Riccardo Luraschi – Il Faraone

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Nell’occhio del contabile

di Giovanni Greco

Riccardo Luraschi
IL FARAONE
pp. 379, € 17,50,
Castelvecchi, Roma 2019

La tentazione più forte a cui resistere leggendo Il Faraone (menzione speciale Premio Calvino 2018) di Riccardo Luraschi è quella di cedere al gioco delle coincidenze e delle sovrapposizioni tra finzione e realtà. La vicenda, se riassunta sinteticamente, è quella di un grande imprenditore televisivo che al culmine del successo decide di lanciarsi in politica per diventare Presidente del Consiglio con un programma rivoluzionario nel quale ognuno finalmente vedrà realizzati i propri desideri e i propri sogni di libertà e di possesso. Nel gioco degli scambi è facile scoprire che questo imprenditore, Leo Maspero, dominus di Idealset, ha una moglie che vuole divorziare da lui, perché lo scopre circondato da giovani e avvenenti ragazze. Intorno a Maspero ruota una corte di sodali, che vivono nella devozione per le doti di intuito, di seduzione oltre che per le mirabili ricchezze che l’uomo è riuscito a mettere insieme. La lista di assonanze, talora con non più di un lieve ritocco rispetto alla realtà, prosegue fino a focalizzare l’intero racconto su Enrico Bertelli, giovane e grigio contabile che viene assunto da Maspero quando la discesa in campo entra nel vivo e c’è bisogno di qualcuno che abbia competenza e dedizione totali, tanto da venir ammesso nell’inner circle degli Affari Privati del grande capo.

Se la ricerca di un regista come Sorrentino assumeva Loro come il punto di vista da cui dipanare l’epopea berlusconiana, ovvero quel mondo di arrivisti disposti a tutto pur di godere di un minuto di attenzione del Grande Affabulatore, Luraschi rende equivoco fin dall’inizio il gioco pettegolo delle coincidenze tra realtà e finzione condensando nello sguardo mediocre e antieroico del contabile l’avventura eroica e trionfale di Maspero. È certo esistito ed esisterà un contabile di Berlusconi, pagatore, come il protagonista del romanzo, delle cosiddette Olgettine, ma narrativamente interessante è la prospettiva dimessa di Bertelli – uomo di numeri (il suo motto, più volte ripetuto, è “numerare e prevedere”) che permette la messa in scena della dialettica inesauribile tra superman ed everyman: ed è questo forse il motore della scrittura. L’orizzonte di Bertelli – involontario testimone dei complotti e degli intrighi che ruotano intorno a Maspero – tra chi dei suoi amici e collaboratori si oppone all’impresa (su tutti Motta, il braccio destro) e quelli che a vario titolo e con maggiore o minore convinzione vi collaborano (Don Zanca, Olivieri, Bellomo, Fontana) ‒ resta quello del parvenu sprovveduto, che non riesce davvero a comprendere e resta irretito nel gioco degli altri. Ed è proprio questa mancata intelligenza delle cose del mondo che fornisce l’occasione per un racconto fortunatamente omissivo (dunque frustrante nella ricerca delle coincidenze) che nella percezione di Bertelli lascia opachi alcuni antefatti fondamentali, su cui il grigio protagonista non cerca e non s’interroga. Tuttavia la scelta di un uomo metodico e schivo, che alla fine resterà impigliato nella storia con una delle amichette di Maspero (Eva Rea) e verrà morbidamente fatto fuori, non si traduce in una scelta di stile anonimo, ma anzi corrisponde a una continua cura della parola e della frase. Fin dalle prime pagine la scrittura non corre ma si sofferma, non si accontenta dell’anodino, ma si dilata nella definizione moltiplicata. Il regno di Maspero per esempio, più volte detto l’Impero, rappresenta il fascino dell’Immateriale che arriva nelle case di tutti sotto forma di pubblicità, “un’intera alhambra di attrazioni, allettamenti e malie [che]richiamava l’attenzione degli abitatori del tinello”.

Persino il grigio contabile, descritto in automobile di ritorno a casa, non si spazientisce e non si deprime come tutti “nell’affannoso traffic jam” e invece si delizia “alla vista della sequenza di capannoni e palazzine che corrono rimbombanti e ronzanti di attività alla città dei torrioni residenziali e delle fondazioni bancarie, nascoste nel verde dei giardini secolari, dei negozi illuminati come supernove, dei musei con le sale appena rischiarate da un albore subacqueo”. La fioritura metaforica e sintattica, controcanto dello sguardo innocuo di Bertelli, s’intona all’ipertrofia invincibile di Maspero: le difficoltà, le imboscate che sorgeranno sul cammino verso la vittoria, verranno risolte dal tycoon sempre brillantemente a suo vantaggio; persino l’acerrimo nemico, Bernasconi, l’anti-Maspero, re dell’acciaio, che vive una forma estrema di devozione mistica, tra fustigazioni e cilici, diventa alla fine organico alle mire del Faraone. Così accade nell’epos dove l’eroe al cui destino segnato dall’alto nessuno si può opporre, diventa potentemente il personaggio dell’identificazione o dell’alienazione, qualunque cosa faccia o dica. Così forse è stato nell’Italia degli ultimi venticinque anni per analogia e per dissonanza: Il Faraone torna alla realtà in tutta la sua inevitabile ambivalenza.

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