Raccontare per la storia. La quinta lezione di Primo Levi

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Il benefico coraggio

Intervista ad Anna Bravo di Martina Mengoni

Ogni anno, dal 2009, il Centro internazionale di studi Primo Levi organizza una lezione dedicata alla figura e all’opera dello scrittore torinese, i cui primi interlocutori sono gli studenti delle scuole. Nella primavera successiva il testo è pubblicato da Einaudi nella collana “Lezioni Primo Levi”, in edizione bilingue e con un’appendice di documenti, spesso inediti: Raccontare per la storia/Narratives for History di Anna Bravo (pp. 211, € 10,99, Einaudi, Torino 2014, versione inglese a cura di Jonathan Hunt) è la lezione numero 5. Le quattro precedenti lezioni si devono a Robert S.C. Gordon (“Sfacciata fortuna”. La Shoah e il caso, 2010), Massimo Bucciantini (Esperimento Auschwitz, 2011), Stefano Bartezzaghi (Una telefonata con Primo Levi, 2012) e Mario Barenghi (Perché crediamo a Primo Levi?, 2013).

Nel suo libro lei parla del contributo che il racconto di uno scrittore, in questo caso Primo Levi, può offrire alla storiografia. Perché questa impostazione?

Perché Primo Levi è Primo Levi, innanzitutto. “Un uomo normale di buona memoria”, che intendeva per buona memoria il frutto di una costante cura del ricordo. Il grande testimone della Shoah, e del ruolo di supplenza della storiografia che la memoria ha dovuto svolgere a lungo. In questo orizzonte, Primo Levi fa parte a sé.

Per quanto riguarda il rapporto generale fra storia e letteratura, invece, è in compagnia di quei meravigliosi narratori che hanno spesso visto più cose degli storici, e prima di loro. Se si vogliono mettere in luce le falle e le rigidezze della moderna soggettività borghese, bisogna partire dal doppio che la insidia, mister Hyde. Sembra un’ovvietà, ma non è da molto che storiche e storici usano le fonti letterarie senza sentirsi in obbligo di giustificarlo.

Lei sceglie tre temi su cui l’opera di Levi ci aiuta ancora oggi a riflettere. Il primo è la sua capacità di collocare in primo piano l’immagine dei deportati per motivi razziali; un’operazione oggi scontata ma che non lo era affatto quando uscì Se questo è un uomo, perché all’epoca il deportato per eccellenza era quello politico, vicino alla figura eroica del partigiano. Ed era quando nessuno (talvolta neppure gli stessi ebrei) voleva dar risalto alla vittima degradata. In che cosa l’approccio di Levi fu diverso, e perché fece emergere la figura del Muselmann, il sommerso, il vivo già privo di vita intellettiva?

Non bisogna dimenticare un dato di fatto, lo scarto fra il numero di sopravvissuti di Buchenwald o Mauthausen e quello molto minore di Auschwitz, che porta in primo piano i deportati politici. Altra cosa sono le ragioni idelogico-tattiche. Alcune generose. Quello del primo dopoguerra è un clima poco propenso a valorizzare le differenze, modellato com’è su una dicotomia fascismo/antifascismo così pervasiva che staccare un’esperienza dal suo sfondo equivarrebbe a svalutarla. Vero. Ma il rischio era di ridurre lo sterminio degli ebrei a una specificità religiosa interna alla persecuzione nazista contro l’antifascismo. Prospettiva non sgradita in un paese che si ostinava a immaginarsi estraneo ai crimini contro l’umanità.

Per apprezzare pienamente la scelta di Levi bisogna però guardare alle culture e alle mentalità. Nonostante molte innovazioni decisive, la Resistenza non aveva toccato (e come avrebbe potuto?) il primato simbolico del cittadino (o del proletario) in armi, che fa degli inermi per necessità o per scelta figure minori. Non aver portato le armi è imputato come una mancanza personale, quanto meno come un’occasione perduta; le donne sono sminuite in blocco. Nel 1980 Levi ricorderà un dialogo con i vecchi amici, che gli descrivono con passione l’esperienza partigiana “…dovevi vederci, dovevi esserci, Primo!”. “Erano tutti vittoriosi, io no”. Dichiarandosi vittima, ed ebreo anziché partigiano, Levi si stacca da un mondo che è il suo.

Il secondo tema è la zona grigia: in pieni anni ottanta, in una strettoia di negazionismo da un lato, di attenzione melodrammatico-stereotipata verso la Shoah dall’altro, Primo Levi mostra, per usare le parole del suo libro, un “benefico coraggio”. Rinnovando la riflessione sulla memoria della deportazione, pone un problema: i salvati sono testimoni attendibili? Come affrontiamo il fatto che la maggior parte degli storici-deportati occupavano nel lager il ruolo di prigionieri-funzionari?

Fra gli storici, alcuni hanno identificato a lungo collaborazione e tradimento: chi tradisce diventa altro da noi, anzi l’altro. Levi vede invece nella ­realtà della collaborazione qualcosa di diverso: uno spazio, ambiguo ma non alieno, popolato da quanti, in cambio di un minimo (o grande) privilegio, si prestano a lavorare per il funzionamento del campo. Non è uno spostamento innocuo: segnala che i collaboratori non sono sotto-mostri, sono interni al noi, sono come noi.

Il problema che lei solleva mette la storia di fronte a un compito grave. Vagliare quanto i grandi privilegiati (soprattutto i prigionieri “funzionari” che del campo vedevano e sapevano molto) possano parlare per i sommersi; se, in altre parole, siano consapevoli della distorsione che il loro privilegio comporta. Non è detto. Scrive Bettelheim che Eugen Kogon, segretario personale del medico capo di Buchenwald, diceva “con un certo orgoglio che nella quiete della notte godeva della lettura di Platone, mentre nella stanza adiacente i prigionieri comuni russavano e appestavano l’aria col loro puzzo”. Capisci che qui prima ancora di vagliare la distorsione bisogna superare il fastidio.

Nel capitolo sulla vergogna di I sommersi e i salvati Levi parla di un atto mancato, un episodio in lager in cui divise la fortuna di aver trovato un sorso d’acqua solo con l’amico Alberto, sotto gli occhi giudicanti e arsi di sete del compagno Daniele. In questo caso, per lei (ed è uno dei nodi più importanti del libro) la lezione di Levi nei confronti degli storici è quella di “non fare deroghe a favore di se stessi, di sodali e amici, di affini per cultura, politica, religione – a favore delle nostre metaforiche piccole patrie”.

Sì, la lezione riguarda innanzitutto gli storici. Ma il racconto dell’atto mancato mi sembra anche un esempio di quanto il pensiero di Levi sia mobile, plastico – come lo è un caleidoscopio, che a seconda del modo in cui lo muoviamo ci fa scoprire combinazioni nuove – e il vero senso di una parola.

Oggi quel fare deroghe è definito, in politica, doppiopesismo, termine orrendoche non dice niente sul cammino che porta alcuni a adeguarsi, e altri no. Levi parla invece di “nosismo” (sottospecie pratica del fare deroghe), descrive le vicissitudini dell’“egoismo esteso a chi ti è più vicino”, il prima noi che può sfumare nel meglio noi. Nelle sue parole, il nosismo vissuto trova compenso nella narrazione che lo svela. Per altri, può spingere a modellare la realtà sulle proprie predilezioni. Ho pensato al nosismo leggendo l’intervista di uno studente di Hong Kong che parlava della felicità di stare insieme, del senso di pienezza. Cosa racconterà fra vent’anni? Il tono ricordava la memoria del ‘68, o delle prime bande partigiane: pezzi di vita su cui è difficile pronunciare giudizi che incrinerebbero una comunanza ormai più immaginaria che reale, ma ancora amabile. Il nosismo sa essere esigente perché chiama in causa l’identità; non fare deroghe può costare. Vale anche per l’esperienza del dolore.

C’è un filo sotterraneo che corre dal nosismo a noi, fino allo studente di Hong Kong. Levi ci dice che è possibile non cedere al richiamo della deroga identitaria – penso al suo dichiararsi vittima, alle sue critiche verso le memorie non vagliate. Penso aifraintendimenti che ha dovuto subire, allo sconcerto di compagni deportati, di amici, di sodali, cui normalmente si tiene ben più che al giudizio della maggioranza. Ci voleva un gran coraggio e un grande attaccamento alla verità per esporsi così. Ma il coraggio è la cifra di Primo Levi.

Questo introduce la terza e ultima lezione leviana: avere la forza e l’onestà di parlare del dolore che la violenza perpetrata dai “giusti” provoca non solo in chi ne è colpito ma anche in chi la esercita. Levi ha avuto il coraggio di rievocare la sua dolorosa parabola partigiana in Epigrafe (una poesia del 1952) e in Oro (un capitolo del Sistema periodico). Perché gli storici per molto tempo non l’hanno fatto?

La violenza è l’uccisione da parte della sua banda di due giovani partigiani il cui comportamento avrebbe messo in pericolo il gruppo. Un “segreto brutto”, da cui lui e i suoi compagni sono usciti “distrutti, destituiti”. Noi storiche e storici non abbiamo, letteralmente, visto quelle parole, per amore della Resistenza, per gli interdetti che la circondavano, per quieto vivere professionale. Ancora oggi non mi capacito che all’epoca io non le abbia capite. Peccato. Il racconto di Levi, che alla Resistenza non toglie proprio niente, tocca il tema delicatissimo della giustizia punitiva partigiana, che emergerà solo nel 1991, con il gran libro di Claudio Pavone, Una guerra civile.

Il 1991 è tardi. Eppure il dolore (e il rigetto) dell’uccidere appartengono agli essere umani non meno che la voluttà del farlo, e la Resistenza offre molti esempi di rifiuto autoprotettivo, di estraneità al culto della forza. In Oro, Levi avverte che non basta avere le migliori intenzioni, il dolore resta; in tutta la sua opera, insegna che l’ideologia della belligeranza va “smontata” insieme a quella dell’eroismo. Vari anni dopo il Sistema periodico, Marek Edelman, uno dei comandanti della Resistenza del ghetto di Varsavia, dirà: “Ci voleva più coraggio a morire restando uniti che con le armi in pugno”.

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