Un’unica fine. Conversazione tra Andrea Esposito e Peppe Fiore

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Apocalissi

Andrea Esposito ha curato per il Saggiatore I racconti dell’apocalisse (pp. 393, € 22, Milano 2022), una collezione di testi che spazia dai classici della protofantascienza (Wells, Verne, lo Shiel di La nube purpurea), a incursioni nel weird alla Lovecraft (e che conosce oggi una nuova fioritura grazie al revival del new weird dei VanderMeer e dintorni), fino a squarci di scritture sapienziali (Libro di DanieleApocalisse etiopica di Pietro) e momenti esoterici (Oracoli Sibillini). L’autore non è nuovo all’argomento: già con i due romanzi, Voragine (2018, finalista al XXX Premio Calvino) e Dominio (2021), entrambi sempre per il Saggiatore, i personaggi attraversavano mondi allo stremo, fatti di rovine e fantasmi.

Peppe Fiore: Uno dei libri letterari di maggiore attualità degli ultimi anni, che tallona così da vicino lo spirito del tempo da sembrare quasi un instant book, è un’antologia che raccoglie racconti vecchi almeno di un secolo insieme a testi che risalgono a duemila anni fa. Suona come un paradosso, e invece è ciò che accade quando l’argomento è quello della fine. Un argomento che mai come oggi permea la conversazione collettiva, abita la nostra psiche, le nostre anime e il nostro mondo onirico, e dà forma alle storie che ci costruiamo per sopravvivere.

Andrea Esposito: Oggi siamo chiaramente di fronte a un modello di sviluppo che sta mostrando la corda, ma io non volevo affrontarlo come uno scienziato, io posso affrontarlo solo dal punto di vista dell’immaginario. E niente del nostro immaginario in questo momento è estraneo alla percezione di una breccia.

P.F.: Come nei tuoi romanzi, anche nei Racconti dell’apocalisse si parla di attraversamento di soglie, di mondo che finisce, di catastrofe, con generosi squarci e affacci su quello che c’è dopo la fine, per chi volesse arrivarci preparato. E se qui, per la prima volta, ti cimenti con le voci altrui, la grande varietà delle scritture messa in campo, frutto di un impressionante lavoro di ricerca, è organizzata innanzitutto secondo un criterio narrativo.

A.E.: Volevo raccontare un’unica fine, secondo un principio a me caro, quello ologrammatico: quello che accade nella singola parte ripropone il tutto.

P.F.: Cioè: in ogni singolo racconto di questa antologia c’è un’apocalisse, ma l’antologia per intero può essere letta come un’unica apocalisse che si articola attraverso vari movimenti. L’opera è infatti pensata come una sinfonia (“la musica è il dispositivo espressivo che più di tutti affronta il problema del tempo, incarnando una durata”): otto movimenti (allegro con fuocovivaceallegrettovivoandante con motoadagiolargograve), con una coda (presto assai), contrappuntati da sette intermezzi. Lo schianto, il collasso in coppia, la morte che si nasconde nell’aria, le creature della fine, l’inanimato, quello che è dopo la catastrofe, gli ultimi esseri umani sulla terra, e il movimento finale, il più solenne, quello che racconta il mondo senza l’uomo. In una prospettiva pacificata di un eterno presente in cui la mente proliferante è placata, e l’esistente giace su sé stesso finalmente in quiete.

A.E.: Il tema conclusivo è sempre quello, si arriva a una fine corale, che riguarda tutta l’umanità. Arriva sempre dall’alto perché a ciò che arriva dall’alto è impossibile sfuggire.

P.F.: La partitura ci accompagna dal Nyarlathotep di Lovecraft, il mago-faraone egizio che incarna un abisso di follia e abiezione in forma di essere umano, perciò quanto di più possibile sinistro nella misura in cui ci fa da specchio, al Pastore d’Erma, apologo paleocristiano che alterna visioni ai precetti, a un piccolo perfido gioiello di Massimo Bontempelli I presagi funesti (“anche le donne qualche volta sono buone e hanno compassione”), fino al bellissimo racconto conclusivo di Robert Walser, La fine del mondo.

A.E.: Un raccontino di due pagine in cui c’è una bambina che cerca la fine del mondo, letteralmente il punto geografico in cui il mondo finisce. E trovata la fine del mondo, si stabilisce lì.

P.F.: Più di uno spettro del nostro presente si aggira per questa antologia: gli spettri della catastrofe climatica, della pandemia, della guerra, del collasso del neoliberismo, della fine della storia. Sono gli spettri che abitano la cronaca e gli editoriali dell’«Economist», e che l’autore non ha bisogno di nominare nella bella Introduzione perché se ne sente il rantolo in ogni pagina. Ma più che storicizzare, quello che interessa è come la medesima forma, quella della catastrofe, attraversi tutta la storia dell’umanità. Facendosi di volta in volta modello interpretativo dell’attuale, frame antropologico, chiave di lettura del presente.

A.E.: Per esempio, l’ultimo intermezzo è raccontato da Bernardino di Sahagún, il missionario che ha raccolto le testimonianze degli ultimi aztechi che descrivevano l’arrivo dei conquistadores come quella che per loro era la fine del mondo. La rappresentazione del massacro, per quanto trasfigurata, è così incredibile e violenta che leggendola ti fa un male fisico perché non è più la descrizione della visione di un profeta, ma una tragedia che tu sai essere stata vissuta da un popolo intero. Questa è la forma che l’orrore ha avuto per noi, ti dice il racconto, noi popoli che siamo stati estinti dai conquistadores. E questo specifico racconto di questa specifica apocalisse ti dà il peso di un orrore concreto.

P.F.: È come se la vicenda umana nella sua articolazione complessiva trovasse il suo alveo naturale nella forma ultima della fine (“Forse ciò che rende mondo un mondo è l’eventualità della sua fine, e un mondo è mondo soltanto se può finire”). Vorremmo dire che nella fine l’umano trova la sua grazia: e infatti in questo libro scopriamo che oltre la fine, a attenderci non c’è per forza il nulla, anzi. Questa cavalcata nella catastrofe finisce dove meno ci aspetteremmo: in un lieto fine.

A.E.: Tra le ricorrenze che accomunano tutte queste apocalissi c’è che arriva sempre, a un certo punto, una presa di coscienza. C’è un momento di comunità, quando la catastrofe la vediamo insieme.

P.F.: C’è, insomma, innanzitutto, una risonanza fondamentalmente comunitaria che si accompagna a quella della fine. L’apocalisse per definizione riguarda tutti, l’estinzione è spietatamente democratica. Lo vediamo ogni giorno nella cronaca: per aggregare gli uomini, meglio della minaccia del nemico comune riesce solo la minaccia della fine comune. In secondo luogo, sempre alla luce della cronaca, è chiaro che l’essere umano non è tra le invenzioni meglio riuscite della creazione. Il giorno in cui decideremo – o più probabilmente saremo costretti dalle conseguenze dei nostri comportamenti scellerati – di sparire, il cosmo tirerà una sospiro di sollievo.

A.E.: La nostra estinzione porterà alla nascita di nuove specie. E in fondo è anche liberatorio pensare di non essere così determinanti per la sopravvivenza di tutte le altre.

P.F.: Una delle intuizioni più folgoranti di questa antologia è, allora, che il mondo oltre l’estinzione potrebbe essere più accogliente di quello che abitiamo adesso, e dunque preferibile. Ce lo suggerisce la bambina di Walser alla fine del mondo. E ce lo ripete il gallo silvestre di Leopardi, che pure dal cuore della radicalità di un pensiero che dà del tu all’orrore dell’essere gettati nel mondo, ci consegna un’immagine di fine che suona come un’elegia. E che ci riconcilia con l’idea che anche noi, assurdi grovigli di ambizioni e dolore, desiderio e violenza, che si credono eterni, a un certo punto dovremo togliere il disturbo.

A.E.: Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna: parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio, ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi.

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