Sul Ponte diVersi | Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano

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 Una panca per tre

Al Ponte sulla Dora, tre dei sette autori che compongono il Quattordicesimo quaderno italiano a cura di Franco Buffoni ed edito da marcos y marcos nel 2019.

Pietro Cardelli, Carmen Gallo e Raimondo Iemma si mettono stretti l’uno accanto all’altro, seduti sull’unica panca della libreria. Lo spazio è poco per tre persone, i bracci in legno pungono i fianchi di Cardelli e di Iemma, ma tutti e tre dicono di star comodi, anche se il rischio di una gomitata sul fianco c’è sempre ad ogni accavallamento di gambe, ad ogni prova di movimento.

L’incontro inizia con la lettura di alcune poesie di Pietro Cardelli, contraddistinte da un dettato deciso, da una chiarezza di fondo, da una parola poetica responsabilizzata nel suo mostrarsi. Insomma, una poesia che si vuole in dialogo con quanto basterebbe per metterla in discussione, per vanificarne le pretese di realizzabilità e, in definitiva, per inverarle. Se, citando Fortini, riferimento ben riconoscibile in Cardelli, «lo sguardo è là ma non vede una storia / di sé o di altri», resta comunque il calco, la traccia di uno sforzo di pronuncia che, fuori da risarcimenti estetico-egoici, vuole prima di tutto essere «gesto, conoscenza, modo di essere nel mondo e nella vita, e di orientare il proprio cammino». In una simile prospettiva, parole come comunità, resurrezione, responsabilità non servono solo a dire e a suggerire la loro mediata sparizione, ma diventano i referenti concreti attorno ai quali, mentre si porta il lutto per l’occlusione di una via comune, continua a riproporsi «una questione/ di atteggiamenti, sapori, linee di confine», infine una volontà di «spingersi avanti per non retrocedere».

Con un giaccone nero ancora indosso, che non toglierà per l’intera durata dell’incontro, e un maglione dolcevita che preme sul collo, Raimondo Iemma ascolta attentamente le domande per poi, con una serie di finte che sbilanciano e confondono, sviarle una per una.

La sua La settimana bianca è una prova fuorviante che smentisce tutto ciò che sembra di primo impatto alludere. La sezione omonima, per esempio, è ambientata in ospedale: parrebbe quasi logico aspettarsi qui alcuni tentativi di dar voce ai pazienti, ai loro deboli orizzonti d’attesa, alle loro notturne meditazioni sulla vita; e invece non c’è nulla di tutto ciò. E ancora, nella sezione Cade la Jugoslavia ci aspetteremmo di rilevare tracce della storia dei paesi balcanici, del tentativo politico di tenere insieme contraddizioni e anime così diverse, o almeno, un segno del fallimento di tale volontà. Ancora una volta restiamo con un pugno di mosche in mano. I versi ci spingono per quotidiani aneddoti di vita ospedaliera, per ricordi di voliere e di uccelli liberi, per ville eleganti e tangenziali periferiche.

Tutto è intriso di un’ironia tagliente che emerge anche nel giro di letture finale, durante il quale Iemma decide di leggere una sola poesia, nella quale un paziente in via di guarigione «fa la corte / all’infermiera più attraente e mentre esce / le guarda il posteriore», riuscendo così a strapparci un ultimo sorriso.

Al centro è seduta Carmen Gallo, serafica, composta ed elegante, è venuta a disattendere in positivo le nostre aspettative. Leggendo le sue poesie contenute nel Quattordicesimo quaderno italiano, che rappresentano per lo più un’auto-selezione delle sue raccolte precedenti, siamo rimasti colpiti dall’uso abbondante dell’avverbio negativo ‘non’. Un assiepamento ridotto solo in apparenza nella parte inedita La corsa, dove la negazione diventa in realtà cornice, come dimostra l’esergo da Cassandra di C. Wolf – Termino qui, impotente, e niente di quello che avrei potuto fare o non fare, volere o non volere, mi avrebbe condotto a una meta diversa – che funziona da parete di rimbalzo per l’eco negativa proveniente dalle opere del passato. Una ‘poesia negativa’ quindi, ma nel senso che ‘negativa’ assume in ‘teologia’: una poesia cioè che si rifiuta di definire. Eppure, rispetto ad un’etica della resa, che i versi sembrano prefigurare, abbiamo scoperto che Carmen Gallo si trova su un polo opposto: ci ha raccontato degli esami che presiede in carcere e delle lezioni tenute nelle più disparate scuole di Napoli in condizioni anche estreme. Il nostro pregiudizio si è presto slogato. Che la negazione sia allora da intendere nel senso ‘debole’ di Vattimo, cioè come uno sgravio necessario a un vivere comune, come i seguenti versi «togliere il nome alle cose che non tornano / prima che sia troppo tardi anche per noi» sembrano programmare?

Sul Ponte diVersi torna venerdì 17 gennaio alle ore 18.00 presso “Libreria Il Ponte sulla Dora”, in via Pisa 46 Torino. Ospite: Carlo Bordini (recupero incontro di Novembre)

sulpontediversi@gmail.com

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