Premio Megamark | Una domanda a Marco Lupo

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Dal 17 al 22 settembre avrà luogo la diciottesima edizione dei Dialoghi di Trani, durante la quale verrà premiato il vincitore del Premio Megamark. Per avvicinarci alla finale, la redazione del Premio ha preparato una domanda ai cinque autori coinvolti. La recensione in calce è a cura dell’Indice dei Libri del Mese.

Quali autori ti hanno formato particolarmente? Sulla scia di quali romanzi ha preso forma l’idea di scrivere il tuo libro?

Mi hanno aiutato libri come Il riscatto di Emanuel de Aranda, che è una relazione dalla prigionia e un coro di vite sprofondato nella Masmora, la galera dei turchi in terra algerina, scritto nell’anno 1656.
Le parole di Martin Pollack ne Il morto nel bunker, la voce di Daša Drndić in Trieste, l’ossessione di Uwe Johnson, la lucidità di Peter Weiss, lo stile e la luce di Blaise Cendrars.
Mi hanno accompagnato in ore difficili i fantasmi di W.G. Sebald, le cronache di Hans Erich Nossack, i racconti di Wolfgang Borchert. Le opere di Hisham Matar e di Mathias Enard erano unguenti da cospargere sulle ferite.
“Hamburg” nasce sulla scia di molte vite incontrate nei libri, nelle carte archiviate e consegnate alla storia, nelle fotografie che raccontano attimi incomprensibili. Nasce e cresce sotto una montagna di pagine in cui Canetti accarezza Malraux, Hersey beve con Dagerman, Anders ascolta Haushofer.
C’è un buco che si apre nei sotterranei, da qualche parte: è dove riposano quei libri, quelle storie, quei canti a cui sono devoto.


Marco Lupo – Hamburg

recensione di Mauro Maraschi

Romanzo d’esordio di Marco Lupo, Hamburg si colloca consapevolmente in quella lacuna della letteratura analizzata da Sebald in Storia naturale della distruzione, nel quale si sostiene che «un’intera generazione di autori tedeschi si rivelò incapace di descrivere […] ciò di cui era stata testimone», ovvero «un’umiliazione nazionale senza precedenti, vissuta da milioni di persone negli ultimi anni della guerra» e in seguito rimossa, insieme alle vittime, dall’immaginario collettivo del popolo tedesco. Nello specifico, Lupo dà voce ai testimoni dell’operazione Gomorrah, una serie di bombardamenti incendiari che nel luglio del ’43 rase al suolo Amburgo.
Hamburg ha una struttura a scatole cinesi, con la cornice di un gruppo che si riunisce per leggere libri dimenticati. Il fulcro sono cinque opere di finzione attraverso le quali, negli anni Ottanta, il misterioso M.D. tentò di ricostruire il proprio passato, l’identità del padre e le conseguenze della guerra. Un compito non facile, soprattutto quando i vinti sono stati spazzati via insieme a libri, corrispondenze e parenti, e considerato che «durante i dodici anni di totalitarismo nazista a molti scrittori fu vietato di pubblicare». Le vie della memoria, però, sono infinite. Uno degli strumenti per rievocare l’orrore (e scongiurare che si ripeta) è l’attività documentalista, meglio ancora se ossessiva. Non a caso, tra le storie raccontate in Hamburg c’è quella di Manfred Ranft, che dopo aver perso ogni cosa nel bombardamento di Dresda trascorse tutta la vita a raccogliere materiali e fotografie che testimoniassero il passato della sua città. In modo simile, M.D. ricorre a un esercizio di mnemotecnica, raccontando vicende apparentemente autonome che finiranno per confluire.

In Hamburg si nota subito una certa attenzione al concetto d’identità: lo specifico è sempre universalizzabile, i soggetti tendono a essere omessi, l’autore è un acronimo, Uomini cavi è raccontato da un «noi», e così via. Quest’approccio dà al libro il respiro di un’opera corale, quasi si trattasse dei ricordi di tutta un’umanità personificata e ferita. Nel primo dei romanzi di finzione, ad esempio, i costanti salti temporali tra prima e dopo il bombardamento producono un effetto straniante, l’illusione di poter modificare la Storia, un’oscillazione che ricorda il dondolio delle preghiere davanti al Muro del Pianto; l’assenza di spettacolarizzazione, al contempo, isola le rare immagini forti e le potenzia, come le «madri coi figli carbonizzati nelle borse della spesa». Lo slancio è documentario, non morale, e il messaggio è che l’autore fa soltanto il suo dovere: «se la scrittura non è che una forma di nostalgia, allora ogni scrittore versa la sua manciata di polvere nella clessidra che tiene il tempo». Come «l’angelo della storia» di Benjamin, lo scrittore «vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine». Rispetto allo storico, però, il letterato è più vicino al sentire comune, può romanzare gli eventi e restituire un passato meno fedele ma più vivido.

La prosa di Lupo è compiuta e misurata, sa concedersi qualche slancio lirico, farsi cronachistica per enfatizzare le atrocità e persino sovraccaricarsi nella sintassi, come succede nelle pagine dedicate al pilota. Se la presenza di fotografie fa pensare subito a Sebald, Hamburg omaggia in egual misura una decina di altri autori; riferimenti e citazioni, però, non sono mai gratuiti e costituiscono un invito all’approfondimento. La passione per la letteratura ha qui uno scopo: il libraio «reagisce all’abbondanza delle edizioni […] salvando frammenti di letteratura scomparse», e Luca «si circonda di […] libri stampati in poche centinaia di copie e conosciuti soltanto da una cerchia ristretta», eppure il loro atteggiamento non è quello del bibliofilo, bensì quello del bibliotecario.

Hamburg non è un libro sull’amore per la letteratura in generale. Hamburg è innanzitutto un libro che racconta la guerra in modo serio, senza strumentalizzarla; in secondo luogo, è un libro sull’importanza della memoria, e in terzo luogo è un libro sul ruolo di alcuni libri nella preservazione della memoria. Citando Sebald che cita il saggio di Canetti dedicato al «Diario di Hiroshima» (pubblicato in Italia da SE e lettura necessaria): «Se avesse un senso riflettere su quale forma letteraria sia oggi indispensabile, indispensabile a un uomo che sa e non chiude gli occhi, si direbbe: eccola, è questa».

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