Cesare Pavese a settant’anni dalla morte nel mare delle riedizioni

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Pirandelliano e proustiano, intriso di mitologia e antropologia

di Stefano Jossa

“Sei come un ragazzo, un ragazzo superbo. Di quei ragazzi che gli tocca una disgrazia, gli manca qualcosa, ma loro non vogliono che sia detta, che si sappia che soffrono. Per questo fai pena. Quando parli con gli altri sei sempre cattivo, maligno. Tu hai paura, Corrado”. Corrado è il protagonista di La casa in collina di Cesare Pavese (1948, secondo romanzo del dittico di Prima che il gallo canti, aperto da Il carcere): un giovane insegnante di matematica che si nasconde dal fascismo e dalla guerra finché non scopre il fascino della Resistenza. L’autore aveva allora quarant’anni, aveva attraversato lui stesso, in prima persona, il fascismo e la guerra, era un affermato scrittore, traduttore, operatore editoriale e intellettuale militante. Davvero difficile separarlo dal suo personaggio, uno dei tanti alter ego di cui è disseminata l’opera di Pavese. Eppure più interessante dell’identificazione tra autore e personaggio in termini biografici è probabilmente quella in termini letterari. Mai mise en abîme della propria stessa scrittura fu più eloquente: Pavese chiuso in sé stesso, bisognoso di affermarsi sugli altri per difendersi dalle sue proprie paure, adolescenziale e autoreferenziale, dal microcosmo circoscritto e dalla morale categorica. Quindici anni dopo Alberto Asor Rosa lo avrebbe tacciato di “morboso compiacimento”, all’insegna “della propria irrimediabile impotenza, del proprio egoismo e (…) della propria insormontabile solitudine”. Allo stesso modo lo scrittore: prigioniero di un piccolo mondo, assorbito dallo sforzo del distacco, dotato di una scrittura limpida ma senza passione, senza sofferenza e senza scatti.

Venerato durante la vita per il suo ruolo nell’Einaudi e la sua autorità culturale, Pavese venne presto giudicato decadente dai seguaci del neorealismo e neorealista dai seguaci della neoavanguardia, al punto che in una commemorazione del 1960, a dieci anni dalla morte e tre prima del giudizio di Asor Rosa, Italo Calvino, che pure gli doveva tutto come scrittore e intellettuale, poteva ritenerne esaurita la spinta, identificandolo con una stagione culturalmente superata (“integrare l’esperienza esistenziale con l’etica della storia”) e un’eredità sostanzialmente limitata (“le possibilità d’influsso della sua lezione sulla letteratura contemporanea paiono essersi rapidamente ristrette”). Quel suo avvicinarsi al limite della trasgressione, dell’impudicizia, dei grandi interrogativi sul senso della vita e sulla missione nella storia, ma senza mai affondare la lama, come se avesse un bisogno mal soffocato di contenimento e di rappresentazione, lo hanno fatto amare da generazioni di adolescenti, ma lo hanno anche progressivamente fatto scivolare verso categorie critiche che gli hanno tolto fascino letterario, dall’epigonalità gozzaniana all’universo della torinesità (quel misto di atteggiamento scanzonato e pesantezza tediosa, per stare all’Augusto Monti dei Sansôssí): scrittore provinciale, immerso in una realtà claustrofobica, ossessivo e ripetitivo. Che cos’ha da dire oggi uno scrittore del genere?

A settant’anni dalla morte, scaduti i diritti d’autore, in questo 2021 di restrizioni, paure e rilanci, Pavese si ritrova in un tutte le collane più popolari e diffuse d’Italia, dai tascabili (“I coralli” e “Supercoralli”) di quello che in vita fu il suo unico editore, Einaudi, a “I grandi libri” Garzanti, passando per la “BUR contemporanea”, gli “Oscar” Mondadori, l’”Universale Feltrinelli”, con operazioni che vanno da un massimo di avvicinamento al lettore medio (attraverso introduzioni di autori noti al pubblico più o meno mediatico, da Francesco Piccolo e Wu Ming a Nadia Terranova, Donatella Di Pietrantonio e Claudia Durastanti: è il caso di Einaudi, con esiti variegatissimi, tra chiacchiericcio salottiero e insights en poète) a un massimo di consapevolezza letteraria (che non esclude il lettore medio, ma gli chiede di farsi intelligente anziché solleticarlo, come nell’edizione commentata diretta da Gabriele Pedullà per Garzanti). È l’anno giusto, per una di quelle fatidiche coincidenze della storia che piacciono tanto ai critici, ma probabilmente non hanno ragioni profonde da indagare, proprio perché al centro c’è un regime di “sospensione”, che è, come dicevamo, la caratteristica poetica più significativa dell’esperienza pavesiana: sospensione come atteggiamento esistenziale, e quindi narrativo, di chi mira a possedere la totalità, stare dalla parte giusta, impadronirsi del giudizio morale, ma si rende conto di non trovare mai la chiave, di muoversi nelle pieghe della storia, in quello spazio che è intorno a sé e lo sguardo non può allargarlo, e di non avere altri strumenti che la propria educazione per prendere la parola, senza inseguire affannosamente parole altrui e sperimentazioni poetiche.

La limpidezza della sua lingua e della sua prosa acquistano in questa luce tutt’altro sapore: invece di perdersi nella ricerca di una nuova prospettiva espressiva, come farà Fenoglio pochi anni dopo, e invece di inseguire un’oralità collettiva che non gli appartiene, come avevano provato a fare immediatamente prima Corrado Alvaro e Ignazio Silone, Pavese dà voce al soggetto che è beneducato, ma non sa che farsene di questa buona educazione, che dovrebbe stare a suo agio nel mondo, ma nell’agio non ci sa stare, e che vorrebbe approdare all’eroismo, ma sa che l’eroismo è solo un sogno romantico. Emerge allora un atteggiamento filosofico, di chi s’interroga, in sintonia col grande maestro della scrittura filosofica in forma narrativa del primo Novecento in Italia, Luigi Pirandello, sulla mutevolezza dell’io, sull’impossibilità delle costanti, sul movimento di continui riadattamenti e ricollocazioni nel mondo. Basterà confrontare due personaggi così diversi come lo Stefano di Il carcere, nato subito dopo l’esperienza traumatica del confino, il cui “se stesso di pochi istanti prima era come l’estraneo della vita anteriore”, e la Ginia di La bella estate (1949), spuntato poco dopo a guerra alle porte, che si sente “un’altra donna” rispetto alla se stessa di prima.

Cortocircuiti improvvisi di un autore che andrà finalmente riletto integralmente anziché per sprazzi lirici, valorizzando tanto l’invito einaudiano a metterlo in contatto con la sensibilità pop del nostro tempo quanto la proposta garzantiana di individuarne la specificità della scrittura romanzesca, finora mai veramente indagata nella presunzione della superiorità del poeta e del memorialista sul narratore. Senza dimenticare, d’altronde, che Einaudi bilancia sistematicamente l’Introduzione che ammicca al lettore frettoloso, imbevuto di premi e di romanticismo, con una Postfazione che recupera saggi storici highbrow anziché midcult, riuscendo a fornire tanto un ingresso a testa bassa quanto un approfondimento dalla fronte alta (grazie alle sempre utilissime note storico-critiche di Laura Nay e Giuseppe Zaccaria): fino a rimettere in circolazione la bellissima lettura di Furio Jesi, che individuava nella scrittura di Pavese il passaggio dalla “festa” come rito di liberazione collettiva al “sacrificio” come sottomissione alla legge della festa, cui è obbligatorio partecipare senza più enthusiasmós ma solo con l’obiettivo della crescita. L’adesione alla norma morale sta infine nella presa di coscienza che la norma esiste su un piano altro rispetto a quello della vita. Sfidava Dante, del resto, Pavese, con La luna e i falò, “una modesta Divina Commedia”, uscito nel 1950, l’anno del premio Strega per La bella estate, esprimendo l’unica condizione per lui possibile sulla terra: quella del pellegrino, perennemente in transito. Come lui, purtroppo, non sarebbe più stato solo pochi mesi dopo.

Pirandelliano e pure proustiano, lui che odiava la digressione ma s’interrogava continuamente sulla continuità temporale, e anche e perciò pre-camusiano e pre-sartriano, Pavese ci può apparire ora più capace di esaminare l’io che si sente vivere sullo sfondo di una storia cui anela, ma di cui non è partecipe, e di un mondo che si vorrebbe abbracciare, ma resta invece immobile e irraggiungibile. Da leggere con due libri sempre a fronte: non solo il suo Il mestiere di vivere (1952), vero necessario ingresso nel laboratorio poetico di uno scrittore dalla profonda ricerca letteraria oltre che esistenziale, ma anche il recentemente riscoperto Il maglione rosso dell’amico del cuore e ripudiato, Mario Sturani, che rappresenterebbe l’altra faccia, l’olimpica serenità, di quello che Pavese avrebbe voluto essere e non fu. Incestando teoria e prassi da un lato, e malinconia e ironia dall’altro lato, la lettura di tutta l’opera di Pavese potrà contribuire davvero a costruire il superamento dell’antitesi tra paura ancestrale della malattia e bisogno mitico della sua rimozione. Per dare significato ulteriore a colui che il significato della sua vita lo vedeva, è una nota del 23 ottobre 1940, nella “missione di sfatare il leopardiano-nietzschiano mito che la vita attiva sia superiore alla contemplativa”, restituendoci una libertà che non è di movimento, ma d’immaginazione e di pensiero (con Leopardi e con Nietzsche, in effetti, ma qui conta più l’asserzione che la distorsione).

Intriso di mitologia e antropologia, fino a dare la parola agli dei e gli eroi dell’antica Grecia nei Dialoghi con Leucò (1947) e a polemizzare con de Martino sul Ramo d’oro di Frazer, Pavese fa confluire la tradizione dei classici nella letteratura del Novecento e costruisce un ponte fra letterature di lingue diverse: “Per tradurre bene, bisogna innamorarsi della materia verbale di un’opera, e sentirsela rinascere nella propria lingua con l’urgenza di una seconda creazione. Altrimenti è un lavoro meccanico che chiunque può fare”, scriveva nel gennaio 1940 a Valentino Bompiani. “Il muratore dell’Einaudi”, l’ha chiamato Gian Arturo Ferrari; ma soprattutto sommozzatore della lingua, che punta sempre a catturare l’identità profonda delle cose. Perciò andrà letto con un commento, ricordando sempre quello che scriveva Giancarlo Mazzacurati nel 1992: “togliere gli involucri, sollevare i veli che occultano le fasi di creazione del prodotto finito, mostrare le diverse strategie e perfino la fatica della macchina narrativa, discutere la formazione e la trasformazione della superficie testuale, legare gli organi alti dell’interpretazione ai vasi capillari che si diramano nel tessuto”.

stefano.jossa@rhul.ac.uk

S. Jossa è lettore di italiano alla Royal Holloway University di Londra

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