Roberto Calasso – L’impronta dell’editore

Allergici alla pedagogia

recensione di Vladimiro Bottone

Roberto Calasso
L’IMPRONTA DELL’EDITORE
pp. 164, € 12
Adelphi, Milano 2013

bf5fa627e27586872ed41c7467adf34c_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyMaggio 1962, lago di Bracciano. Nella villa di E. Bernard, eterodosso psicoanalista junghiano, Robert Bazlen accenna al giovanissimo Roberto Calasso che, presto, si getteranno le fondamenta di una nuova casa editrice: Adelphi. Fare in proprio, spiega Bazlen, è l’unico modo per dare alle stampe, e ridare alla vita, tutta una serie di testi e autori irriducibili al mainstream editoriale dell’epoca. O perché sconosciuti o perché disconosciuti ed esorcizzati con i dovuti anatemi. È il caso di Nietzsche, che i consulenti dell’Einaudi hanno bollato come irrazionale. Una poderosa edizione critica delle opere nietzschiane, opina invece Bazlen, rappresenterà proprio uno degli assi su cui imperniare la costituenda casa editrice. Accanto a un’operazione così monstre e organica, tuttavia, il nuovo catalogo si produrrà anche in rasoiate estemporanee, vale a dire in “libri unici”. Come il primo titolo della “Biblioteca” Adelphi: L’altra parte di Alfred Kubin. Il romanzo unico di un non-romanziere. Una potente allucinazione all’interno di un delirio durato tre mesi nella vita dell’autore e mai più ripetuto.

Ora assumiamo tutto questo come un doveroso antefatto. E seguiamo le mosse, in un settembre dei sessanta, di Massimo Campi, personaggio imperituro, e dunque reale, di La donna della domenica di Fruttero & Lucentini. Campi, rientrato a Torino dopo una solitaria estate nella villotta in Monferrato, vive di rendita, è coltissimo, coetaneo di Calasso. Torinese all’esasperazione, è irretito, in ogni aspetto della vita, dalla sua snobistica iper-intelligenza. Anche lui, come Bazlen, potrebbe ambire alla plancia di comando in una casa editrice o a una cattedra universitaria (sebbene con l’handicap di un eclettismo troppo enciclopedico per le asfittiche partizioni disciplinari). Ciò nonostante Campi non scriverà mai un rigo. Esattamente come Bazlen, preferisce operare come raffinato dilettante e consigliere nascosto di libri necessari che suggerisce prevalentemente ad Anna Carla Dosio, trascurata e splendida moglie di un Grande Industriale. Anche per Anna Carla, Massimo sta approdando sotto i portici di piazza Carlo Felice, da Fogola. Si augura di scovare dei libri che, per una volta, riescano nell’impresa di stupirlo. Sfogliacchiando fra i banconi gli vengono sotto mano dei volumi dalla veste editoriale spiazzante. Flashback. Mesi e mesi prima Bazlen, Foà e Calasso avevano preso una decisione temeraria: per le copertine di Adelphi niente grafici con il loro modernismo. Alla larga anche dagli antichi maestri canonizzati, dai pittori identificabili e dalle immagini troppo divulgate. La loro scommessa supera il test-Campi: l’inconfondibile schema tipografico di Adelphi, le copertine leggere e ruvide, la granulosità della carta lasciano di stucco l’incontentabile Massimo.

L’innamoramento però, è ovvio, non si limita al paratesto ma si amplia all’indefinibile assonanza che lega quei titoli apparentemente così eterogenei. Il libro dell’Es, Il monte analogo, Nube purpurea, Via di un pellegrino. Di certo li affratella una mancanza programmatica: niente prefazioni. Gli adelphiani e il catalogo che stanno inanellando sono allergici alla pedagogia, così paternalista verso il lettore, che informa le uscite di Einaudi e Feltrinelli. Vale a dire proprio quei tascabili, sessantotteschi e militanti, che si sparpagliano sul sedile posteriore della scalcinata Cinquecento di Nello Riviera, l’amico del cuore che Massimo disprezza per la natura intrinsecamente conformista di lui, tipica in chi è a disagio con i propri complessi d’inferiorità. Al posto degli inquadramenti einaudiani, Campi si ritrova i primi, insuperabili, risvolti calassiani (diventeranno oltre mille), che non rappresentano un travestimento della prefazione, né una parafrasi del libro, ma l’equivalente di folgoranti ritratti che trapassano, in un solo sguardo, opera, lettore e curatore del risvolto, mettendoli a nudo una volta per tutte.

Trascorre mezzo secolo da allora, quello che la casa editrice si accinge a festeggiare. In questo scorcio di tempo Campi è rimasto fedele solo al catalogo Adelphi, così diverso da quegli editori, autori e individui noiosi, che sanno essere solamente uguali a se stessi e alla loro pedanteria da raddrizzatori di torti. Adelphi, viceversa, partita dal repêchage bibliofilo di libri unici, ha saputo mutare pelle passando a poderose opera omnia (Sciascia, Gadda, Nabokov, Simenon). Così come ha saputo edificare il mito della grande Vienna quando Vienna, alla fine dei sessanta, era l’immagine di “un protratto dopoguerra in provincia”. Salvo poi abbandonare questo marchio di fabbrica divenuto quasi luogo comune e ripubblicare, invece, un tout Maigret riscattandolo dalla miseria morale delle edicole ferroviarie. Così a Campi, oggi ultrasettantenne come Calasso, capita sovente di contemplare le coste di quei volumi dalle copertine pastello che hanno finito per disegnare, oltre all’autoritratto dell’editore, “un serpente di libri” fatto di connessioni, torsioni, guizzi e tensioni interne.

Chiuso nella sua villa affacciata sulle luci di Torino, Campi non può che rivedere, sempre più spesso, chi non c’è più: Riviera, morto di Aids dopo una vita di battuage dovuta anche ai tanti ripudi di Massimo; Anna Carla, morta di cirrosi dopo essere stata abbandonata, negli anni, dal marito, da Santamaria e da quella sua bellezza avvolta in una dolorosa malinconia simile al vuoto (alla base della sua rovina l’anatema di Massimo verso la banalità della chirurgia estetica). Anche Calasso, in questo libro-bilancio fortunatamente senza rimorsi, è costretto a voltarsi indietro, a rievocare i filadelfi che non ci sono più: Bazlen, Foà, Colli. E – non diversamente da Campi quando osserva disgustato i grattacieli che sopravanzano la Mole, l’assedio degli scavi per i cablaggi, l’eco chiassosa dei Murazzi – Calasso non può esimersi dal deprecare la “digitalizzazione universale” del sapere, che trasformerà i singoli libri in nodi di una Rete intessuta, con link e tag, da un’intelligenza collettiva. Fine della lettura “solitaria come il pensiero”. Fine di un’era della conoscenza, forse. Una prospettiva a cui Campi e Calasso oppongono la strenua frequentazione quotidiana delle rispettive biblioteche. La Biblioteca, appunto. Descritta insuperabilmente da Borges, autore naturaliter adelphiano, in Finzioni, opera a suo tempo tradotta da Franco Lucentini. Quella Biblioteca cartacea che, qualsiasi cosa accada, perdurerà: “Illuminata, solitaria, infinita, ornata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta”. Su un unico aggettivo dissento: inutile. Adelphi ha salvato molte menti, pur non prefiggendoselo. Di questo risultato, immenso checché possa pensarne Calasso, non gli si renderà mai abbastanza onore. Quand’anche possa trattarsi, adesso, di un onore delle armi.

v_bottone@yahoo.it
V Bottone è romanziere e saggista