Gennaio 2018 – In questo numero

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Fotografia e letteratura, finestra e specchio

Il primo numero del nuovo anno offre un ampio ventaglio di proposte letterarie. Del resto leggere, come sanno i nostri lettori, è un po’ come viaggiare, come comprendiamo attraverso l’intervista a Geoff Dyer, autore di Sabbie bianche: “è una ‘questione di sguardi’, un’esplorazione geografica, è la scoperta di un ‘altrove’ che si continua ad agognare persino quando lo si è appena raggiunto. È ciò che accade al narratore di Sabbie bianche, e tanto vale dire subito che la sua identità, che combacia quasi totalmente con quella del suo inventore, sollecita il problema dell’adesione alla verità finendo per rivelarsi, dopotutto, un falso problema”. Il lettore si lascerà trascinare in una serie di esperienze di viaggio (o pellegrinaggio) attraverso la Città proibita, la Polinesia di Gauguin, la Norvegia delle notti boreali, il deserto dello Utah e le sabbie bianche del New Mexico di cui lo scrittore offre, come spiega Daniela Fargione, “illuminati scatti letterari allacciati l’uno all’altro da brevi alamari di finissima prosa”. Come racconta l’autore nell’intervista, “per un verso ci si trova spesso in un luogo in cui ci si domanda con timore cosa accadrà, ma ci sono anche momenti splendidi – e non solo quando si viaggia, nella vita in genere direi – in cui si ha voglia di fermare il tempo per poter vivere l’istante”. Dunque il rapporto fra fotografia e letteratura finisce con il rilevare la sua complessità: “ La fotografia tende a essere più una finestra, mentre la letteratura funge da specchio. Eppure, se c’è qualcosa di davvero interessante, è osservare le fotografie di uno stesso posto scattate da due autori diversi: i risultati sono sempre molto differenti, ecco perché la fotografia, per me, è un medium fantastico”.

Un “medium fantastico” di cui è necessario parlare anche quando ci si occupa di un altro romanzo recensito su questo numero dell’”Indice”: “la ragazza con la Leica” che è al centro del romanzo di Helena Janeczek è in realtà Gerda Taro, “una jeune fille intelligente e spregiudicata della borghesia ebraica di Stoccarda, cospiratrice antinazista a Lipsia e a Berlino per amore di un uomo e della libertà, grande fotografa a Parigi per merito e a fianco di un profugo ungherese che deve alla sua immaginazione l’invenzione del nome d’arte col quale è universalmente conosciuto – Robert Capa –, morta a Brunete sotto un carro armato alla fine di luglio del 1937, ad appena ventisette anni, mentre documentava la caduta della Spagna repubblicana”. Beatrice Manetti ci porta alla scoperta di una grande scrittrice, Helena Janeczek, “intima, potente, avventurosa, capace di partire da un dettaglio – due fotografie di Gerda Taro e Robert Capa seduti a un tavolo del Café du Dôme – per scandagliare le pieghe di una relazione troncata troppo presto per essere davvero decifrabile, di seguire una valigia di fotografie da un capo all’altro del mondo insieme alle vite di chi le ha scattate e di chi le ha salvate, e infine di concedersi la prima persona, risalendo di colpo dalle storie degli altri alla propria storia, con un piccolo coup de théâtre che sigilla il romanzo con l’autobiografia, nella convinzione ‘che per ritrovare qualsiasi cosa bisogna attingere alla memoria, che è una forma d’immaginazione’”.

La memoria come forma di immaginazione sembra anche ispirare il romanzo di Paul Lynch Cielo rosso al mattino, i cui eventi “si rifanno al massacro di Duffy’s Cut, realmente accaduto a Philadelphia nel 1832 quando 57 immigranti morirono a seguito d’una epidemia di colera diffusasi nel cantiere della ferrovia che stavano costruendo”. Eppure, come spiega Elisabetta D’Erme nella sua recensione, “non è solo l’ambientazione da Far-West in cui è calata la terza parte del racconto a far pensare a un romanzo come Meridiano di sangue di Cormac McCarthy, di cui questo libro riecheggia la scrittura sorda, aspra e a tratti arcaica. Paul Lynch opera per sottrazione, soprattutto sugli articoli e verbi, privilegiando un uso barocco degli aggettivi e una straniante inversione dei sostantivi con gli aggettivi”. L’abilità stilistica dello scrittore e critico cinematografico Lynch sembra in grado di produrre dei fotogrammi d’epoca di rara efficacia: il lettore vede sfilare sotto i i suoi occhi brughiere paludose, boschi incontaminati e coste ventose che guardano l’Oceano Atlantico, fino ad arrivare al porto fluviale di Derry.

Seguendo il nostro filo rosso sulle orme della fotografia, troviamo poi una bella recensione al libro di Mondzain sulla Immagine che uccide cioè, come recita il sottotitolo, sulla “violenza come spettacolo dalle torri gemelle all’Isis”: “Mondzain non si concentra né sulle immagini della violenza né sulla violenza delle immagini. La questione risiede altrove: è la violenza che viene esercitata dallo ‘spettacolo delle visibilità’ ai danni del pensiero e della parola. Ed è la violenza di questo spettacolo che agisce sul singolo spettatore allo schermo, determinando così il suo posto. In effetti, mettere al suo posto lo spettatore, tramite dispositivi ‘identificatori’ e ‘fusionali’, significa mantenerne una incapacità simbolica. È questa incapacità che lascia spazio di azione all’immagine, la quale nella sua visibilità permette l’identificazione dell’’irrappresentabile, accorda lo svolgersi del carattere performativo dell’immagine. Senza considerare una ‘giusta distanza’ dello spettatore dallo schermo non possiamo interrogarci non solo su cosa fa l’immagine, ma neppure su cosa essa fa fare”. Dopo l’allarme lanciato da questo libro sul potere delle immagini, abbiamo bisogno di un po’ di sollievo: la fotografia viene spiegata ai ragazzi nel manuale Guarda! di Joel Meyerowitz e acquista leggerezza attraverso le storie di paparazzi diventati famosi nel libro curato da Walter Guadagnini e Francesco Zanot che dall’epoca della Dolce Vita giunge fino a noi: “Nel tempo delle fake news, degli abusi e delle violenze a colpi di immagini private che finiscono in rete un libro come questo è di certo un utile contributo alla riflessione”.

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