Valerio Aiolli – Nero ananas | Primo Piano

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Destini pubblici e privati in una stessa ragnatela

di Beatrice Manetti

Valerio Aiolli
NERO ANANAS
pp. 346, € 17,
Voland, Roma 2019

La storia raccontata in Nero ananas (un titolo insolito e brutto che non rende giustizia a un romanzo insolito e bello) comincia almeno due volte. La prima il 15 dicembre 1969 nel duomo di Milano, dove il presidente del consiglio dei ministri entra da una porta laterale per presenziare ai funerali delle vittime della strage di piazza Fontana e dal quale esce imboccando il portone principale, a dispetto del protocollo di sicurezza, per guardare, sotto una distesa di ombrelli, “tutte quelle persone” che, ai suoi occhi, “appartengono davvero alla stessa famiglia” riunita nel suo “giorno più brutto”. Il secondo inizio cade invece nella notte di venerdì 12 dicembre dello stesso anno, la notte della strage, quando – ricorda una voce narrante senza nome nella quale si mescolano l’adulto di oggi e il ragazzino di ieri – “mia sorella scappò di casa (…) ma nessuno se ne accorse fino a mezzogiorno del sabato”. Sulla soglia del romanzo al quale ha lavorato per più di quindici anni, tra ricerche documentarie, battute d’arresto e riprese, Valerio Aiolli svela la strategia narrativa, e insieme la chiave interpretativa, che orientano la sua rievocazione della storia italiana tra 1969 e 1973: il “botto”, come lo chiamano i suoi artefici, dal quale tutto ha inizio non verrà mai raccontato e proprio per questo sarà sempre lì, irriducibile alla rappresentazione ma onnipresente nella sua qualità fantasmatica sugli schermi televisivi e nelle coscienze dei personaggi, anche di coloro che sembrano non possederne alcuna; e l’escalation degli attentati neofascisti da piazza Fontana alla questura di Milano prenderà la forma di una storia di famiglie che si sfasciano, di padri e di figli soprattutto, e più ancora di figli (e di figlie) contro i padri.

Ma forse la storia comincia molto prima, chissà. Magari nel luglio del 1943 con l’arresto di Mussolini, o nella primavera del 1944, la “primavera di bellezza” della repubblica sociale, oppure nel 1953 con la nascita della corrente giovanile di Ordine nuovo, o ancora nel maggio del 1965, a Roma, nei giorni del “convegno organizzato dall’Istituto Alberto Pollio sui temi della guerra non ortodossa e delle tecniche della guerra rivoluzionaria”. Così, almeno, si chiede il Dottore, mentre guida verso una trattoria sui colli veronesi dove ha appuntamento con due camerati, zio Otto e Marcellino, aprendo la terza linea narrativa del romanzo, quella che porta dentro la galassia dei neofascisti veneti con i suoi ideologi ciarlataneschi (l’amico Fritz), i suoi imperturbabili colonnelli (il Samurai) e la sua manovalanza media e bassa. Per decifrare le persone dietro i personaggi e i nomi dietro i soprannomi basta un giro su internet, per cui non si rivela nulla a dire che il Dottore è Carlo Maria Maggi, zio Otto Carlo Digilio, il Samurai Delfo Zorzi. Non è questo che conta in un romanzo che è tutto tranne che un romanzo a chiave. Se un nome è un destino, un soprannome è un sintomo: di un sistema di riferimenti culturali, di un’immagine di sé e degli altri, di un viluppo di relazioni e di rapporti di forza. Ed è questo che interessa all’autore, la ragnatela nella quale la vita pubblica e la vita privata sono ugualmente intrappolate e si riverberano l’una nell’altra.

Senza psicologismi azzardati né vaste analisi storico-politiche, nel rispetto del grado zero dei fatti e delle spinte emotive che li innescano e li seguono, Nero ananas mette a contatto in montaggio alternato tre direttrici solo apparentemente estranee l’una all’altra: la carriera del “pio” Mariano Rumor nella Dc del dopoguerra, la dissoluzione di una famiglia borghese calabro-fiorentina nella quale il normale conflitto politico tra generazioni vira di colpo in tragedia, le gesta del gruppo responsabile della strage di piazza Fontana, in particolare di Gianfranco Bertoli, il sedicente anarchico individualista arruolato dai fascisti, autore dell’attentato alla questura di Milano il 17 maggio 1973, giorno e luogo, questi sì romanzescamente fatali, in quanto scelti dall’autore perché vi si sfiorino i destini di tutti i personaggi principali.

Non è facile orientarsi in queste storie parallele e nelle brusche escursioni della voce narrante, dalla terza persona che ripercorre la traiettoria esistenziale del “pio”, giovanissimo ammiratore delle imprese aviatorie di Balbo, poi partigiano, letterato mancato, cattolico praticante, omosessuale represso; al “tu” con cui l’autore si rivolge a Bertoli, come se raccontasse al proprio personaggio una vita che forse nemmeno lui stesso ha compreso; alla prima persona di un ragazzo che compie la propria formazione tra il secondo scudetto della Fiorentina, le bombe di Milano, la rivolta di Reggio Calabria, e “perde” l’amatissima sorella nell’estremismo di una scelta tanto inspiegata quanto irreparabile. Alla fine, di una vicenda della quale credevamo di sapere quasi tutto ci si ritrova a non sapere quasi più niente. Ma è il rischio che bisogna correre se si vuole che la cronologia diventi biografia e che le biografie si rivelino per quello che sono, percorsi accidentati, contraddittori, casuali, ma anche misteriosamente speculari. È il rischio che corre ogni volta la buona letteratura.

beatrice.manetti@unito.it

B. Manetti insegna letteratura italiana contemporanea all’Università di Torino

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