Il Premio Nobel per la letteratura alla poesia spoglia di Louise Glück

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Un mondo di parole necessarie

di Massimo Bacigalupo

Louise Glück è da decenni una delle scrittrici più ammirate negli Stati Uniti, con risonanza anche all’estero, specie in Spagna, dove molte delle sue dodici raccolte sono state pubblicate in volumi singoli. In Italia sono comparsi L’iris selvatico e Averno, presso piccoli editori coraggiosi, e una buona scelta da Vita Nova (1999) uscì nel 2006 nell’antologia einaudiana di Elisa Biagini, Nuovi poeti americani; anche Bianca Tarozzi ha tradotto suoi testi su “In forma di parole” e in rete. Insomma, Glück ha destato l’attenzione che merita, per quanto trascurata dalla grande editoria; la poesia, si sa, viaggia male, e rende poco, e i poeti contemporanei di rado si impongono all’estero se non sono anche un fenomeno sociale e di costume, come fu per i Beat.

Il Nobel a Louise Glück è il primo assegnato a un americano poeta (in senso stretto: Bob Dylan lo è di sbieco) dopo quello a T.S. Eliot del 1948, sicché si può anche leggere come un risarcimento per i premi non dati a poeti di prima grandezza o quasi della seconda metà del Novecento come Robert Lowell, Elizabeth Bishop e Sylvia Plath, che hanno espresso un sentimento collettivo di disorientamento e intima protesta e hanno acquistato autorevolezza e notorietà presso intenditori e (nel caso di Plath) pubblico internazionale. Nel complesso la poesia statunitense del Novecento ha avuto un peso maggiore nel formare generazioni di lettori (pensiamo a Frost, Stevens, Pound, Williams, Marianne Moore cara a Pasolini, ma anche ai populisti Sandburg, Masters, Lindsay) di quanto non appaia dagli annali dei Nobel letterari.

Sicché Louise Glück sta anche per una poderosa schiera di autori che hanno contribuito sostanzialmente alla percezione e memoria del secolo scorso. Più in generale, per una visione della letteratura non legata al mercato, alla narrativa di successo, ai soliti nomi sicuri ma anche scontati su cui si esercitano i recensori e la macchina del consenso editoriale. Se con Bob Dylan l’Accademia di Svezia è stata accusata di sfondare una porta aperta (ma in realtà indicava una qualità di scrittura anch’essa forse ignorata perché troppo visibile), con Louise Glück ha dimostrato di saper scovare e premiare la qualità anche se relativamente nascosta. Eppure indubbia, attestata da centinaia di testi distribuiti su mezzo secolo, in cui sarebbe difficile trovare imperfezioni e cedimenti. Addirittura Louise Glück incute un certo timore per la nettezza spavalda con cui costruisce le sue poesie, quasi sempre brevi, ma di rado esplicite e argute, di effetto immediato. Nelle prime raccolte vige una certa oscurità, come di frammenti di discorso di cui dobbiamo restituire il contesto. In seguito la scrittura si decanta, e Louise Glück rischia di divenire una poeta amata e citata, ma c’è sempre un residuo di non detto, di sorpresa e mistero che non la renderà mai popolare come la pungente Szymborska. Al massimo arriva al godimento del vuoto, della distanza, l’accettazione del presente incomprensibile che è in parte di Wallace Stevens. Ma ama anche molto, dice, Williams, Eliot, George Oppen… Oltre a suoi contemporanei come Frank Bidart e diversi allievi cui ha insegnato in tanti anni e a cui è rimasta fedele. Spiega infatti che insegnare scrittura poetica l’ha aiutata nei duri momenti in cui stentava a riprendere a comporre, e invece di inibirla e spingerla a fare degli allievi copie di sé le ha dato nuovo impulso. Infatti passano otto anni dalla prima raccolta, Firstborn (1968), alla seconda, The House on Marshland (1975), uscita poco dopo che iniziò a insegnare. In seguito le raccolte si susseguono a una distanza massima di cinque anni. Ciascuna con una sua fisionomia caratteristica, di libro o sequenza organizzata su certi temi, non di rado mitici: Ulisse (Meadowlands, 1997), Orfeo (Vita Nova, 1999), l’Eden (The Wild Iris, 1992), Demetra e Persefone (Averno, 2006).

Nata a New York nel 1943, Louise Glück è cresciuta a Long Island in una famiglia borghese di origine ebraica, dove “già a tre anni avevo una buona conoscenza dei miti greci, e le figure in quei racconti, insieme a certe illustrazioni, divennero riferimenti fondamentali”. Si deve a ciò la naturalezza con cui nella sua opera le rivisitazioni di miti si intrecciano al quotidiano, fornendo chiavi interpretative, voci emblematiche ma del tutto moderne, senza nessun abbandono all’irrazionale. Louise Glück è sempre lucida, procede con i suoi versetti per lo più brevi, non rimati, spezzati da sottili enjambements, lavorando sulla sintassi, le pause, la parola inaspettata, isolata. Ma il suo lessico è del tutto comune, un inglese americano corrente, che pure richiede dal lettore un’attenzione simile a quella che ci ha messo l’autrice. Un mondo di parole necessarie, non enfatiche. Che si aspettano da chi legge la stessa intelligenza emotiva. Attraverso una costruzione di parole, un’esperienza della vita condivisa, come condizione comune di incertezza e visione.

Ecco l’ambiziosa Louise adolescente: “Come la maggior parte delle persone affamate di lode e vergognose di ciò, di ogni fame, alternavo al disprezzo del mondo che mi giudicava un lancinante odio di me stessa. A mio modo di vedere, sbagliare il minimo particolare voleva dire sbagliare tutto. In superficie ero controllata, fredda, indifferente, incline a esibizioni laconiche di disdegno. Una descrizione, suppongo, di ogni adolescenza”.

Già queste parole così acute e dirette rivelano le qualità della scrittura di Louise Glück. Nel testo da cui cito (raccolto nel volumetto di prose Proofs &Theories, 1994)), passa dall’infanzia privilegiata all’esperienza dell’anoressia, alla saggezza dei genitori che aspettarono che lei stessa chiedesse di vedere uno psicoanalista: percorso, dice, meno scontato negli anni cinquanta che in seguito (se no non l’avrebbe voluto!). L’analisi durò sette anni e mise, afferma, le basi del suo pensiero. Seguì la scuola di poesia alla Columbia con Léonie Adams e Stanley Kunitz.

In Ararat (2014) troviamo la spiegazione retrospettiva della malattia: “Due donne con / la stessa richiesta / vennero ai piedi del / saggio re. Due donne, / ma un solo bambino. / Il re sapeva / che una mentiva. / Quel che disse fu / Il bambino sia / tagliato a metà; così / nessuna resterà / a mani vuote. Egli / estrasse la spada. / Allora, delle due / donne, una / rinunciò alla sua parte: / questo fu / il segno, la lezione. / Supponi di / vedere tua madre / divisa fra due figlie / cosa potresti fare / per salvarla se non essere / disposta a distruggere / te stessa – lei avrebbe così saputo / quale era la figlia vera / quella che non poteva sopportare / di dividere la madre” (Una favola).

Così Louise Glück proietta le tappe della sua vita su uno sfondo mitico, traendo illuminazioni da figure e parabole, rivelandone la presenza vitale. Racconta il suo percorso e non esita a convocare il proprio romanzo famigliare e intimo, sorella, marito, figlio, amici, amanti, ma sempre con un distacco calmo, non per questo meno appassionato, e al contempo risoluto e risolto in chiarezza. Attraverso la scrittura l’esperienza personale sua e nostra diviene luminescente. E non di rado l’io narrante di Louise Glück si muta in altri personaggi con vissuti ben diversi, specie nelle ultime due raccolte, A Village Life (2009) e Faithful and Virtuous Night (2014), che sono come dei libri di storie altre, di racconti di un mondo lontano e vicino.

La sesta raccolta, L’iris selvatico (Premio Pulitzer 1993), trasforma il giardino del Vermont dove Louise vive con marito e figlio nella scena di un dialogo estroso e commosso fra i fiori della breve estate della Nuova Inghilterra (citati per nome nei titoli delle poesie), la persona che li semina e cura, e un’entità superiore che come il Dio della Bibbia è un po’ seccata dal piagnisteo umano: “La tua voce mi raggiunge sempre. / E io rispondo costantemente, / la mia collera passa / come passa l’inverno. La mia tenerezza / dovrebbe esserti chiara / nella brezza della sera d’estate / e nelle parole che diventano / la tua stessa risposta”. Cioè quello che l’essere umano pronuncia è il dono, la voce, della forza che lo ha creato.

Quello di Louise Glück è un mondo che ci parla, inesauribile negli accadimenti più quotidiani, privo di infingimenti. Ecco come in Memoir (da The Seven Ages ,2009) ella riassume in pochi versi il suo percorso: “Nacqui cauta, sotto il segno del Toro. / Crebbi su un’isola, prospera, / nella seconda metà del secolo ventesimo; / l’ombra dell’Olocausto / quasi non ci sfiorò. // Avevo una filosofia dell’amore, una filosofia / della religione, entrambe basate su / prime esperienze entro una famiglia. // E se quando scrivevo usavo solo poche parole / era perché il tempo mi pareva sempre breve / come se potesse essere strappato / da un momento all’altro. // E la mia storia, comunque, non era unica / anche se, come tutti, avevo una storia, / un punto di vista. // Poche parole mi bastavano: / nutrire, sostenere, attaccare.”

È il segreto di una poesia spoglia, che fa della normalità la sua forza dirompente, e alla quale il lettore del Duemila può rivolgersi con fiducia e gratitudine.

massimo.bacigalupo@unige.it

M. Bacigalupo è professore emerito di letteratura americana all’Università di Genova

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