Rufi Thorpe – La nostra furiosa amicizia

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La regina del knock down

di Camilla Valletti

Rufi Thorpe
La nostra furiosa amicizia
pp. 344, € 17
trad. dall’inglese di Claudia Durastanti, ed. orig. 2020
Bollati Boringhieri, Torino 2021

Nella smagliante traduzione italiana di Claudia Durastanti, esce per i tipi di Bollati La nostra furiosa amicizia, in originale The Knock Down Queen, della scrittrice californiana Rufi Thorpe. Già autrice di altri due titoli non tradotti, questo nuovo lavoro è per il nostro paese un esordio importante. In primo luogo perché è un autentico romanzo di formazione che prede le mosse da un’amicizia indistruttibile come in un classico di Charles Dickens. In secondo luogo perché sa mescolare i generi, le provenienze culturali, la parlata, con una libertà e uno sguardo gettato in avanti, davvero fuori dal comune. In terzo luogo perché il carico di dolore con cui i due protagonisti devono confrontarsi si stempera in una più generale considerazione della condizione umana. L’elemento di forza narrativa sta nel fraintendimento su chi sia davvero il protagonista. È Michael, il giovane narratore abbandonato da padre e madre? Oppure è Bunny, la sua coetanea vicina di casa dalle proporzioni fisiche smisurate? In questo gioco di rimbalzo, Thorpe inganna scientemente il lettore nel tentativo – riuscito – di spostare l’asse sui due piani del maschile e femminile, in modo da non dover usare mai categorie fisse. E se il personaggio più imprevedibile è certamente Bunny, la regina del knockdown, una ragazza capace di far volare in aria un ragazzo come un campione di boxe, altrettanto Michael, nella sua schiva volontà di perseguire il suo piacere fisico, può integrarsi e sommarsi a Bunny come se fossero un Giano bifronte, un essere palpitante ed estraneo a ogni classificazione. Inutile ricostruire l’intreccio, talmente ricco di colpi di scena, caratteri imperdibili (come il padre alcolizzato di Bunny o l’amante sposato e decrepito di Michael) da non potere essere ricondotto a un unico binario. Bisogna entrare nei dialoghi dei due ragazzi, imparare le loro espressioni, seguire le curve del loro ardore e mai giudicare le loro reciproche colpe. Anche quando queste finiscono per trasportali oltre la loro giovinezza.

Da un incontro casuale dovuto a un eccesso di solitudine e a una trascurata supervisione genitoriale, le vite di Bunny e Michael non si separeranno più: «Ero stato nelle stazioni degli autobus e nelle sale d’attesa del carcere, nelle case d’accoglienza, nelle auto degli uomini, nelle case o negli appartamenti dei maschi dove a volte c’era solo un materasso sul pavimento, ma nullo di tutto ciò mi aveva spaventato tanto quanto la bellissima casa di Bunny». Una casa mausoleo, un luogo dalla luce hollywoodiana, arredato secondo uno stile talmente oltre ogni decenza da lasciare Michael, pur attrezzato, chiuso in un attonito silenzio. Da quel momento in poi, la sovrumana Bunny, bella come una gigantessa rablesiana, incarnerà l’altrove emotivo di Michael, un riparo certo rispetto alla morte. Giovani per sempre, insomma: «I nostri mitocondri avrebbero fatto zampillare l’ATP come fontane sempre aperte. Saremmo rimasti giovani scopando i giovani. E non avremmo mai scopato i vecchi, perché era così che la morte entrava dentro, attraverso la pelle».

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