Gli orizzonti possibili della distopia e del fantastico | Aspettando Book Pride

Domenica pomeriggio, a Book Pride, Mario Marchetti dialogherà con Peppe Fiore, Adil Bellafqih e Marco Malvaldi intorno a gialli, distopie e narrazioni fantastiche nella letteratura contemporanea. Qui il link all’evento!

Rinascimento distopico?

di Peppe Fiore

Quando si parla di trend culturali, e in particolare di trend letterari che sono tra i più volatili, c’è sempre il sospetto che più che nello zeitgeist, l’innesco stia nella necessità di riempire le pagine di cultura dei giornali, alimentare il chiacchiericcio, generare hashtag. Su quanto ci sia di sincero – cioè di sinceramente ispirato agli autori da sincere urgenze narrative – nella moda dei romanzi distopici di cui si è molto scritto negli ultimi due anni, e quanto di alimentato a monte dal marketing editorial-giornalistico, sospendiamo il giudizio: probabilmente è un mix delle due cose. Di sicuro c’è che un forte impulso primario a questo Rinascimento Distopico viene da regioni extraletterarie (le serie tv Black Mirror e The Handmaid’s Tale, per esempio): narrazioni di grande impatto – e di buoni budget – che hanno coltivato quella zolla di immaginario di massa che con il realismo è solo imparentata alla lontana ma che non è ancora del tutto fantascienza. C’è, a proposito di fantascienza, che lo sci-fi fatica a stare al passo di una Tecnica che produce ogni giorno macchine, orizzonti di sguardo, e sistemi complessi che sono un passo avanti alla più sfrenata fantasia narrativa. C’è, quindi, che l’interesse dello scrittore interessato a esplorare futuri possibili, finisce naturalmente per spostarsi dall’invenzione tecnologica agli effetti spirituali della tecnologia, puntando insomma non più tanto sul meraviglioso della fantascienza ma sullo speculativo, al limite sul sociologico: ciò che è proprio, appunto, del distopico.

La nostra epoca è così profondamente dedicata all’accelerazione e al superamento di sé che ogni fantascienza rischia di essere vecchia già al momento del suo concepimento. La distopia funziona invece come una specie di paratesto del progresso: fuori dalla contestualizzazione storica, cerca di fare il punto su un umano ormai così profondamente compromesso con il tecnologico da finire per essere da esso indistinguibile (laddove per tecnologia, ovviamente, si intende anche la tecnologia sociale, l’organizzazione dei corpi, delle vite e delle relazioni nelle grandi città). Lo fa di solito con un dispositivo tipico della parodia, cioè scegliendo un elemento molto specifico del sistema (in questo caso della tecnosfera: una particolare tecnologia, un particolare ingranaggio di ingegneria sociale) e estremizzandolo. Nei casi felici, con intenti sperimentali (Cosa succederebbe se?) (se le donne fossero usate solo come organismi da riproduzione / se potessimo registrare i ricordi su un apposito device / ecc ) – e allora siamo di fronte a buona scrittura, perché contiene anche il dubbio e anzi lo alimenta nel lettore. Quando invece l’intento di partenza è la dimostrazione di una teoria – scoliosi a cui il distopico tende per sua naturale inclinazione di genere – il rischio è quello della retorica a tesi, cioè quanto di peggio ci si possa aspettare dalla wannabe-letteratura. Guardando al nostro orticello, basterebbe segnalare pochi nomi di eccellenti scrittori che si sono cimentati in questa ultima stagione con la distopia (Fabio Deotto, Veronica Raimo, Violetta Bellocchio, Matteo Meschiari, Andrea Esposito, eccetera), per trovare tanti romanzi che tale rischio l’hanno evitato con eleganza, regalandoci ottime domande sui destini della nostra specie: che è esattamente quello che cerchiamo nella letteratura, quando è vera letteratura.


Al di là dei confini del reale

di Adil Bellafqih

Ogni buona storia parte da una domanda: “Cosa succederebbe se…?” Possiamo applicare la regola a tutte le narrazioni, dai grandi romanzi ai fumetti alle serie tv. Cosa succederebbe se un ciocco di legno iniziasse a parlare? Cosa succederebbe se una mattina ci svegliassimo tramutati in uno scarafaggio gigante? Cosa succederebbe se un insegnante di chimica scoprisse di avere un cancro incurabile e pochi soldi da lasciare alla famiglia? La regola dell’«e se?» apre uno spazio di possibilità dove la storia normalmente procederebbe senza deviazioni. E sono proprio le deviazioni ad affascinarci. Immaginate che noia una versione di Pinocchio in cui il burattino fosse un normale pezzo di legno. E chi preferirebbe leggere di una qualunque giornata di Gregor Samsa invece del racconto della sua trasformazione in scarafaggio nella Metamorfosi di Kafka? E ancora, se Walter White in Breaking Bad fosse stato sano come un pesce non sarebbe diventato un cuoco di metanfetamina, ma dubito che la sua grigia vita da professore sarebbe stata altrettanto interessante. Grandi o piccole che siano, le deviazioni dall’ordinario e le possibilità danno vita a una storia.

Il genere fantastico estende la regola dell’«e se?» al limite. Se il realismo deve affidarsi alle deviazioni offerte dalla quotidianità, il fantastico può permettersi di allargare lo spazio delle possibilità grazie al soprannaturale, all’alieno, o, citando Freud, al perturbante.

Domanda: se la regola è la stessa per tutte le storie, è proprio necessario scrivere di vampiri succhiasangue o di pagliacci demoniaci per raccontare qualcosa? Il fantastico (e le sue articolazioni in fantasy e fantascienza) non sono forse passatempi per scribacchini che non vogliono affrontare i drammi della realtà e gli abissi della psiche umana? La questione si complica giacché il genere fantastico è legato a doppio filo con lo spauracchio dell’intrattenimento. Fin da Benedetto Croce l’intrattenimento è stato demonizzato come banale forma di escapismo fine a se stesso. Sebbene questo pregiudizio abbia iniziato a scricchiolare, sopravvive una distinzione tra narrativa “letteraria” e “di genere”. Ma almeno c’è qualcosa che il fantastico può dire più del realismo?

Credo che la domanda sia mal posta. Poiché vale la regola dell’«e se?» per tutte le forme di narrazione, allora dovremmo chiederci se c’è qualcosa di diverso e altrettanto degno che può raccontare il fantastico rispetto al realismo. Chiediamoci se l’ossessione di Victor Frankenstein avrebbe avuto lo stesso effetto se il mostro non avesse preso vita come sua nemesi prometeica, distruggendogli la vita. O se la sventura del Dottor Jekyll sarebbe stata altrettanto efficace se la sua Ombra psichica non si fosse manifestata in carne e ossa grazie a una pozione. E quale modo migliore di rappresentare il passaggio dall’infanzia all’età adulta per un gruppo di bambini se non affrontare le loro peggiori paure incarnate in un alieno mutaforma in It? Tutto ciò che il fantastico fa è offrire la possibilità di raccontare una storia al di là dei confini del reale.

Obiezione: i generi letterari sono vincolati a schemi e aspettative precise, quindi non sono liberi e non permettono di raccontare storie autentiche. Ecco che sono costretto a sporcare una scena con un po’ di azione, a far sbucare uno zombie dalle ombre e così via. Vero, i generi letterari (il fantasy su tutti) si sono strutturati nel tempo fondando un canone e quando leggo un testo di fantascienza mi aspetto tecnologie avanzate, viaggi interstellari o, almeno, qualche androide ribelle. Eppure, come nota Michael Chabon in Mappe e leggende, anche la narrativa “letteraria” è un genere con le sue regole che crea certe aspettative. In una saga familiare mi aspetto attriti tra padri e figli o sfortune esterne, in un romanzo psicologico nevrosi e disturbi sessuali assortiti e così via. Di nuovo, vale sempre la regola dell’e se…

Dunque ha ancora senso parlare di generi letterari? Collocazione editoriale a parte, credo sia più interessante esplorare le possibilità che i generi offrono giocando e sovvertendo le regole che li caratterizzano. Se è tutta questione di possibilità, allora lo scrittore, come suggerisce Chabon, dovrebbe muoversi come un trickster. Il trickster, divinità burlona e combinaguai, appare in numerosi racconti cosmogonici tradizionali, scombinando le carte e, spesso, dando via alla creazione del mondo, alla divisione tra cielo e terra, alla nascita degli uomini, eccetera. Dà, in breve, inizio alla storia. Così lo scrittore, scombinando le regole dei generi, ibridandoli e giocando con le aspettative, tradendole o assecondandole, può mettersi alla ricerca della possibilità giusta per raccontare una storia.

Concludendo, credo che l’unico discrimine valido sia tra storie belle e storie brutte, indipendentemente dal fatto che nel racconto ci sia o meno, che so, una pistola a raggi laser.

(E se c’è, per quanto mi riguarda, tanto meglio)