Vanni Santoni – I fratelli Michelangelo

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Nel nome del padre

di Massimo Castiglioni

Vanni Santoni
I FRATELLI MICHELANGELO
pp. 612, € 20,
Mondadori, Milano 2019

Chi, prendendo in mano I fratelli Michelangelo di Vanni Santoni, pensasse di trovarsi di fronte a qualcosa di già visto e sperimentato nell’opera dell’autore, di rileggere di rave o giochi di ruolo, di passaggi tra il nostro mondo e altre dimensioni di ispirazione fantasy, è meglio che sia avvisato fin da subito: siamo di fronte a un altro tipo di romanzo, non incoerente con i libri precedenti, ma certamente diverso e più coraggioso. L’insieme dei libri di Santoni, come è stato gia notato, si delinea come un particolare disegno in divenire, di cui ogni testo rappresenta un tratto in un perpetuo gioco fatto di incastri e richiami. Rispetto a questa mappa, I fratelli Michelangelo sembra porsi al di fuori, lontano dai personaggi, precari o meno, che più volte sono stati chiamati a intervenire; lontano anche da quelle sfumature meravigliose che fanno di Santoni uno dei migliori autori del vitalissimo panorama fantastico italiano (a cui, peraltro, ha contribuito anche come editor della narrativa di Tunué).

Ma al di là del suo ruolo nel terreno del fantastico, o del weird (per usare un termine molto in voga di questi tempi), Santoni si è già imposto come uno degli scrittori più interessanti della sua generazione (forse il più interessante) per un uso molto personale del materiale letterario, per uno stile ricco e mai banale che non cede alle lusinghe dei linguaggi più corrivi e fa notare per il suo spessore e l’alto tasso di letterarietà: il che non vuol dire chiudersi nella torre d’avorio della bella pagina, ma semmai offrire un’occasione alle infinite possibilità della scrittura (che nel suo caso arrivano a mettere a fuoco culture alternative o poco conosciute). Un libro come La stanza profonda (Laterza, 2017), per fare un esempio, non è il semplice memoriale di un giocatore di ruolo che ripercorre l’inclusione di Dungeons & Dragons in Italia; è un testo ibrido che mescola romanzo e diario, autobiografia e saggio, sia ascoltando la lezione di una certa tradizione letteraria (non mancano le suggestioni legate al fantastico, appunto) sia inserendo nei suoi meccanismi elementi propri del gioco (il “tu” con cui normalmente il “Master” si rivolge ai giocatori). Oppure L’impero del sogno (Mondadori, 2017), prequel della saga fantasy Terra ignota (Mondadori, 2014), integrato allo stesso tempo nel mondo finzionale della Stanza profonda, dove si mescolano riferimenti alla cultura alta (Ariosto o Calvino) ad altri relativi alla cultura di massa, fin dentro gli ingranaggi narrativi (i capitoli ricordano la scansione dei livelli dei videogiochi, con tanto di scontri col “boss” di turno).

I fratelli Michelangelo non rappresentano tanto un allontanamento dal passato (che anzi torna in molti rimandi espliciti, dai luoghi agli orizzonti culturali di cui sopra) quanto una volontà di sconfinare in un’altra zona – apparentemente più semplice e borghese –, di compiere un passo ulteriore, più grande e monumentale. Nelle intenzioni, Santoni ha voluto scrivere un (o forse “il”) grande romanzo dei nostri tempi, ben radicato nella storia italiana dal secondo dopoguerra a oggi grazie soprattutto alla figura di Antonio Michelangelo, artista, regista, ma anche dirigente di aziende come la Olivetti, la IBM e l’Eni, che nel 2007, ormai in vecchiaia, convoca a Saltino di Vallombrosa, dove si è ritirato, i suoi cinque figli (uno dei quali, Enrico Romanelli, scopre in questa occasione di essere figlio suo e non dell’uomo da cui ha preso il cognome). Il motivo della chiamata rimane inizialmente nascosto, ma da lì parte la cavalcata lungo le diverse sezioni del romanzo, ognuna delle quali ripercorre la vita di un figlio. Sono quasi tutti coetanei (tranne la primogenita, Aurelia, che rifiuta l’invito del padre) e alle prese con le difficoltà seguite alla loro formazione: dal letterato all’artista, dal sedicente uomo d’affari che si trova immischiato in situazioni pericolose all’insegnante. I loro racconti sfociano tutti nel presente, quando sono riuniti presso il padre, figura ingombrante che entra innanzitutto in scena nei ricordi, tangenzialmente. Il dialogo con lui, artista poliedrico moralmente discusso (per le tante famiglie, ma in sé non rimane impresso come figura negativa), è il dialogo di una generazione, da sempre dipinta come incerta e abbandonata, con quella uscita dalla guerra, che ha posto le fragilissime basi della società attuale. Un confronto col padre che passa per rimozioni, assenze, riprese e rispecchiamenti (lui, Antonio, ha rifiutato suo padre sostituendolo col fratello più grande, morto giovane, la cui memoria pesa moltissimo).

Ambizioso, come detto, nelle premesse e nella realizzazione, I fratelli Michelangelo lascia parlare e muovere i personaggi senza farsi prendere dall’ossessione dell’azione (in linea con i libri precedenti), issandosi su un’impalcatura stilistica molto curata, specie nei dialoghi, che accetta la sfida di reggere fino in fondo una creatura che a tratti rischia seriamente di cadere su se stessa per poi riprendersi con scatti improvvisi e lampi di alta letteratura.

massimo1812@gmail.com

M. Castiglioni è saggista

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