Sylvain Piron – Dialettica del mostro

Cartografie del tormento

di Lucio Biasiori

Sylvain Piron
DIALETTICA DEL MOSTRO
Indagine su 
Opicino de Canistris
ed. orig. 2015, trad. dal francese di Angela Guidi Nissim,
pp. 349, € 50,
Adelphi, Milano 2019

Indagine su Opicino de Canistris: così suona il sottotitolo della traduzione italiana di Dialettica del mostro, il libro che Sylvain Piron ha dedicato a quell’enigmatico e tormentato chierico del Trecento che ci ha lasciato un corpus di scritti e disegni autobiografici così vasto da fare di lui l’uomo del medioevo che più parla di sé, ma allo stesso tempo così enigmatico da fare di lui quello su cui in fondo sappiamo meno. Il termine indagine (enquête nell’originale) potrebbe sembrare un rimando alle Indagini su Piero, dedicate ormai quasi quarant’anni fa da Carlo Ginzburg a Piero della Francesca. Ma, così come la rarefatta e metafisica pittura di Piero è distante dagli ossessivi e quasi surrealistici disegni di Opicino, altrettanto lo è l’indagine di Piron da quella di Ginzburg, che pure è il direttore della collana “Imago” (Adelphi) presso cui il libro è pubblicato. Se lo studioso di Piero vestiva i panni del detective andando alla ricerca di indizi incrociati tra iconologia e committenza, quello di Opicino svolge un’indagine più da psicanalista che da investigatore, la cui posta in gioco è capire il tipo di nevrosi che lo portò a sfogare il suo senso del peccato riempiendo pagine e pagine di appunti e disegni in cui prendevano corpo i suoi fantasmi interiori. Quelle carte, conservate alla Biblioteca vaticana, sono carte anche in un altro senso: sono cioè spesso delle mappe (con la cui pratica grafica Opicino entrò forse in familiarità a Genova) che assumono l’aspetto di figure femminili sessualmente minacciate o compenetrate da mostri e figure falliche e mistico-blasfeme. Altre volte i suoi pensieri diventano intricatissimi diagrammi, che si alternano a profezie e a brandelli di un’autobiografia schizzata in ritratti e ricordi (qui riprodotti in una traduzione molto più accurata di quella di Muriel Laharie, le journal singulier d’Opicinus de Canistris, Biblioteca Apolstolica Vaticana, 2008).

Piron non è il primo a tentare l’impresa di capire Opicino, il quale è uno di quei casi paradigmatici che mostrano come la storia sia sempre anche un esercizio di comprensione del presente. Personaggio di secondo piano nella sua epoca, venne poi completamente dimenticato, finché la scoperta dell’inconscio rese improvvisamente quegli scarabocchi senza senso e quegli appunti confusi una via d’accesso privilegiata per entrare nella mente che li aveva prodotti. Allora Opicino divenne una star nel mondo accademico e scientifico: da Warburg (sua l’espressione che dà il titolo al libro) a Jung, in molti dovettero passare attraverso la giungla delle sue carte, per capire gli strati profondi della psiche umana degli uomini del passato e del presente. Con l’importante differenza che, come notava un’altra grande mente intrigata da Opicino, quella di Italo Calvino: “questa idea topografica ed estensiva della psicologia, che indica rapporti di distanza e prospettiva tra le passioni proiettate su un’estensione uniforme, cederà il posto con Freud a un’idea geologica e verticale di psicologia del profondo, fatta di strati sovrapposti” (Esposizioni, in Collezione di sabbia, 1980).

Questa rinascenza di Opicino sub specie analytica fece sì che le origini di quelle figurazioni fossero ricercate nelle sue condizioni psico-fisiche precarie: nella primavera del 1334 si ammala infatti in maniera così grave da rischiare per lungo tempo di morire e, anche dopo la guarigione, è continuamente tormentato da incubi, paralisi e disturbi motori e linguistici. Dal rapporto molto stretto con la madre, alla paura di morire alla nascita, fino all’ossessione per il suo cognome legato a un’attività volta al semplice profitto materiale, molte sono state le strade percorse per dare un senso ai suoi disegni. Piron sceglie di imboccare un sentiero che, fondandosi sulla teoria del doppio legame di Gregory Bateson, trova una possibile ragione dei turbamenti di Opicino nel dissidio interiore da lui vissuto a livello religioso: partigiano guelfo nella Pavia conquistata dai seguaci dell’imperatore, Opicino deve fuggire verso Avignone dove, facendo valere la sua abilità di miniatore e di scrivano prolifico fino alla grafomania, diventa scrittore della Penitenzieria apostolica. Occuparsi dell’assoluzione dei peccati altrui accentua però in lui l’ossessione per i propri, portando al parossismo la tensione tra la sua condizione di cristiano e quella di sacerdote. Essendo Opicino “un mistico della chiesa che raggiunge una conoscenza superiore attraverso la pura contemplazione dell’istituzione”, bisogna dire che si trovò a vivere nel posto sbagliato al momento sbagliato, cioè ad Avignone, nel momento in cui la chiesa era lacerata dallo scisma e dalla lotta contro i sostenitori della povertà assoluta di Cristo e dei suoi seguaci.

Pur dichiarando di voler coniugare “il punto di vista sociologico e quello psicologico (…) come due aspetti complementari della lettura d’insieme di una testimonianza personale, intesa come via d’accesso alla comprensione della situazione storica”, Piron è comunque molto attento a non assolutizzare la sua interpretazione. Anzi, nella nota finale apposta a questa sontuosa traduzione italiana del suo libro (unico neo: la leggera difformità fra il titolo in copertina e quello nel frontespizio), confessa che le immagini lasciateci da Opicino “funzionano come un test di Rorschach, nel quale ogni osservatore può vedere il riflesso dei propri drammi”. Come a dire: storici del futuro, fatevi avanti, Opicino è ancora lì che vi aspetta.

lucio.biasiori@sns.it

L. Biasiori insegna storia moderna alla Scuola Normale di Pisa