cresce e fa esperienza del mondo (la fuga a Parigi, gli ambienti letterari, l’incontro con Verlaine), e ciò che quello stesso ragazzo va scrivendo e distribuendo in una ristretta cerchia, mediante lettere, proclami, suppliche o esortazioni a bruciare tutto. Una poetica che si evolve rapidamente, e si rinnega, fedele solo a quella postura anarchica, alla protesta perenne e dolorosa, fatta di mutismo ed eccessi, tipica degli orfani. Annota Bivort, Rimbaud si è posto “in una condizione di orfanità primordiale”. È un passaggio importante per comprendere come Rimbaud orienti, più che la materia autobiografica, il suo stesso slanciarsi disperatamente dentro di essa, senza semplificazioni o sentimentalismi, insomma senza lirismo, al puro scopo di esplorare la verità: “Rimbaud fa dell’esperienza e della conoscenza di sé una condizione primaria dell’attività poetica; ma ciò non significa che intenda la poesia quale riflesso della propria vita o delle proprie azioni”. Concetto vertiginoso da applicare, perché rifiuta sia la poesia del soggetto, che ancora Baudelaire incarnava, sia la “scomparsa elocutoria del poeta” che Mallarmé teorizzerà di lì a poco.

Ed è l’occasione per tornare sulle due lettere, qui ritradotte e riccamente annotate, che Rimbaud invia rispettivamente il 13 e il 15 maggio 1871. La prima è al suo professore di liceo, Georges Izambard, l’altra a Paul Demeny, un amico poeta d’una diecina d’anni più grande di lui. Rimbaud illustra nel dettaglio i procedimenti che gli hanno permesso di scrivere alcune poesie destinate a essere celebri: Il cuore suppliziato, Canto di guerra parigino, Le mie fidanzatine. Ma non si tratta di mera tecnica poetica, quanto d’un nuovo modo di accostarsi all’atto creativo, per scrutarlo e al tempo stesso indirizzarlo verso “l’avvenire della poesia”. Una conoscenza superficiale dell’io non è infatti sufficiente. Come in un laboratorio, il poeta sottopone l’anima a strani, dolorosi esperimenti al fine di renderla “mostruosa”, insensibile, come quella dei trafficanti di bambini. Un “lavoro” che non ha nulla di irrazionale, ma ha come sola premessa la “ragione”. Perciò, una volta innescato il processo, mentre una parte di sé si trasforma in “veggente” (come dire: in poeta), l’altra parte osserva con lucida meraviglia quanto accade: “Sto assistendo allo sbocciare del mio pensiero: lo guardo, lo ascolto, do un colpo di archetto”. Sappiamo che questo sdoppiamento, quest’impressione quasi passiva con cui Rimbaud dice di assistere, con esultante fatalismo, a ciò che lui stesso ha innescato, diverrà un paradigma per i surrealisti. L’inconscio è l’ospite inatteso che era sempre stato qui: si tratta ora di lasciarlo fare. La più celebre delle formule, quella che scardina persino la grammatica – “Perché Io è un altro” – non va dunque intesa come un’apertura empatica all’alterità. È invece la sintesi della più scandalosa e irreversibile delle metamorfosi, quella in cui il soggetto prende atto che qualcos’altro, qualcosa di “ignoto”, ha occupato il posto che un tempo era suo.

Rimbaud non esprime perciò il desiderio di uscire da sé. Non vuole scambiarsi col prossimo (era semmai Baudelaire ad aver notato “l’incomparabile privilegio” del poeta di poter essere alternativamente se stesso e un altro). Rimbaud non vuole evadere. Ma semmai entrare, penetrare fino in fondo nella materia stessa, e nella forma, di ciò che è diventato. La persona fisica, reale, è stata rimpiazzata dallo strumento musicale in grado di creare. Ed è un’idea a cui egli tiene molto, giacché la ritroviamo quasi identica nelle due lettere: “Pazienza per il legno che si ritrova violino”, “Se l’ottone si sveglia tromba, non è colpa sua”. Ciò che, sulla scorta di Hugo Friedrich, chiamiamo “disumanizzazione”.

Da quell’esperimento scaturisce una lingua che deve condurre – secondo la nota formula – a una “poesia oggettiva”. La quale reca, peraltro, più d’una traccia dell’esistenza di chi scrive: e dunque, della sua impreparazione alla vita, del suo randagismo, del vortice di esperienze in cui va precipitando. Sono infatti questi i pochi ma essenziali punti da tenere saldi per leggere quella sarabanda di visioni che resta probabilmente il capolavoro di Rimbaud, Il battello ebbro. Dove il poeta si fa cosa tra le cose, senza peraltro smettere di vedere, sognare, e dire “io”: “Ho visto arcipelaghi siderali! e isole”.

Ma dopo tante ricerche, dopo gli ultimi versi e le Illuminations, suona l’ora della disfatta. L’insoddisfazione prevale sulla forza della visione. E l’angoscia del fallimento (annunciata da Una stagione all’inferno) conduce alla scelta di abbandonare per sempre la letteratura. Eppure anche in quell’atto conclusivo, che tronca una serie di azzardi e rilanci degni d’uno scommettitore pronto a giocarsi tutto, persino lì avvertiamo come opera e vita siano per Rimbaud un tutt’uno indissolubile.

Ciò che confermano le utilissime Note al testo (ben 225 pagine!), dove Bivort ricostruisce come un continuum i nessi fra invenzione letteraria e complesse vicende dei manoscritti, senza trascurare le ipotesi interpretative, formulate con esemplare chiarezza e spesso accompagnate da una bibliografia critica sul singolo componimento. Strumenti essenziali per rileggere oggi, seguendo un criterio cronologico, tutte le poesie di Rimbaud, compresi i versi latini, fino ai ritrovamenti più recenti. Per la traduzione dei versi Ornella Tajani ha scelto come criterio guida il ritmo, che bisogna anzitutto “riconoscere” per “provare a renderlo in italiano”. In questo, più che nella riformulazione del metro e delle rime, consiste infatti per Tajani l’osservanza a una forma che “significa ancor prima del contenuto”. Occorreva dunque non poetizzare la lingua di Rimbaud, serbandone l’asprezza. Scelta assai condivisibile, stando al risultato – davvero notevole – che rende piena e vitale quella voce in cui s’alternano, dissonanti, visione e oscurità, grido e silenzio: “Non parlerò, non penserò nulla: / Ma colma sarà l’anima d’amore illimitato” (Sensazione).

luca.bevilacqua@uniroma2.it

L. Bevilacqua insegna letteratura francese all’Università Tor Vergata di Roma