Saša Stanišić – Origini | Libro del Mese

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Stare in bilico su due patrie

di Anna Chiarloni

Saša Stanišić
Origini
ed. orig. 2018, trad. dal tedesco di Federica Garlaschelli,
pp. 382, € 18,50,
Keller, Rovereto TN 2021 

Origini - Sasa Stanisic - Libro - Keller - Passi | IBSC’era anche il piccolo Saša Stanišić tra i bosniaci scampati al massacro serbo di Višegrad, anno 1992. Appena quattordicenne, è tra la moltitudine di cittadini dell’Europa orientale che corrono sul piano inclinato della storia verso la Germania di Kohl. La cifra autobiografica di questo straordinario romanzo è spalancata su quei tragici anni di fuga ma testimonia anche una vicenda di accoglienza esemplare, potremmo dire di buone pratiche europee. Inserito nella scuola per stranieri di Heidelberg, Saša è tutelato da insegnanti che subito avvertono il talento narrativo di quel liceale bosniaco. Successivamente Stanišić frequenta il prestigioso Deutsches Literaturinstitut di Lipsia, dove si fa strada con una scrittura inventiva e affabulante, crespa di humour, diventando rapidamente, con il romanzo d’esordio tradotto in oltre trenta lingue (La storia del soldato che riparò il grammofono, Frassinelli, 2007), un esponente di spicco della goldene Generation sulla composita scena della odierna letteratura tedesca. Esempio di perfetta integrazione del migrante in un paese straniero? Sì, ma c’è dell’altro. Perché con l’età matura Stanišić comincia a interrogarsi sulle sue origini. Herkunft è il titolo tedesco, un vocabolo dal retrosapore burocratico che ancora oggi indica la provenienza etnica stampigliata sui documenti rilasciati da parecchi stati, dunque segnale di una diversità e stigma di una possibile discriminazione. Ora è proprio questa diversità che l’autore rivendica e lo fa con le risonanze affettive di una scrittura che alterna l’affondo in una felice memoria infantile all’analisi degli eventi che hanno travolto la Jugoslavia, fino al dispiegarsi del romanzo in una sottile, attualissima indagine sull’identità europea. Pur nell’andamento erratico e frammentario, a tratti controfattuale, di una narrazione ritagliata in brevi capitoli, la cronologia è chiara. I primi anni sono difficili. Saša arriva con i genitori e il nonno Muhamed quando nella Germania appena riunificata esplodono le prime manifestazioni xenofobe, seguite dai gravi incidenti di Rostock, nella ex-Ddr. “Una sagra tedesca di pogrom”, annota l’autore. Lo scolaro Stanišić legge i giornali durante la pausa pranzo nella bibloteca della scuola. Sa che l’insofferenza divampa anche nei Laender occidentali, dove risiedono fin dagli anni sessanta ampie comunità turche, rinsaldate dal nuovo afflusso degli anni ottanta: il ragazzo registra l’orrore del rogo di Moelln, in cui “due ragazzine turche di dieci e quattordici anni perdono la vita insieme alla nonna”.

In Germania la tensione aumenta. Dalla rievocazione di Stanišić trapelano i sommovimenti dell’Europa centrale. Aperti nel 1992 i confini con la Polonia, Berlino affronta quella migrazione di popoli che si è messa in moto verso occidente, lasciandosi alle spalle i lacerti del blocco sovietico. Nello stesso anno il solo Brandeburgo, del tutto privo di strutture adatte, deve far fronte a 40.000 immigrati. Kohl decide allora di modificare, con l’appoggio dei socialdemocratici, il diritto d’asilo, uno dei capisaldi della Costituzione tedesco-federale. È il tempo questo in cui Günter Grass, sia detto di passata, dopo una militanza trentennale, abbandona la Spd e denuncia il rigurgito neonazista in Germania. Certo, rispetto alla vita grama di molti immigrati – “i datori di lavoro sapevano bene come approfittare della povertà” – Saša sa di essere un privilegiato. In questo senso Origini è anche un libro della riconoscenza, in primis verso i genitori, costretti ad accettare qualsiasi lavoro per rimanere a galla: la madre, politologa marxista, si ritrova lavandaia – “per cinque anni e mezzo ebbe a che fare solo con asciugamani bollenti” – il padre economista si spezza la schiena in cantiere. Ambedue con l’incubo dell’espulsione, tanto che nel 1998, “per evitare il rimpatrio nella Višegrad post-pulizia etnica”, una città di case abbandonate o abitate dalla follia, i genitori emigrano in Florida. Sullo sfondo, ma ben cesellate, sfilano altre figure della gratitudine, quelle della scuola di Heidelberg soprattutto, vero luogo di accoglienza, capace di guidare i giovani migranti verso l’integrazione. Né manca la generosità spontanea di tedeschi come, nomen omen, il dottor Heimat, il dentista che – “avvistata l’apocalisse nella bocca” di Saša – offre cure, paterne gentilezze e partite di pesca sul Neckar. La riconoscenza dell’autore, cittadino tedesco dal 2013, nei confronti della Germania è ben visibile nell’architettura stessa di alcuni capitoli. Si veda ad esempio Origini alla foce. Qui un vecchio professore di storia incontra Stanišić – ormai scrittore affermato – per raccontargli di suo padre. Soldato della Wehrmacht in Jugoslavia, del genitore sono rimaste alcune lettere, asciutte descrizioni della vita militare nel territorio occupato, tra Belgrado e Višegrad. Stiamo parlando dell’esercito del Reich, responsabile di devastanti bombardamenti sulla Jugoslavia, ma Stanišić non entra nel lugubre ossario nazista, nemmeno lo sfiora. Al contrario, con un palese dispositivo di riconciliazione, l’autore si tiene raso terra e fa suo lo sguardo di quel soldato tedesco, integrando nel racconto interi passi in corsivo dei suoi resoconti epistolari, accogliendo cioè quella voce nella sua stessa scrittura. 

Ma l’aspetto più originale del testo riguarda quel sentimento che Stanišić colloca nell’età adulta e che dà luogo a una poetica del ritorno alle proprie radici. Il romanzo s’inoltra infatti in un’indagine sul senso di una doppia appartenenza, tedesca e jugoslava, scavando sotto l’immagine corrente delle macerie balcaniche. Stanišić rivendica l’identità di una cultura e di una politica – quella titina – contro la cancellazione operata dai media, troppo lesti a camuffare il paese distrutto in “location cinematografica”. L’aculeo di una mancanza, di una nostalgia per la Heimat intesa come mondo dell’infanzia, Stanišić lo avverte “con l’affievolirsi della memoria”, quando ormai la storia europea gli ha sbarrato le vie del ritorno a Višegrad. Il procedimento anamnestico s’irradia fin dall’acronia dell’incipit per inarcarsi nella genealogia del quarto capitolo: Oskorusa, 2009. È il nome di un paese all’ombra delle montagne di Bosnia, è la terra dei bisnonni, gente “di un’epoca in cui gli uomini tosavano le pecore e le donne facevano gilet ai ferri”. Gavrilo, il vecchio cacciatore del villaggio, guida Saša attraverso il cimitero, la scrittura si fa onirica, richiama vocaboli slavi dispersi nella memoria infantile, si erge paratattica nel rito di commemorazione dei defunti: “La lapide era la nostra tavola. Carne e pane erano pronti. Nonna accese le candele. Mi voltai. Su quasi tutte le lapidi, che fossero di pietra o di legno, era scritto il mio cognome”. La carica simbolica, eucaristica, di queste pagine è evidente. Sulla tomba Saša Stanišić spartisce cibo e nome coi suoi antenati, al pozzo berrà l’acqua della sorgente avita, annunciando così il responso di chiusura: “Da dove vieni, giovanotto?”. “Adesso anche da qui, quindi? Da Oskorusa”. 

Due patrie, dunque, chiede implicitamente l’autore, in un’Europa sempre più innervata dal flusso dei migranti. Ossia il diritto di confederare altre culture, preziose proprio perché eccentriche al sistema dominante. Il diritto di essere riconosciuti ritrovando se stessi negli anfratti del tempo, nel “porto sicuro del passato”, narrando la propria storia e con essa affetti e vicende di persone scomparse. Come quella nonna che apre e chiude il romanzo dalla soglia della follia, invitando lo stesso lettore a proseguire il gioco estremo della fuga con i morti, con gli alfieri di quel mondo perduto che solo la grande letteratura può richiamare in vita.

anna.chiarloni@unito.it

A. Chiarloni è professore emerito all’Università di Torino

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