Régis Jauffret tra scandalo e violenza del reale

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La finzione mente

di Corrado Iannelli

Nel 1998 Michael Jordan, il cestista più famoso del papa, chiude con i Chicago Bulls vincendo il suo sesto titolo NBA e Michel Houellebecq pubblica il suo secondo romanzo, Le particelle elementari, che consacra per la prima volta in Francia il proprio autore in copertina, nell’atto di reggere al polso una busta Monoprix fumando iconicamente con l’altra mano una sigaretta tra dito medio e anulare. Régis Jauffret, suo coetaneo classe 1955 – due in più di Emmanuel Carrère, classe 1957 – lontano dai riflettori da star ha già pubblicato quattro romanzi con diversi editori tra cui Gallimard; nel 1998 pubblica il controverso Histoire d’amour, e fra il 2003 e il 2005 con i premiati Univers, univers e Asiles de fous entra a far parte di diritto del roster dei grandi narratori contemporanei francesi. L’attività letteraria di Jauffret è generalmente ricondotta alla cronaca nera che l’ha più di una volta ispirata, per merito della sua direzione negli anni novanta del giornale “Dossiers Criminels” e naturalmente dei romanzi che gli hanno procurato cause per diffamazione, dall’ex ministro Dominique Strauss-Kahn, accusato di violenza sessuale, e dalla famiglia del banchiere Stern, ucciso dalla propria segretaria durante un gioco erotico; causa quest’ultima che ha mobilitato un appello in difesa dello scrittore firmato dallo stesso Houellebecq.

In Italia l’attenzione per l’autore di Marsiglia può dirsi definitiva con il volume di Microfictions pubblicato nel 2018, che segue il primo del 2007 e precede un terzo previsto per il 2022. Edizioni Clichy, l’editore che sta lavorando alla traduzione della maggior parte delle sue opere (a settembre 2020 l’uscita della sua prima autofiction Papà e, già in programma, altri racconti e romanzi), dal 2016 ne seleziona e pubblica un titolo all’anno; tutti successivi al 2010, i quattro a oggi disponibili permettono già di spaziare non poco da un Jauffret all’altro per apprezzarne la ricorsività dei temi e la varietà sperimentale. Lo scrittore sostiene di aver sempre lavorato a molti progetti contemporaneamente; nonostante la durezza dei contenuti (il sesso ridotto a performance violenta, l’io spietato, la miseria del potere), la scrittura di Jauffret è caratterizzata da un virtuosismo stilistico disadorno e non scandalistico, che mette in pratica la massima dell’anziana Jeanne in Cannibali: “Dedicarsi a un’arte senza avere talento è una forma di truffa”. “La finzione rischiara come una torcia”, scrive nel preambolo a Il banchiere, “l’ombra non si dissolve (…), l’immaginazione tritura il reale, lo tende fino al punto di rottura. (…) Sì, ma la finzione mente”. Si difende certamente per affrancarsi dalle accuse di diffamazione e di carenza di immaginazione, ma chiarisce anche una sincerità autoriale anticelebrativa del male.

In Dark Paris Blues “Parigi è fatiscente”, fatta di appartamenti ciechi e famosi caffè, e i protagonisti Tibère e Marjorie, narrati in terza persona, sono due conformazioni psichiche non in grado di obbedire a se stesse imprigionate in una impasse sessuale. Dopo il primo litigio Marjorie incrocia Volvic, caricatura di un ministro degli affari esteri. Un intreccio per tre quarti lineare a montaggio alternato esplode all’improvviso per un incidente che si fa destino di una comune tragedia dell’assurdo: crolla il pavimento e la coppia protagonista piomba in casa dei pervertiti e anziani vicini di sotto, dando inizio a un’inchiesta giudiziaria che interesserà tutti. Tutto non succede in singole frasi: “quel giorno il sole non si era mai fatto vedere”, “quando lui arrivò, lei lo lasciò”. La trama si sviluppa come una didascalia ai dialoghi: come nei dialoghi di Laing in Mi ami?, Jauffret risolve l’avversione alla psichiatria rappresentando conversazioni frustrate che trasformano le scene in avviluppamenti intrapsichici. “Tu ci capisci, io non ci capisco niente. Non ti amo più ma poi, al tempo stesso, ti amo troppo. -Da quando? -Non ricordo. Lui sbuffò. L’avrebbe dispersa volentieri come una manciata di piume”. “-Ti amo, ma sai benissimo che non è possibile. -Ti comporti come se non mi amassi. -Ti amo troppo per fingere di non amarti”.

Cannibali è un romanzo epistolare di pura finzione. La lettera che apre la corrispondenza in prima persona è della ventiquattrenne pittrice Noémie, indirizzata all’ottantaquattrenne Jeanne, madre di Geoffrey, l’uomo che la giovane si è decisa a lasciare. Attraverso lettere che elaborano odio trattando d’amore, dalla civetteria alla ferocia, le due avranno degli incontri e arriveranno a essere complici del progetto di cannibalizzazione di Geoffrey. La vicenda è narrata in funzione del tono epistolare che proietta l’azione in avanti trattando di azioni già avvenute, e che, divagando nei dettagli, depone aspettative nel destinatario ora raccolte con delirio, ora disattese. “Noémie, che gioia per me la prospettiva di ricevere la sua visita mercoledì. Le preparerò uno stufato di cinghiale. Se è di suo gusto, potremmo pensare di cucinare così le cosce di Geoffrey. Le natiche riusciranno meglio scottate nel burro in una larga e profonda padella. Il resto del corpo lo cucineremo, come suol dirsi, alla buona”. “Signorina, non capisco nulla della sua oscena missiva. Il nostro progetto di omicidio non la autorizza a buttare a mare la decenza”. La percezione degli intenti va tanto disallineandosi da rendere le azioni come accadute in lettera.

Nel Banchiere la costruzione della trama spetta a una voce monologante in prima persona, céliniana, che asseconda in questa occasione un procedere non lineare. Come con “gli ho sparato negli occhi” all’inizio di È stato così di Natalia Ginzburg, la vicenda dell’omicidio del banchiere comincia nell’incipit dall’assassinio, in realtà atto conclusivo delle vicende che saranno narrate: “L’ho incontrato una sera di primavera, sono diventata la sua amante. (…) L’ho ammazzato piantandogli una pallottola in mezzo alla fronte”. I piani temporali si incrociano tra il presente immediatamente successivo all’omicidio e un passato intermittente tra le dinamiche dell’assassinio, la rievocazione di singoli episodi dei tre anni di relazione tossica con la vittima e del rapporto con suo marito, configurando così un’andata e ritorno insistente sull’omicidio e uno scambio di ruoli continuo tra vittima e carnefice che confluisce in una rassegnata confessione alla polizia.

Quanto ai cinquecento racconti di una pagina e mezzo in prima persona e in ordine alfabetico del volume-monstre Microfictions, vale tutto quello che abbiamo notato e qualcos’altro. Anatre e elefanti, orologi, vodka e cioccolatini, medici, operai, combattenti di judo e Gheddafi, Candy Crush, prostitute e dispute contro Hegel, ritrovano nella glacialità della flash fiction lo stesso rigore procedurale della costruzione dei romanzi, con una struttura interna più esile ma elaborata con la stessa complessità. La società del lavoro è resa attraverso uno spaccato di umanità dominata dal male talvolta in modo semplice e consapevole: un progetto che è stato definito di “alienazione volontaria”, finalizzato a dare una direzione alla casualità senza arrenderlesi. Non scompaiono i dialoghi, e i monologhi rendono la prima persona in terza. Per queste ragioni Microfictions, nella sua natura combinatoria ed enciclopedica, si presta come compendio eclatante di Jauffret, un capolavoro sempre nuovo e alla portata di una consultazione veloce della home di un social network.

corradoiannelli@hotmail.it

C. Iannelli è laureando in letteratura italiana

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