Patrizia Cavalli – Con passi giapponesi

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La colonna di porfido

di Federico Masci e Francesco Perardi

Patrizia Cavalli
CON PASSI GIAPPONESI
pp. 168, € 17,50,
Einaudi, Torino 2019

Potremmo immaginare Con passi giapponesi come uno spazio parallelo dentro il quale sono confluiti temi e motivi già in precedenza incontrati nella poesia di Patrizia Cavalli. Il libro raccoglie testi scritti in tempi diversi della vita dell’autrice, prevalentemente inediti, e si divide in due macro sezioni: quindici racconti e una sezione intitolata Varietà, composta da una miscellanea di brevi prose. Alla struttura apparentemente rapsodica, disomogenea, nella quale si dispongono i testi, fa da contraltare una effettiva e riconoscibile continuità tematica. Del resto, come già nella sua poesia, sono numerose le situazioni dove la ritualità del quotidiano accompagna la scansione degli elementi che lo compongono; così anche attraverso la prosa, viaggiare, fare colazione, vivere attorno e dentro al proprio corpo, o calibrare la percezione della propria individualità, continuano ad essere le condizioni dalle quali prende forma la scena della vita. In ogni caso però, la distinzione rigida e netta tra poesia e prose rivela la sua infondatezza. Tanto è vero che le immagini e le situazioni rappresentate, più volte, sono il risultato dell’incrociarsi e dell’alternarsi di diverse tipologie discorsive: dai versi che fungono da introduzione (si veda la lirica in apertura di Fare bagagli: “Com’è noioso il vanto / del lieve viaggiatore intelligente, / quello che guarda con superiore sguardo / all’altrui bagaglio…”) o che si intromettono al racconto e paiono quasi commentarlo (come ne I soldi,  dove ripropongono, problematizzandola, la riflessione intorno al tema del possesso: “Quello che è mio potrebbe essere vostro? / No, se fosse vostro non sarebbe mio. / Ma il mio cos’è? Dov’è?”). Senza dimenticare, in questa serie, il breve e serrato dialoghetto iniziale in Gattare e l’accanito e scandito monologo Arrivederci anzi addio.

Non è raro poi, se si percorre in lungo e in largo la superficie dell’opera, trovarsi anche di fronte a circostanze che sfiorano il grottesco e suggeriscono il ridicolo: in Ladro di lenzuola, ad esempio, assistiamo alla vicenda di un uomo che, ossessionato dalla possibilità di perdere il contatto con i propri sogni, si trova costretto a rubare le lenzuola d’albergo in cui si è depositato, dopo lunghe notti di agitazione, il proprio materiale onirico. Il sistema occasionale delle situazioni che si susseguono rivela quindi, dietro l’apparente fissità e dentro il resoconto concentrico di stati, sensazioni e considerazioni, e anche una natura eccentrica. Questa prospettiva ironica, distanziante, serve a dissimulare, e quindi a innescare, una sotterranea e non immediata tensione speculativa. A questo proposito, la puntuale registrazione di eventi, pensieri e sensazioni comporta parallelamente la messa in discussione della loro realtà, dei loro presupposti, che spesso non sopravvivono, anatomizzati, contraddetti e drammatizzati come sono. Così, ad esempio, la colonna di porfido dell’omonimo racconto, misteriosamente scomparsa in una notte dopo numerose prove fallite di spostamento, è una chiara dimostrazione di come le azioni e gli sforzi dei personaggi siano testimoni di una realtà spesso così imprevedibile e paradossale da mettere sotto scacco ogni tentativo di misura e di comprensione.

In altri termini, il resoconto della quotidianità non mira solamente a convalidare e giustificare i gesti che la compongono, bensì è utile a destrutturarne la verità, e a mostrare spesso la sua inconsistenza.

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