Una rassegna delle pubblicazioni del centenario proustiano

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Senza fine

di Luca Bevilacqua

La meraviglia di fronte alla pura bellezza dell’insieme, o alle verità (spesso sconvolgenti) di certe notazioni o analisi di fenomeni fisici, psicologici, estetici e sociali, cose ricorrenti pressoché in ogni singola pagina della Recherche, è condizione che muove presto dallo stupore emozionato alla quasi necessità di un tentativo di risposta. Diversamente non trovo altra spiegazione al proliferare continuo e virtualmente infinito, in ogni angolo della terra, di articoli, studi e monografie sul capolavoro di Proust. Produzioni verbali poderose, spesso brillanti, talora estenuanti, variamente documentate all’interno e poi all’esterno dello stretto ambito proustiano (storia, economia, politica, semiologia, psicanalisi): tutte produzioni in fondo soltanto accessorie, ovvero inessenziali, perché nessun’altra opera come la Recherche contiene al suo interno tutte le possibili chiavi per essere compresa a ogni livello. Nessun bisogno a rigore, una volta chiuso il libro, di quei copioni mitologici che il critico allestisce per intrattenere a sua volta altri lettori all’origine come lui sorpresi e rapiti da quel medesimo nucleo incandescente, che non richiede – sappiamo bene – alcuna energia esterna per brillare della massima luce che possa emanare da un testo letterario.

“Il commento è senza fine”, ammonisce George Steiner in Vere presenze. Il che è vero per l’esegesi talmudica come per Dante, Shakespeare o Wordsworth: “Una monografia si nutre dell’altra, la visione si ciba della revisione”. E nel caso d’un centenario (l’anno scorso è toccato a Flaubert e Baudelaire, quest’anno a Proust) tutto questo è sottoposto a una vertiginosa intensificazione nel segno, o con l’attenuante, della ricorrenza. Convegni di cui saranno pubblicati gli atti, oppure miscellanee tematiche che diventano poi per l’accademia numeri (di pagine) da inserire tra le “pubblicazioni scientifiche” (possibilmente internazionali), indispensabili per entrare all’università o fare progressione di carriera. Nelle plurime vesti di accusatore, testimone e indiziato, mi dichiaro pronto a collaborare, senza peraltro ritenermi in alcun modo un pentito.

Ecco dunque una rapida e “parziale” (nel duplice senso indicato da Baudelaire nel Salon del 1846) rassegna di quel che è uscito in Italia negli ultimi mesi. Comincio dal meno accademico, e cioè dal più personale dei contributi, il Proust senza tempo di Alessandro Piperno. Più che un saggio, un romanzo di filiazione che è anche, inevitabilmente, la storia in controluce di come sia nata una vocazione letteraria. Piperno apre infatti il racconto con un ricordo di adolescenza, ultimo anno di liceo, e il dono inaspettato, quanto decisivo per il suo destino, di un “librone dall’aria minacciosa (…) se non fosse stato per il faccione pallido e baffuto stampato sulla custodia lo si sarebbe potuto scambiare per una Bibbia da motel”. Si tratta del primo tomo del “Meridiano” Mondadori (non a caso ho usato la parola “destino”) di Alla ricerca del tempo perduto nella traduzione di Giovanni Raboni. Il viaggio nel tempo di Piperno si trasforma ben presto, conformemente al suo modello, in una minuziosa autoanalisi dei motivi che lo portarono allora a identificarsi quasi totalmente col protagonista di quelle pagine: “Era il contrario dell’uomo d’azione, una creatura sedentaria che faceva del proprio ozio di infermo una specie di ragione di vita. (…) Era come se il vitalismo del tipico eroe romanzesco avesse ceduto il passo a una specie di perplessità di vivere”.

Leggendo dell’esperienza del Piperno liceale alle prese con Proust ci sembra del resto di rivivere la nostra medesima esperienza di lettori. Anche in questo caso, evidentemente, un’involontaria immedesimazione ci aiuta a entrare in quel mondo: “Non tutte le sue frasi lunghe e complesse mi risultavano intellegibili. Il processo ricordava parecchio quello dell’ipnosi: la fitta pagina proustiana mi ondeggiava davanti agli occhi come fosse un pendolo, provocando una specie di trance”. Piperno procede poi evocando in successione non solo i propri sentimenti (lo “strazio inflitto dalla verità” e il “debito inestinguibile” nei confronti di Proust), ma le questioni e i temi maggiori del romanzo: lo stile, che si risolve anzitutto nella “visione”. L’idolatria, che per un lungo lasso di tempo impedì all’io creatore di sbocciare e manifestarsi. Quindi l’immancabile rapporto vita-opera, e l’esistenza stessa dello scrittore negli ultimi anni, con le consuetudini e i piccoli vezzi che accompagnarono l’austera retraite nella malattia e contribuirono a formare il “mito” di Proust ben prima che il romanzo fosse terminato. È difficile non godere dell’andatura che Piperno imprime al suo racconto, alternando memorie intime (e familiari) a pagine dove lucidamente scompone per la millesima volta un tema centrale come lo snobismo, le cui dinamiche si riproducono comicamente oggi nel mondo degli studiosi proustiani, i quali “sono soliti guardare dall’alto in basso chiunque non abbia finito la Recherche”.

Nella seconda parte del volume Piperno mette a confronto Proust con alcuni grandi scrittori, ispirandosi al principio elementare ma sempre fecondo delle affinità e divergenze. Montaigne, Nabokov, Balzac, Dante, Virginia Woolf, Roth. E naturalmente l’altro fuoriclasse, il grande rivale del panorama del Novecento francese, Céline. I due non si conobbero direttamente. Quando Proust morì, il 18 novembre 1922, l’allora ventottenne Louis Destouches era iscritto al quarto anno di medicina e usufruiva dei programmi ridotti per i veterani della Grande guerra. Non era dunque ancora uno scrittore: non poteva sentirsi in competizione. Ma evidentemente lesse la Recherche, che scatenò in lui una rabbia che presto traboccherà in uno dei primi paragrafi del Voyage.

Questo risentimento – una sorta di disprezzo a senso unico – è il punto di partenza del libro di Valerio Magrelli, Proust e Céline, il cui sottotitolo, La mente e l’odio, annuncia molteplici piste. Sì, perché sappiamo bene quanto Céline sia un odiatore a tutto campo, e sappiamo pure, secondo le parole di Adorno (citato da Magrelli), che certi capolavori “non sono paragonabili, ma vogliono distruggersi a vicenda”. Eppure resta da esplorare “la violenza che questo suo [di Céline]sentimento raggiunse nei confronti di Proust”. Indispensabile, a tal fine, è ripercorrere la vicenda biografica e letteraria di entrambi. Il che rende questo libro utile sia a coloro che si accostano per la prima volta ai due sommi contendenti, sia al pubblico degli specialisti. Con la sua tipica erudizione, leggera come un colpo d’ala, Magrelli indaga spaziando tra innumerevoli riferimenti bibliografici il polo dell’odio (incarnato da Céline) e quello della mente (Proust). Una scommessa, o volendo un gioco: “Ridurre i due maggiori romanzieri francesi del Novecento a una semplice coppia di termini”. Ma un gioco che trova la sua ratio nel fatto che quei due sostantivi possono riassumere “l’essenza della loro arte”.

Vengo così al terzo volume, che al di là della struttura più canonica, non è troppo dissimile come approccio e contenuti dai due precedenti. Anche Stefano Brugnolo, con Dalla parte di Proust, se da un lato propone una sua personale visione della Recherche (come testo “amico”, che “procura insieme piacere e conoscenza”, nonché divertimento, illuminando la nostra condizione attuale), dall’altra offre un possibile strumento per il proustiano alle prime armi. Brugnolo torna infatti su alcune questioni cruciali, fra le quali spiccano ovviamente la memoria, il rapporto con un passato sfuggente e in continua metamorfosi, e la “teoria della letteratura” messa a punto da Proust a partire dal Contre Sainte-Beuve e sviluppata nella Recherche in alcuni luoghi inaspettati, come ad esempio nelle parole di un personaggio secondario quale Mme de Villeparisis. Anche Brugnolo traccia poi diverse linee di convergenza/divergenza con pensatori e scrittori in alcuni casi decisamente distanti: Max Weber, Mallarmé, Sartre, Matte Blanco (oltre ai più prevedibili Gide e Freud). Si tratta sempre in ogni caso di accostamenti fecondi, svolti con grande chiarezza, che compongono alfine una sorta di elogio di questa Mille e una notte della modernità che per Brugnolo è la Recherche, giacché Proust riesce a incantarci e istruirci rendendo “ignoto, strano, misterioso, ciò che il senso comune considera ovvio”.

Più denso, e per molti versi di difficile lettura, appare il saggio di Giovanni Bottiroli Marcel Proust. Il romanzo del desiderio, esplicitamente orientato verso un’interpretazione di tipo filosofico e psicanalitico. Si troverà qui a suo agio soprattutto chi abbia una conoscenza pregressa del pensiero di Aristotele, Kant e Heidegger, per non dire di Girard e Deleuze (contestati da Bottiroli) o Lacan. Anche se in fondo, anche qui, sono poi sempre gli stessi snodi essenziali della Recherche a essere esplorati: i nomi, l’amore, la gelosia, l’angoscia e il tempo perso, cioè dissipato. Peraltro sono questi per Bottiroli gli inneschi di reazioni – se possibile – ancor più ampie e che producono interrogativi vertiginosi: “Che cos’è dunque la pigrizia, se non una moltiplicazione e contemporaneamente una parodia del possibile?”. O anche: “L’ontologia della Recherche appartiene alla storia della metafisica?”

Ma le domande, come i commenti, sono senza fine. Mi fermo dunque, per il momento, annunciando la pubblicazione imminente di altri due volumi. Il primo, una collettanea a cui ho avuto l’onore di partecipare (da non-proustiano) avrà per titolo Proust au fil du temps, a cura di Annamaria Laserra, per Liguori Editore. Il secondo, un’ampia monografia redatta da una delle massime studiose del nostro, Eleonora Sparvoli, si intitolerà semplicemente Proust e uscirà per l’editore Salerno, nella bella collana “Sestante”, nei primi mesi del 2023.

lucabevi@yahoo.it

L. Bevilacqua insegna letteratura francese all’Università Tor Vergata di Roma

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