Rimbaud, le digressioni e la vita convertita a letteratura | Intervista a Edgardo Franzosini

Per non diventare il discepolo meno intelligente di se stessi

dal numero di marzo 2019

Intervista a Edgardo Franzosini di Federica Gianni

Lei sceglie la biografia come genere sistematico per le sue narrazioni. È un biografo di professione, potremmo dire. Le chiedo, allora: Che cosa merita secondo lei di essere raccontato della storia di una vita?

“Biografo di professione” non è una definizione che mi entusiasma. Innanzitutto, credo, per il fatto che la parola “professione” la associo inevitabilmente al tipo di attività che ho svolto per circa trent’anni e che occupava gran parte, non tutta per fortuna, del mio tempo: cioè il bancario. Non posso vantarmi, come Léon Bloy quando parlava degli anni trascorsi alla Compagnie du Chemin de Fer du Nord, di essere stato “uno dei peggiori impiegati” dell’azienda in cui lavoravo, ma certo quel mestiere l’ho fatto di malavoglia e spesso con fastidio. E quando non erano malavoglia o fastidio, era noia, era senso di oppressione. Lo scrittore, adesso che posso dedicare finalmente a questa attività tutto il tempo che desidero, cerco invece di farlo con il maggior diletto e la maggiore curiosità e passione possibili. Quanto poi a qualificarmi come “biografo” e, di conseguenza, a considerare “biografie” i miei libri, posso essere d’accordo sul fatto che il termine sia l’approssimazione più attendibile al genere di cose che scrivo, ma forse non le chiarisce fino in fondo, né esprime del tutto quel che mi propongo quando affronto una storia. E cioè: convertire in letteratura la vita di un altro. Trasformare quel che è materia reale in qualcosa di soltanto verosimile. Mutare ciò che è vero in finzione. Che poi il risultato sia all’altezza delle intenzioni, è un altro discorso. Ma il tentativo è quello. Le storie che mi affascinano e che secondo me meritano di essere raccontate sono quelle al cui centro ci sia un’idea persistente, assillante. Un’ossessione, insomma. Un impulso che volontà e ragione non riescono ad eliminare.

Leggendo le recensioni emerge che l’aggettivo più utilizzato per descriverla è “raffinato”. Ma oltre alla raffinatezza, nel modo in cui descrive i personaggi emerge anche l’ironia. Che ruolo ha l’ironia nelle sue storie?

Spesso “raffinato” è un modo diverso per definire uno scrittore che incontra il favore e l’interesse di un numero limitato di lettori. “Di nicchia”: così si è anche soliti dire, con un termine che appartiene al lessico dell’architettura e che, non a caso, designa un elemento più che altro decorativo di una costruzione. Talvolta “raffinato” indica anche l’appartenenza ad una delle categorie tra le meno eccitanti in cui può venirsi a trovare un individuo che decide di pubblicare libri: quella cioè dello “scrittore per scrittori”. E comunque, fatte queste considerazioni, e proprio sulla base di esse, non mi rimane che ammettere di essere un autore di quel tipo. Quanto all’ironia, la ritengo una forma di pudore. E credo che per raccontare la condizione dell’uomo, di quanto c’è di doloroso, di stravagante, di enigmatico in essa, il pudore sia non solo necessario ma anche utile.

Qual è il momento nel quale introduce il documento all’interno del racconto biografico?

Più che i documenti o le testimonianze, mi interessano e mi affascinano le lacune, le omissioni, le reticenze e persino le imprecisioni. I documenti che accompagnano la vita di una persona, tanti o pochi che siano, mi piace comunque conoscerli, studiarli; e li ricerco, per questa ragione, con un certo scrupolo. Poi, una volta che li ho a disposizione, tendo a tenerne conto solo in una certa misura. Non mi lascio condizionare dal puntiglio del riscontro. E talvolta nemmeno dalla preoccupazione della verità, che poi spesso è una verità da contabili. Diciamo che con i documenti mi comporto in maniera attiva e creativa. E quando decido di usarli è solo perché mi appaiono strumentali a quel che voglio raccontare. Hans Christian Andersen, un autore ritenuto erroneamente uno scrittore di favole, ha detto una volta che le sue storie immaginarie venivano “foggiate con la realtà”. Io, se non sentissi tutto il ridicolo di accostare il mio lavoro a quello di un così grande scrittore, direi che ho l’ambizione di foggiare con l’immaginazione le mie storie reali. Nelle vite che racconto, insomma, tutto è vero e reale e tutto è, allo stesso tempo, inventato dal vero.

L’attesa di chi legge una biografia è che tutto ruoti attorno alla persona descritta, mentre nei suoi testi sembra che lei si avvicini ai protagonisti allontanandosene e perdendosi nel racconto di biografie di altri. Perché sceglie di raccontare i personaggi principali per centri concentrici partendo dalla rete nella quale sono immersi?

Sì, è esatto quel che dice. Le mie storie non si sviluppano in modo lineare, ma in maniera centrifuga, e spesso con un movimento, se non proprio intermittente, certo discontinuo. Procedo per accumulo e poi me ne distacco. Faccio delle scelte. Ci sono dei “poli”, dei “nuclei” su cui concentro la mia attenzione: eventi della vita di un personaggio su cui mi soffermo (i “frammenti, singolari e inimitabili” di cui parla Marcel Schwob nella prefazione alle Vite immaginarie) e altri che invece, di proposito, trascuro e lascio in ombra. Più che illustrare, cerco di interrogarmi.

La digressione, dunque, come metodo stilistico…

Mi piacciono le divagazioni, le deviazioni improvvise e apparentemente ingiustificate, gli incisi. Ne faccio spesso uso, ricorrendo anche alle note a piè di pagina, oppure aprendo nel testo un certo numero di parentesi che si interpongono nel discorso. Possono sembrare qualche volta digressioni bizzarre e stravaganti, o addirittura accidentali e trascurabili. L’ambizione è quella di introdurre il lettore in un mondo di sorprese; per questo cerco di raccogliere e riunire schegge quanto più estemporanee e imprevedibili. Raccontare è scoprire, indagare, esplorare, e tutti gli esploratori sanno che se c’è una strada su cui nessuno ha camminato è quella la strada che si deve percorrere.

I protagonisti dei suoi libri sono tutti personaggi poco celebri, ingiustamente dimenticati dalla storia. Perché l’ultima opera, al contrario, è una biografia di Rimbaud, figura sulla quale è stato detto e scritto tantissimo?

Forse per non correre il rischio di diventare quello che Borges chiama “il discepolo meno intelligente di se stessi”. E così ho concentrato l’attenzione su un personaggio né marginale né dimenticato, Arthur Rimbaud, appunto. Ho scelto comunque di raccontare un episodio poco conosciuto e oscuro della sua vita: il suo soggiorno a Milano nel 1875. Un anno importante, cruciale, in quanto da quell’anno inizia quello che viene chiamato “il silenzio di Rimbaud”. Ho proceduto più per supposizioni che per asserzioni. Le tracce del suo soggiorno sono lievi, quasi impercettibili; ma sono attratto dalle storie che lasciano delle domande aperte. E poi considero sia la fantasia che le ipotesi forme possibili della verità.

Un biografo contemporaneo, Eugenio Baroncelli, scrive: “Non c’è scrittore più autobiografico del biografo”. Molti biografi utilizzano la biografia per raccontare se stessi. C’è qualcosa di Edgardo Franzosini nelle vite dei suoi personaggi?

In quel che scrivo sarei propenso a mettere di me, o meglio di ciò che ho l’impressione di essere, il meno possibile. Ma forse finisco per metterci molto. E non mi riferisco solo agli argomenti che tratto, ai personaggi che scelgo di rappresentare, ma anche e soprattutto allo stile, alla struttura, alla forma che adotto. Ne abbiamo accennato ampiamente: divagazioni, reticenze, artifici, ambiguità e così via. In questo senso l’affermazione di Baroncelli non posso che condividerla.

federica.gianni@hormail.it

F. Gianni è dottoranda in scienze documentarie, linguistiche e letterarie all’Università “La Sapienza” di Roma

 

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