Un ricordo di Clara Sereni | Segnali

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La figlia imperfetta

di Benedetta Centovalli

Questo pezzo sarà raccolto nel volume collettaneo dedicato a Clara Sereni, edito nella collana “Le farfalle” da Ali&no editrice.

Mi è difficile scrivere di Clara Sereni a breve distanza dalla sua morte. La prima volta che l’ho incontrata credo fosse il 1996. Sono andata a Perugia per chiederle se volesse pubblicare un libro per l’editore per cui lavoravo in quegli anni. Mi disse che non aveva tempo per pensarci, stretta com’era tra impegno politico-istituzionale e famiglia. Nel 1998, lasciato l’incarico di vicesindaco, uscì per la sua casa editrice, Feltrinelli, Taccuino di un’ultimista, che metteva insieme pezzi giornalistici pubblicati nell’arco di un decennio e scritti privati. E io tornai alla carica. Pochi anni dopo mi consegnò Passami il sale che faceva il punto su quel periodo di esperienza politica e amministrativa. È il suo primo romanzo edito da Rizzoli nel 2002.

Nel 2004 fu la volta delle Merendanze, cui sono seguiti Il lupo mercante (2007) e Una storia chiusa (2012). Era questo un libro difficile dove lei cercava di spiegare, in forma di romanzo, le ragioni di una scelta tanto coraggiosa quanto prematura, perlomeno così sembrò a tanti dei suoi amici, quella di andare a vivere in una residenza per anziani. Insieme abbiamo allestito il volume Amore caro (Cairo, 2009) – sulla scia di Mi riguarda e Si può! (e/o, 1994 e 1996) – intorno al tema della disabilità e della diversità. In ultimo nel 2014 mi affidò Via Ripetta 155 (Giunti, 2015).

Sulle scale di Via Ripetta sono andata a cercarla, sperimentando prima di tutto la difficoltà di trovare quel numero civico, il 155, sghembo rispetto alla strada. In cima a quelle scale si affaccia una Clara ventenne in fuga dalla sua famiglia e alla ricerca di un proprio posto nel mondo. Lo troverà dopo vari tentativi nella scrittura letteraria, a cominciare da Sigma Epsilon (Marsilio, 1974), vissuto con il disagio di un esordio subito ripudiato. Si definirà con Casalinghitudine (Einaudi, 1987), lievito-madre per tutti i libri a venire, dove si intreccia la biografia della famiglia Sereni con la propria dolorosa vicenda di madre di un bambino disabile, i due filoni narrativi del suo lavoro.

Clara era accogliente e spiazzante, coinvolgente e spigolosa, con una sprezzatura che le derivava dalla sua importante storia familiare. Donna, ebrea, esperta di disabilità, ultimista, la sua è una letteratura di frontiera. O forse prima di tutto una scrittura di resistenza, di trincea, utopistica per necessità di respiro e di futuro. Se dovessi riavvolgere il gomitolo dei suoi racconti, immaginerei un doppio filo che tesse e rammenda, ricuce le ferite, gli strappi, i tagli della sua esistenza. Stare sempre dalla parte delle donne, degli esclusi, dei diversi, delle minoranze.

Manicomio primavera (Giunti, 1989) – uscito a breve distanza da Casalinghitudine – per questo è testo esemplare: l’autrice mette al centro la ferita del figlio imperfetto, la vicenda di una maternità difficile, il racconto della paura, della disillusione, del trauma, del dolore. Erano anni in cui narrare la disabilità in prima persona non era comune e voleva dire prendersi il rischio di essere fraintesi, scoprire fragilità condivise solo nel buio. Mi riguarda era un gesto rivoluzionario, come l’I care che Don Milani aveva adottato nella scuola di Barbiana.

Clara Sereni ci apre le porte di un luogo a noi sconosciuto: la sua casa, il suo mondo. Una casa che prende forma dalla “rancura” verso il padre sfociata nella fuga e nella ribellione ai principi del genitore. L’Avversario, colui che le impediva di farsi radice, di crescere, che la confinava dentro lo statuto di figlia o di figlietta. Un padre, il suo, votato alla verità unica, al soffrire più in alto, all’essere il migliore, il più utile, prima alla causa del Sionismo poi a quella del Partito, alla classe operaia, alla rivoluzione mondiale. Basterebbe rileggere nel Gioco dei regni (Giunti, 1993) la lettera di Emilio Sereni alla Segreteria del Pci dell’8 agosto 1950, dove chiede il permesso di accedere a cure indispensabili per la moglie, Xenia-Marina, gravemente malata, possibili solo nei paesi del blocco sovietico (essendo gli Stati Uniti non praticabili): “È chiaro comunque che, qualunque debba essere la vostra decisione, io mi rendo conto delle difficoltà che possono rendere impossibile la realizzazione della mia proposta”. Emilio Sereni muore nel 1977 e la figlia Clara racconterà a più riprese la sua morte e il suo funerale in Casalinghitudine, nel Gioco dei Regni e in Via Ripetta; dismettere i panni di figlia non è cosa da poco, quella morte era destinata a durare per tutta la vita.

Eccellere in qualcosa che non sia derivato dal Padre, trovare una propria via che passi dal cinema, dalla canzone, fino all’approdo lento ma solido nella scrittura letteraria (“il nome stampato mi dava un senso di persistenza diverso, meno fluido dell’acqua che scorre e tutto porta via con sé”, Via Ripetta 155). Prima della ferita del figlio, è Clara la figlia imperfetta, “settimina, rachitica, ognor malaticcia”, è il punto oscuro, il difetto, l’anomalia: “Quella bambina ce l’ho ancora dentro / e sempre il dolore ne abita il centro: / con quel bisogno di lodi e d’affetto” (dalla filastrocca Ambarabà ciccì coccò…, edizione non venale per gli amici). Il passaggio da Cirillina a Clara è irto di ostacoli, un’educazione alla vita pagata a caro prezzo. Proprio nel Gioco dei regni Pellegrino Pontecorvo per l’apertura della Pasqua ebraica recita il midràsh della perfezione che termina con queste parole: “Nessuna pecca, nessun difetto ho riscontrato in te: perciò ti temo, perciò ti fuggo, perciò ti rifiuto. Perché perfetto è l’Eterno, e lui soltanto: nel mondo di qua la perfezione è finzione e tentazione, sacrilegio e menzogna, immobilità, assenza. Morte”.

È il paradigma dell’amore e della sua universale imperfezione, che Manicomio primavera sottende in tutti i racconti o meglio frammenti di storie che vanno a comporre quasi un’unica storia, quella dell’amore imperfetto o impossibile. Un polsino stirato male, il desiderio di un figlio, la scoperta di una malattia, un bambino borderline, una ferita che guarisce, una marcia trionfale nel mercato della mattina, la parola mamma letta la prima volta, l’amore come la scoperta del corpo e il ritorno all’origine, un anniversario particolare. L’anomalia del figlio è motore centrale di queste storie, ma è l’anomalia in sé che viene raccontata, lo scarto, il diverso, l’oscuro e l’inconciliabile. Il figlio sbagliato ne è la traccia più fonda, la prova difficile, lo specchio implacabile, come la vita che non risponde alle attese, spreca promesse, sporca i bei sogni.

L’imperfezione genera però la nostalgia della perfezione, ed è il mistero della nostra melanconia. Essere esclusi dalla perfezione del Padre, dal nostro principio generante, ma mantenerne la memoria, memoria della separazione e apprendimento del lutto. Imperfetti per natura ma con la nostalgia di quanto abbiamo perduto. È questo il dolore non medicabile, la mancanza, il vuoto che non possono essere colmati nei libri di Clara Sereni: la fame del piccolo Tommaso in Casalinghitudine poteva essere placata a forza di farine e centrifughe, ma non il suo pianto “accorato e terribile di bambino che ha perso qualcosa”.

Potremmo azzardare che lo scrivere di Clara Sereni stia tutto dentro questo sentimento della perdita e del riscatto, come rammendare le due cicatrici che segnano prima il rapporto impossibile tra padre e figlia e poi quello tra madre e figlio. E si potrebbe continuare nel gioco di specchi e di destini, in un susseguirsi di midrashim, di interrogazioni sull’esistenza come estensione del metodo di esegesi del testo biblico. Fino a riconoscere con l’autrice che il suo essere ebrea, al di là del credo religioso, costituisce un’identità culturale e uno stare al mondo che legano insieme la ferita e l’esilio.

La scoperta del valore della scrittura letteraria farà di Clara Sereni l’unica scrittrice in una famiglia dove tutti scrivono, e insieme al recupero delle radici ebraiche, darà un senso alla sua formazione e al maturare della sua avversione al dogmatismo, alle ideologie, a qualunque forma di certezza. A questa radice, a questa postura mentale e ideale, a questo atteggiamento libertario e ribelle, Sereni attribuisce la sua scelta di uno stile frammentario nei suoi testi, il trarre il disegno da un mosaico di pezzi, il procedere per ipotesi, per tentativi, lavorando soprattutto sulle soglie dei significati.

Nel Gioco dei regni raccontare è come un midràsh della memoria, un’interrogazione sul passato. Perché quella memoria tanto indispensabile alla formazione dell’individuo concorre anche alla costruzione di muri, di barriere, crea confini e marca differenze. Non è solo positiva. Alla fine della recita del midràsh della perfezione di Pellegrino Pontecorvo, Clara Sereni scrive: “La conclusione del racconto fu accolta da tutti con sollievo: la deferenza dovuta ad un patriarca bizzarro non cancellava il fastidio che tutti provavano per la memoria, per quanto ancora li teneva legati ad un passato di diversità, di sofferenza, di oppressione”.  Chi è lo straniero? Lo straniero si annida nella memoria, abita le nostre menti e il nostro cuore. Lo straniero è memoria e insieme progressiva perdita di memoria. Ogni forma di oblio è una medicina caritatevole, la memoria che distrugge sé stessa, la misericordia del non ricordare. La salvezza e la dannazione dell’imperfezione. Forse Sereni ci suggerisce che dovremmo fare della nostra memoria uno strumento flessibile, laico, libero dai vincoli della storia e di un’epoca. Perché alla fine la memoria non basta, non basta conoscere le parole per dirlo, occorre anche reinventarle quelle parole, trovarne di nuove, cancellare quelle inutili. Occorre insomma costruire e arredare delle nuove case per le vite che verranno e fare spazio a quello straniero che abita dentro e fuori di noi.

benedetta.centovalli@gmail.com

B. Centovalli è editor

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