Sgt. Crowley’s Lonely Hearts Club Band

I Ching della Grande Bestia

di Franco Pezzini

 

Accrescimento. Ora non è il momento di sedere e rabbrividire,
bensì di procedere, anche per attraversare il fiume.
Il successo giustifica l’audacia. Affronta il tuo destino!
Buoni presagi e vera virtù uniti, tenta!
Male conduce a bene per colui che guida.
Persino trasferire la capitale è possibile.

Con il settantesimo anno dalla morte di Aleister Crowley (1875-1947) – in arte, la Grande Bestia 666 per l’associazione all’Anticristo suggerita già dalla mamma fondamentalista – le sue opere, presenti in più cataloghi anche in Italia, si sono aperte ovviamente a una maggiore circolazione. Tra i massimi nomi dell’occultismo moderno, profeta del credo filosofico del Thelema (la “vera volontà” del singolo, che però non coincide con la pura licenza) che attraverso varie organizzazioni conta aderenti in tutto il mondo, provocatore narcisista nonché divo pop almeno dai tempi dell’inserimento da parte dei Beatles fra le “persone che ci piacciono” sulla copertina del Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (e poi riverito da David Bowie, Ozzy Osbourne, Jimmy Page…), Crowley è stato un mattatore dei tabloid per la sua vita all’insegna dello scandalo e un personaggio in effetti vulcanico. Ardimentoso cacciatore e alpinista (leggendaria la sua salita sul K2), cacciato dall’Italia fascista dopo che nella comunità esoterica fondata a Cefalù era scappato un morto (nel clima un po’ sopra le righe, uno degli adepti s’era bevuto acqua inquinata contro le direttive della Bestia), forse agente dei servizi britannici e coinvolto nella famosa operazione Rudolf Hess, passerà la vita a sperimentare nuove tecniche di magia & sesso (binomio che con lui raggiunge la più effervescente teorizzazione), fondando e sfondando gruppi, morendo consumato da tutte la droghe possibili ma lasciando una traccia rilevante in memorie e narrazioni altrui (Hemingway, Maugham, eccetera).

Crowley è sicuramente una delle figure-chiave del travaglio tra età vittoriana e seconda guerra mondiale, sul terreno non solo di occulto e nuove fedi ma degli intrecci con arte e letteratura. In particolare su quest’ultimo fronte, occorre ricordare quanto abbia scritto: se la sua produzione tecnica occultista è diluviale, quella narrativa e lirica appare comunque molto ampia e non priva d’interesse. Fu anzitutto poeta di qualche valore, influenzato da Swinburne e Browning ma in chiave non sterilmente imitativa. In Italia è apparsa nel 2016 per i tipi Diana la sua censuratissima raccolta Macchie bianche, che a tutt’oggi può urtare per l’insistenza fastidiosa sullo scabroso e il blasfemo e rappresenta comunque troppo poco per cogliere le abilità dell’autore (molto buona comunque la traduzione di Chiara Freddi). Per la narrativa è uscito da poco il volumetto – di confezione pittoresca – contenente un suo racconto orrifico, Il testamento del Magdalen Blair (pp. 101, € 6,90, trad. dall’inglese e cura di Luca Moccafighe, ABEditore, Milano 2017): le disavventure di una giovane donna che scopre in sé incredibili virtù telepatiche non è – come pare l’abbia definito Frank Harris, amico di Oscar Wilde – “la storia più terrificante mai scritta” e non è neppure tre le prove narrative più interessanti di Crowley, ma può dare un’idea di certi toni febbrili della sua scrittura. Di grande interesse poi, sull’amicizia e la maliziosa solidarietà tra Crowley e Pessoa, il bel volume La bocca dell’inferno a cura di Marco Pasi – forse il massimo esperto di Crowley in Italia, già autore del ricchissimo Aleister Crowley e la tentazione della politica (Franco Angeli 1999) – edito da Federico Tozzi (traduzioni di Sara Culeddu, Tommaso Selvetti e Giorgia Bima, pp. 400, € 20, Saluzzo 2018): il testo riunisce un completo dossier del rapporto tra i due, il romanzo (scoperto in anni recenti) che Pessoa vi dedicò e la loro intera corrispondenza.

D’altra parte Crowley fu anche studioso di cultura vastissima – basta consultare il suo opus magnum Magick (Astrolabio, 1978) – e capace di sintesi temerarie ma interessanti, al di là di ogni bizzarria di convinzioni e azioni: ed è ora apparso un volume di grande fascino sul fronte orientalistico dei suoi studi. Si tratta della proposta in elegante edizione con testo a fronte nel bel catalogo Tre Editori della versione curata da Crowley de I Ching (1918?, ed. orig. 1968, presentazione di Stephen Skinner, trad. dall’inglese di Giorgio Ritter, pp. 187, € 18, Roma 2018): una lettura sulla base di un interesse non meramente teorico perché Crowley è uso consultarli secondo la loro funzione originaria, di strumento divinatorio. Come noto, il testo cinese (il cui titolo richiama simbolicamente al sole e secondo una più corretta traslitterazione dovrebbe essere reso in modo simile a Yi Jing) ha origini molto antiche: nella forma attuale, sembra risalire al IX sec. a.C. Neppure il governo comunista ne ha mai sradicati circolazione ed uso, anche se si tende oggi – forse comprensibilmente – a sottolinearne piuttosto la dimensione filosofica, etica e di visione del mondo (l’idea sottesa di un riferimento alla ciclicità del tempo e ai mutamenti nella realtà, il rapporto con il confucianesimo, eccetera). Strutturato quale complesso sistema di esagrammi e trigrammi, composti di yao/linee intere (yang, maschio) o spezzate (yin, femmina) sovrapposte, come altri grandi motori di divinazione I Ching offre anzitutto un prezioso strumento di riflessione sul rapporto con una realtà in continuo mutamento – si è citata in incipit qualche linea dal n. 42 (YiAria di fuoco) che sembra ben adattarsi alla vita temeraria di Crowley – e di lettura introspettiva.

Ignorando i dotti commentari cinesi, l’occidente ha ricevuto I Ching attraverso alcune edizioni storiche – una latina di P. Regis del 1834, quelle inglesi di Canon McClatchie del 1876 (troppo influenzata dalla teologia cristiana per essere attendibile) e di James Legge del 1882, la tedesca di Richard Wilhelm del 1932 – con tutti i problemi dell’interpretatio dal punto di vista di un altro mondo culturale. E il fenomeno risulta eclatante nel caso di Crowley, che della lingua cinese ha una conoscenza limitata e oltretutto è assai più vicino al pensiero taoista che all’ordinata visione confuciana. In effetti la sua non è una traduzione, bensì una modifica di quella di James Legge, in chiave da un lato di sintesi del tenore testuale originario (con effetti di efficacia icastica ma insieme di forzatura che perde qualcosa) e dall’altro di arricchimento con un proprio commentario e associazioni ad altre tradizioni esoteriche. Abbina infatti sincretisticamente le 64 combinazioni cinesi a dati cabalistici e astrologici occidentali – un po’ come facevano i maghi rinascimentali studiando il rapporto tra macro e microcosmo – sia pure appunto nel rispetto dell’antica lettura che considerava I Ching “uno strumento per la divinazione, anziché un classico confuciano, taoista o letterario”. Oltre alla presentazione di Skinner e al testo vero e proprio (coronato da una breve introduzione a firma “To Mega Therion”/la Grande Bestia), il volume Tre Editori riporta nelle appendici un paio di lezioni di Crowley sempre sul tema e altri materiali.

Nessun dubbio insomma sull’importanza del tutto per la storia dell’esoterismo; ma non spiaccia ai cultori il fatto che possiamo ravvisare due fronti di interesse più “laico” e diffusamente condivisibile. E cioè in prima battuta la lettura della versione crowleyana de I Ching come tassello di una lunga, complicata storia – fin dal Settecento, ma in realtà da molto prima – di recezione di testi orientali nella cultura d’Occidente: una recezione più o meno rigorosa e talora assai disinvolta, tramite l’opera di eruditi a volte francamente pittoreschi, e che ha contribuito a modellare idee ma anche stereotipi e pregiudizi sulle Terre del sole che sorge. Oltretutto Crowley inizia a lavorare su I Ching probabilmente dagli anni attorno al 1918, ma in generale il suo tempo vede il successo nell’immaginario – popolare e non solo – di una serie di icone esotiche, di Cine non ancora vicine, di orienti sapienti e ambigui. Trovare in una foto del volume Crowley  che “interpreta” il sapiente Fu Xi, leggendario ideatore dell’I Ching (p. 158) ci porta già su questo terreno affascinante e un po’ ambiguo.

E d’altra parte l’opera, in chiave di studi sociali, richiama anche l’impatto che alcune suggestioni hanno avuto sull’immaginario del nostro mondo in anni lontani ma in fondo non troppo. Si pensi a quando – nota Skinner – “nella cultura hippie degli anni Sessanta, […] molte persone consultavano assiduamente I Ching per ottenere risposte sulla loro vita personale, sulle loro preoccupazioni economiche o sul loro percorso spirituale”; o magari alla poesia da lui citata di Allen Ginsberg, Consulting I Ching Smoking Pot Listening to the Fugs Sing Blake (“Consultare I Ching fumare erba ascoltare i Fugs che cantano Blake”). Datata 1966: un mondo dove il defunto Crowley stava tornando dopo anni di oblio, e che non avrebbe più lasciato.